martedì 3 novembre 2020

Bartolomeo Sorge e il Vangelo della libertà

Il gesuita padre Bartolomeo Sorge

di PAOLO RODARI
Il teologo è morto a Gallarate. Sostenitore della chiesa di Francesco, combatteva le strumentalizzazioni religiose in politica
Dal febbraio scorso non vedeva di persona nessuno. Le regole della residenza per anziani dei gesuiti di Gallarate dove si era ritirato da tempo, l’Aloisianum, non glielo permettevano. Eppure stava bene. Gestiva da solo il suo account Twitter dove si mostrava per quello che era, libero e leggero insieme: «Leggo: "Il M5S in due anni ha perso 8 milioni di voti". E ripenso al detto: "Chi troppo in alto sal cade sovente precipitevolissimevolmente"! », scrive il 24 settembre scorso. Padre Bartolomeo Sorge, 91 anni, nato all’isola d’Elba da genitori di origine catanese, già direttore della Civiltà Cattolica e di Aggiornamenti Sociali , teologo e politologo, grande esperto di dottrina sociale della Chiesa e da sempre impegnato contro la mafia e l’illegalità, è morto per arresto cardiaco ieri mattina, all’improvviso, dopo che come ogni giorno era in piedi da ore. Si svegliava sempre alle tre e trenta, celebrava messa e poi leggeva i giornali. A chi lo incontrava a colazione snocciolava una competente rassegna delle principali notizie del giorno.

Libertà era la parola che più amava. Voleva una società libera e insieme una politica laica e non confessionale. Per questo picchiava duro contro l’ostentazione dei simboli religiosi messa in campo da Matteo Salvini: «Un politico può certo invocare la Madonna. Ma bestemmia se Le chiede di benedire i porti chiusi, la licenza di sparare, la tassa a chi fa il bene, la multa per ogni naufrago salvato», scrisse un anno e mezzo fa. A Palermo, dove negli anni Ottanta fu tra gli animatori della Primavera di Leoluca Orlando contro la mafia, fu costretto a vivere sotto scorta: «Oggi come allora sono costretto a vivere da eremita», diceva sorridendo a chi negli ultimi mesi lo sentiva al telefono, «ma accetto tutto "in Domino"». "In Domino" era l’espressione con la quale chiudeva ogni lettera o mail: «Era libero perché accettava tutto per amore di Dio», spiega Chiara Tintori che con Sorge ha firmato diversi libri. L’ultimo, per Edizioni Terra Santa, è stato chiuso appena una settimana fa. S’intitola Perché l’Europa ci salverà. Dialoghi al tempo della pandemia . Sempre con libertà, negli ultimi mesi, accettava diverse critiche mossegli da dentro la Chiesa dai settori più conservatori per le sue prese di posizione giudicate da alcuni addirittura eretiche. Dopo alcune interviste in cui non le mandava a dire al governo Lega-5Stelle, era stato definito falso prete, diabolico, eretico, politico e comunista, massone, uno che distrugge la Chiesa. «Sono indegno, lo so — aveva risposto — ma le vostre accuse mi fanno amare di più la Chiesa, i poveri e voi. Grazie! ».

All’Aloisianum viveva in una stanza accanto a quella che fu del cardinale Carlo Maria Martini. Con lui condivideva idee e linee ecclesiali. Anche se la persona a cui si sentiva più legato era papa Francesco, fin dagli anni Settanta. Riteneva Francesco il Papa che finalmente può compiere il Concilio, l’aggiornamento che la Chiesa ha voluto a metà del secolo scorso. Ma era consapevole che non tutti nella Chiesa auspicano questo rinnovamento. Recentemente non la mandò a dire al cardinale Camillo Ruini che in una intervista criticò il Papa: «Chi critica Francesco critica il Concilio», gli fece notare dalle pagine di Repubblica .

Non gli mancava il senso dell’umorismo. Calvo da anni, chiedeva come era pettinato prima delle sue ultime dirette su YouTube. La Compagnia di Gesù gli fece studiare scienze sociali e politiche per approfondire i mutamenti della società e giudicarli. Negli ultimi tempi i suoi giudizi divennero anche impietosi. Non amava la frammentazione politica, tantomeno le nostalgie di una formazione cattolica. Della fondazione di Italia Viva da parte di Matteo Renzi scrisse: «È un segno preoccupante di immaturità politica e di irresponsabilità in una situazione in cui l’Italia ha bisogno, più che mai, di unità». Era legato a tutti papi della sua vita. Fra questi in particolare a Montini e Luciani. Dal libro Cronaca di una morte di Stefania Falasca (Piemme) apprese che quest’ultimo dopo l’elezione voleva mandarlo patriarca a Venezia al suo posto. Si oppose il cardinale Antonio Poma, presidente della Cei.

Come disse lui stesso all’ Espresso , fra i vari motivi vi fu il fatto che nel 1976, prevedendo la fine della Dc, si dava da fare affinché si trovasse un modo nuovo di presenza politica dei cattolici in Italia, diverso dal partito democristiano. «Fu così che persi la gondola...», ironizzò.

La Repubblica, 3 novembre 2020

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