martedì 27 ottobre 2020

SCELTE DI CAMPO. Si è ancora di sinistra o di destra


di
Piero Ignazi
Anche se c’è chi cerca di superarle ecco perché le classiche categorie politiche nate nel 1789 sono più vive che mai
È alla fine di agosto del 1789, in quelle incandescenti assemblee dei rivoluzionari francesi, che destra e sinistra si separano e si riconoscono come parti politiche distinte e avverse. Come scrisse un protagonista dell’epoca, a destra del presidente dell’assemblea siedono ora i sostenitori del re e della religione, che vogliono mantenere al sovrano il potere di veto, e a sinistra coloro che rivendicano il diritto dell’assemblea a legiferare su tutto, senza limitazioni da parte della corona.

Il momento è storico in tutti i sensi perché da allora destra e sinistra acquistano un significato politico che prima non avevano, in quanto la spazialità della politica non era mai stata orizzontale, destra-sinistra, bensì verticale, alto-basso. Ed è da quel momento che i due termini diventano universali, si diffondono ovunque; e nel corso del tempo si riempiono di ulteriori significati, pur senza mutare (quasi mai) l’imprinting originario: a destra la tradizione e la conservazione, a sinistra il cambiamento.

Solo i fascismi tra le due guerre produssero un apparente ossimoro incarnando una destra rivoluzionaria, come evidenziò, tra tante polemiche, lo storico israeliano Zeev Sternhell. Da allora il cammino è stato lungo e in parte accidentato, ma alla fine questa distinzione tiene ancora, come dimostra Janine Mossuz-Lavau nel suo agile lavoro Le clivage droite-guache (Les Presses de SciencesPo) che affronta l’argomento partendo dal caso francese.

Nel corso del tempo, infatti, i due termini si sono arricchiti di altri riferimenti che sono rimasti a lungo ben definiti e riconoscibili. In effetti fino agli anni Ottanta in tutto l’Occidente sinistra e destra interpretano mondi diversi: il conflitto di classe e quello confessionale avevano ancora una valenza tale da separare gli attori politici in campi nettamente distinti, e tali erano percepiti dall’opinione pubblica. Nessuno sfuggiva a questa etichettatura, a volte semplificatoria e sommaria, anche per un’altra ragione: se nel dibattito alto, infiorettato da citazioni dotte e riferimenti filosofici, le distinzioni potevano annebbiarsi, a livello popolare destra e sinistra, con tutte le sfumature intermedie, servivano per orientarsi nel mondo complesso della politica. Il cittadino aveva bisogno di lenti chiare per guardare alla realtà politica, e poi interpretarla.

Da allora nuovi conflitti — sull’ambiente, sul genere, sul pacifismo, ecc. — avrebbero potuto superare questa polarità. In realtà così non è, sia perché questi termini sono "una sintesi di atteggiamenti" come diceva Giovanni Sartori, sia perché tutte le ricerche dimostrano che in tutta Europa essi costituiscono ancora gli strumenti principi con cui gli elettori orientano le loro decisioni.

A dire il vero l’opinione pubblica è un po’ schizofrenica su questo punto, oggi. Quando si richiede un giudizio sulla validità di destra e sinistra una grande maggioranza di cittadini (circa il 75 per cento) sostiene che non hanno più senso e sono concetti superati; poi, però, quando si chiede se li usano per autodefinirsi politicamente e per scegliere il proprio partito, le percentuali cambiano. I cittadini di tutta Europa continuano a utilizzare destra e sinistra come strumento semplificatore per votare.

È vero, ricorda Mossuz-Lavau, tanto a sinistra quanto a destra si sono slabbrati i confini. A sinistra ben pochi continuano a sventolare la bandiera dell’eguaglianza, tanto cara a Norberto Bobbio che aveva fondato su questo tema la distinzione tra destra e sinistra nel suo fortunato libretto del 1994.

Allo stesso modo, anche a destra i valori della tradizione e della religione sono sbiaditi. Tuttavia per quanto siano mutevoli, senza questi riferimenti spaziali saremmo dispersi nell’oceano di parole e segni. Anche i due casi più rilevanti di partiti che hanno cercato di andare al di là di questa dicotomia, il Movimento 5 Stelle e il partito di Emmanuel Macron, La République En Marche, in poco tempo hanno abbandonato questa ipotesi e hanno dovuto fare i conti con la solidità rocciosa e identificante di destra e sinistra. Si mettano il cuore in pace i sostenitori del loro superamento.

Già un annuario politico francese del 1848 sosteneva che «destra e sinistra non hanno più senso». Beh, ne è passata di acqua sotto i ponti della Senna e altrove, da allora.

La Repubblica, 27 ottobre 2020

Nessun commento: