domenica 13 dicembre 2020

Cultura. Dante, l'antitaliano

FIRENZE - "A Dante Alighieri, l'Italia M DCCC LXV". La statua
di Dante eretta nel 1865 in suo onore sulla scalinata
di Santa Croce (Fotografia di Elena Piccini, s.d.)

 by NICOLA MIRENZI
Ma possiamo ancora considerarlo un Padre della Patria? Un'inchiesta che smentisce la tesi dilagante. Marco Santagata: "Questa è una vecchia idea anti storica”
L’ansia di celebrare i settecento anni della morte di Dante Alighieri è così forte che nessuno ha la pazienza, noi inclusi, di aspettare che si avvicini almeno la ricorrenza per festeggiarla (sarebbe a metà settembre del 2021). Libri, concerti, letture: la festa è già iniziata. E la ragione della fretta l’ha spiegata bene il ministro della cultura Dario Franceschini, presentando il calendario degli eventi a Firenze. “L’Italia come nazione è un paese giovane – ha detto – e ha bisogno continuamente di ritrovare la sua unità, di riconoscersi intorno a valori comuni, soprattutto in un momento come questo”. L’incertezza è pericolosa, in particolare durante una pandemia, così ecco pronto Dante a rinsaldare l’identità italiana, testimoniando che non solo esistiamo davvero come nazione, ma che siamo un popolo niente male, a giudicare dal gran pezzo di antenato che abbiamo avuto. 

Secondo il ministro Franceschini, “Dante è uno dei simboli dell’unità nazionale”; e non c’è ragione di dubitare che l’intero arco costituzionale sarebbe lieto di sottoscrivere il racconto del Dante Padre della Patria. Del resto – mi aveva detto Marco Santagata – questa è una “vecchia idea anti storica”. Aveva riso, subito dopo averlo detto, Santagata, uno dei maggiori italianisti e studiosi di Dante, sapendo di contraddire la piega che hanno preso le cerimonie, e di sconfessare parecchie ore di lezione impartite dalla scuola pubblica. Era un mese fa, circa quindici giorni prima che morisse. Avevo letto il suo “romanzo” sulla vita di Dante, che oggi è un Oscar Mondadori, e l’avevo chiamato. Mi aveva risposto con il buonumore di chi sa troppe cose per credere alle mitologie.

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“Sono centinaia gli intellettuali che hanno raccontato Dante come l’eroe nazionale. Ma è un ritratto falso. Per Dante, l’Italia non esisteva. Nel suo tempo, che era il Medio Evo, esistevano tante piccole formazioni politiche che si facevano la guerra tra loro. L’idea dello stato nazione è nata secoli dopo, e non poteva rientrare nell’orizzonte dantesco. Dante aveva in mente l’Impero: un’istituzione sovranazionale che doveva garantire la pace, la prosperità e la sicurezza di tutti i cristiani. Ma che vuole, nella storia succede continuamente che si prendano i fatti culturali e li si rileggano alla luce delle esigenze del momento”.

Per più di quattro secoli dopo la morte, Dante non è stato il Poeta eterno che conosciamo oggi, anzi aveva addosso tutti gli acciacchi della mortalità. Dire che non lo leggeva nessuno sarebbe esagerato, ma lo scrittore che dominava la scena era Francesco Petrarca: il simbolo dell’Italia, l’italiano più conosciuto e riconosciuto. E il come e il perché l’uno abbia poi surclassato l’altro, oltre che una zuffa letteraria, ha a che fare con il modo in cui è stato costruito il mito della nazione italiana, il totem da cui sgorga ancora la conflittualità endemica di noi che l’Italia la abitiamo anche oggi.

Racconta Amedeo Quondam nel suo libro Petrarca, l’italiano dimenticato che Dante viene riscoperto durante il romanticismo, ma che il suo nome si accende veramente di gloria nel Risorgimento. Appena l’Italia comincia a essere immaginata come nazione, fantasticata come stato, desiderata come Terra Promessa, i patrioti ricciuffano Dante e lo issano al proprio fianco, come il più illustre dei sognatori della patria. Verrebbe subito da pensare che il motivo stia nella lingua, dal momento che Dante è stato uno dei più importanti creatori della lingua italiana (e, dice Cioran, “non si abita un Paese, si abita una lingua”). Però – ha insistito Santagata – “l’obiettivo di una lingua di cultura comune Dante lo perseguiva pur sempre all’ombra dell’Impero, non certo in vista dell’Unità nazionale”. 

 

Nemmeno Vittorio Sermonti lasciò mai credere il contrario, sebbene con la lingua di Dante abbia deliziato a lungo gli italiani, e senza ricorrere al trucco dell’icona pop. Nel Centocinquantesimo dell’Unità d’Italia, venne chiamato a tenere tre giorni di lezioni nell’aula del Palazzo dei gruppi parlamentari. Premise che non aveva alcuna voglia di parlar bene dell’Italia, e che ne avrebbe parlato “semplicemente con amore”. Poi, raccontò che fu Virgilio a inventare la parola Italia, Dante a promuovere “le parlate sgangherate degli italiani alla nobile esattezza del latino” e Verdi a rendere l’italiano finalmente popolare. Si guardò bene dal dire che Dante aveva creato l’Italia. Concesse qualcosa sulla lingua, ma specificando che si trattava di un azzardo: “Vogliamo dire che Dante ha fondato le basi teoriche dell’italiano? E diciamolo”.

Il motivo per cui i patrioti scelsero Dante non è dunque nell’italiano. La ragione bisogna cercarla fuori. Più precisamente: fuori dall’Italia.

A Londra, era il giugno del 1840 quando Giuseppe Mazzini entrò nel negozio di un libraio antiquario di nome William Pickering e, frugando tra gli scaffali, trovò il commento alla Divina Commedia che aveva scritto Ugo Foscolo negli ultimi anni della sua vita. Stava lì da tredici anni e nessuno lo aveva pubblicato. Nemmeno Pickering, che pure lo aveva commissionato a Foscolo per quattrocento sterline. Mazzini era l’esule italiano più famoso del mondo, era andato in galera, aveva scelto l’esilio, aveva Fondato la Giovane Italia e la Giovane Europa, era caduto nel dubbio che l’Italia non si sarebbe mai fatta, ed era risalito dallo sconforto convinto che comunque era la sua missione, e doveva mettercela tutta per portarla a termine. Quando aprì il manoscritto, lesse che Foscolo aveva sempre desiderato “illustrare” Dante “per l’Italia presente e futura” e che la Divina Commedia “è libro da italiani”. 

Si entusiasmò. In fondo, era quello che pensava anche lui. Quando aveva poco più di vent’anni, Mazzini aveva scritto Dell’amor patrio di Dante, il suo primo saggio. Sosteneva che Dante era stato il primo, solitario cantore dell’unità nazionale, un antesignano della religione laica della Patria. In tutta l’opera di Dante, Mazzini rintracciava lo schieramento “con l’elemento della nazione futura”, anche quando Dante parlava di Impero, poiché – diceva – a Dante non importava se l’Imperatore fosse stato italiano o germanico, quel che gli importava era che l’Impero fosse tolto alla Germania e restituito all’Italia.

“Sono forzature per noi evidenti”, mi dice Giovanni Belardelli, storico del pensiero politico e autore per il Mulino di un’importante biografia di Mazzini. “Mazzini provava una venerazione sconfinata per Dante, e ciò lo spingeva a individuare nelle opere del Poeta alcune delle proprie idee”.  Per Mazzini, la letteratura era un’arma implicitamente politica, e quella di Dante serviva in particolar modo alla causa. Mazzini completò il commento di Foscolo alla Divina Commedia, che si era interrotto all’Inferno, con l’idea che la diffusione dell’opera potesse riscattare il popolo italiano (parole sue) “dall’infiacchimento che tre secoli d’inezie e di servilità hanno generato e mantengono”. Era un’idea condivisa dalla gran parte dell’élite risorgimentali: Dante come fustigatore del carattere degli italiani. E dice Belardelli: “Attraverso il culto di Dante si affermava così la figura dell’intellettuale come moralista, aspro critico dei difetti dei propri connazionali”. 

Era fondamentale ri-fare gli italiani. Secondo la gran parte dei patrioti, lunghi anni di dominio straniero avevano compromesso il popolo, rendendolo vile e corrotto. E l’emblema di questa italianità deteriore divenne Petrarca, che aveva la colpa di essere stato un poeta cosmopolita, a sua agio presso le corti europee. Mentre Dante, no: era rimasto intatto. Ai loro occhi, era l’incarnazione dell’italiano intransigente, l’uomo che aveva scelto con sdegno l’esilio pur di non piegarsi al nuovo potere di Firenze. L’esilio stabiliva una connessione esistenziale tra loro e Dante. Come Dante, anche molti patrioti avevano preferito pagarla cara lontano da casa anziché piegarsi allo straniero. Come Dante, testimoniavano con la vita l’attaccamento alle virtù civiche e all’ideale nazionale. Come Dante, potevano perciò anche permettersi di ridire sugli altri italiani. “Spesso gli esuli – mi racconta Berardelli – vivevano in condizioni miserabili all’estero, ma sapere di essere fedeli all’esempio dantesco era di grande conforto morale”.

Anche sulla moneta italiana da 2 euro è rimasta impressa questa immagine. Dante è ritratto in una posa arcigna, il volto spigoloso, forse anche un po’ imbronciato, sembra che da un momento all’altro possa erompere in un’invettiva. 

“Dante – ha scritto Giuseppe Prezzolini – resta il più grande degli Antitaliani, come potrebbero chiamarsi i giudici severi e i critici implacabili degli Italiani. La forza dominante, la probità e la fede incomparabili, l’unità di poesia, pensiero ed azione, fanno di lui l’eccezione più impressionante e l’antitesi più grande del carattere degli italiani”. 

Prezzolini scrive queste parole in un libro dedicato alla civiltà italiana, dal titolo L’Italia finisce, e già nella prima riga della prefazione italiana appare, ancora una volta, la parola “esule”. Il libro esce in inglese nel 1948, a New York, poi viene tradotto in francese e spagnolo e solo dieci anni dopo, nel 1958, viene tradotto anche in italiano. Scrive Prezzolini: “Questo libro è la confessione d’un esule volontario dall’Italia”. La lontananza dalla Patria è ancora una volta il modo migliore per guardare gli italiani come sono davvero, senza nascondersene i limiti. 

“Dante si può definire Antitaliano nel senso che la sua forte dimensione morale stride con il racconto che si fa degli italiani come popolo dalla mentalità familistica, attento al particulare”, dice Giulio Ferroni, professore emerito de La Sapienza di Roma, autore de L’Italia di Dante. “L’anti italianità di Dante è un invito a un’altra Italia, l’ipotesi un’Italia diversa”.

Infatti, i grandi riformatori degli italiani tornano spesso a Dante. Nella prima lettera dal carcere che scrisse, nell’autunno del 1926, Antonio Gramsci chiese alla “gentilissima signora” Clara, sua padrona di casa a Roma, “una Divina Commedia di pochi soldi, perché il mio testo lo avevo imprestato”. Durante la prigionia, si dedicò a una lettura politica del X canto dell’Inferno, il canto degli eretici, di cui rimane uno “schema” nelle Lettere dal carcere e un saggio in frammenti nei Quaderni. Anche Piero Gobetti immaginò con Dante il risorgimento dell’altra Italia, considerandolo l’annunciatore dello “Stato” (non della nazione), inteso come “vita superiore dei cittadini organizzati”. Dante fu un compagno anche di tutti gli intellettuali liberali torinesi. E, più in generale, mi dice Massimo Cacciari, “di coloro che guardano periodicamente alla miseria della situazione politica e culturale italiana e si richiamano a Dante per denunciarne lo scandalo”. 

E se quando è il caso di scuotere l’Italia e gli italiani Dante appare sempre figurarsi se poteva mancare nei progetti di chi gli italiani voleva rifarli daccapo, come il fascismo. Per rendergli onore, nel sesto centenario della morte, il 12 settembre del 1921, Italo Balbo marciò con tremila camicie nere su Ravenna. Gli squadristi prima omaggiarono la tomba di Dante, poi devastarono la Camera del lavoro, i circoli socialisti, la sede della Federazioni delle cooperative, appiccando in piazza un rogo di carte, documenti, giornali, quadri, panche e libri, raccolti dai locali devastati. “Mussolini – mi racconta Emilio Gentile, il maggiore storico del fascismo – era considerato l’incarnazione del Veltro”. Il Veltro, apprendo, è un personaggio profetizzato nel primo canto dell’Inferno, poi richiamato in più occasioni nella Divina Commedia. “ Un riformatore – si legge nel commento di Anna Maria Chiavacci Leonardi – che opera sul piano politico”, per rinnovare “la missione provvidenziale di Roma”. 

Dante aveva sicuramente in mente l’Imperatore. Ma Emilio Gentile mi chiede un attimo di pazienza. Va a prendere nella sua libreria il volume che raccoglie le lettere di Balbino Giuliano, filosofo e ministro dell’educazione del regime dal 1929 al 1932. Poi ne legge una. Giuliano scrive che, per quanto lo riguardava, Mussolini “era l’uomo predestinato a ricongiungere in Roma, secondo l’idea di Dante, due simboli sacri: la Croce e l’Aquila, e a fugare non dall’Italia soltanto, ma dalla faccia della Terra il disordine morale e civile”. Sottolinea, Gentile, che si tratta di lettere private, non di scritti di propaganda. Al termine della chiacchierata, mi manda su whatsapp anche la foto della copertina di un volume di Decio De Minicis, del dicembre del 1929, dal titolo Il Veltro, in cui il profilo scultoreo di Mussolini è affiancato dall’ombra gemella di Dante. È solo uno dei libri nella quale si argomenta che Dante avesse annunciato l’avvento di Mussolini. Un altro è Dante Alighieri e Benito Mussolinidi Domenico Venturini. 

“Il fascismo – spiega Gentile – era un esperimento di rigenerazione del carattere degli italiani. Il mito di Dante, creato dai risorgimentali per ricomporre le matrici della nazione italiana, è stato usato dal fascismo per fissare il modello di ciò che gli italiani nuovi dovevano essere, finalmente mondati dai propri vizi e forgiati da un alto senso morale”. 

A Dante, Benito Mussolini voleva dedicare un monumento su via dei fori Imperiali, a Roma. Qui, di fronte alla Basilica di Massenzio, a poche centinaia di metri dal Colosseo, dove oggi c’è uno sportello d’informazione turistiche e una donna sta cercando di comunicare all’impiegato la sua nazionalità. “I’m french”, ripete. E di là dal vetro si sente rispondere: “Fre… cosa?”. 

Il mausoleo doveva chiamarsi Danteum e fu progettato da Mario Sironi e Giuseppe Terragni, due architetti (soprattutto il secondo) fondamentali del razionalismo italiano. Dell’opera rimangono i disegni, un modello e due relazioni descrittive. “Non Museo, non Palazzo, non Teatro, ma Tempio”: ecco cosa doveva essere il Danteum per Terragni. Seguendo il progetto, la visita iniziava perdendosi dentro una selva di cento colonne, simboleggianti l’ingresso nell’Inferno; proseguiva attraverso il Purgatorio, dal quale cominciava a intravedersi il cielo; culminava nel Paradiso, rappresentato architettonicamente da trentatré colonne di vetro. Il fascismo però perse la guerra, e del Danteum non si fece più nulla.

Dante, invece, è rimasto. Ma possiamo ancora considerarlo un Padre della Patria? “La sua concezione dell’Impero – risponde Cacciari – potrebbe essere utile piuttosto per declinare nel senso più alto l’idea dell’unità Europea. Il modello sovranazionale dantesco, infatti, non ha nulla di autoritario, né di centralistico. L’Aquila che appare nel Paradiso è formata da numerose luci, ciascuna con la propria specificità. Dante non si nascondeva le immense difficoltà di una sintesi tra gli idiomi, le culture e le tradizioni della famiglia  europea, ma l’obiettivo era comporle”. 

Cacciari esclude che una discussione del genere possa esserci in questo settimo centenario: “Ma lo vede il clima etico e politico in cui siamo?”. Si torna cosìal carattere degli italiani. Un discorso scivoloso. Poiché, dalle altezze della poesia, rischia spesso di precipitare nei discorsi da bar. Italiani, infatti, sono sempre gli altri; sono sempre gli altri che si portano dietro i vizi di una storia lunga secoli, e devono essere prima rimbrottati, poi cambiati. Illuminante è stato parlare di questo con Alessandro Barbero, storico del medioevo e star della divulgazione in rete, che a Dante ha dedicato una biografia da poco uscita per Laterza.

“In esilio, Dante trova una fortissima spinta etica e moralizzatrice. Si scaglia contro la politica italiana corrotta, addita i lussi e i vizi di quello che era uno dei Paesi più ricchi del tempo. Eppure Dante, nella politica italiana corrotta, c’è stato dentro spudoratamente. Lo confessa proprio all’inizio della Divina Commedia, dichiarando di aver smarrito la “diritta via” proprio a metà della sua vita. Cosa intende dire precisamente? La mia ipotesi è che voglia riconoscere di essere stato tal quale gli italiani che adesso condanna, ossia di aver seguito lo spirito di fazione e di aver brigato in qualsiasi modo pur di far vincere la propria parte. Ecco com’è precipitato nella “selva oscura”. All’improvviso, però, si risveglia e percorre la via che lo porta fuori di lì, il cammino con cui inizia la seconda parte della sua esistenza. Ed è questo itinerario ciò di cui vuole parlarci, la strada che vuole indicare anche a tutti gli altri. Ecco il Dante che si può definire Antitaliano: il Dante che si ritrova”. Il Dante che, prima di voler cambiare gli italiani, ha cambiato innanzitutto se stesso.

www.huffingtonpost.it, 07/12/2020

 

https://www.huffingtonpost.it/entry/dante-lantitaliano_it_5fca1da4c5b63a1534510ce3?utm_hp_ref=it-cultura&ncid=newsltithpmgnews

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