venerdì 23 ottobre 2020

NOVITA' LIBRI. Gabriella Cascio racconta il suo incontro con don Pino Puglisi a Brancaccio

«Ho incontrato padre Pino Puglisi. È stato un incontro ravvicinato anche se avvenuto dopo la sua morte per mafia. L’ho incontrato nel marzo del 2016 e da allora il suo effetto su di me continua. Non è stato un incontro reale ma ravvicinato sì, intenso e coinvolgente. L’ho incontrato per caso come avvengono tanti incontri e tante conoscenze, ma non l’ho conosciuto di persona. Ho compreso che era un piccolo grande uomo. Questo incontro l’ho fatto nel territorio della sua ultima parrocchia dialogando con la gente che lo ha conosciuto e lo ha amato; le interviste sul campo nel quartiere di Brancaccio mi hanno fatto incontrare don Pino nella voce e nei ricordi della sua gente, la cui anima ho scoperto recare un segno della passione che “3P” metteva nella sua missione». È la sua, una figura affascinante, a motivo della sua testimonianza di vita forte e semplice.
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Prima di essere un grande prete, Puglisi è stato un grande uomo: è stato questo a far nascere in me la voglia di esplorare, di sviscerare la sua figura e la sua identità. Sono state proprio la voce e le parole delle persone di Brancaccio con i loro racconti, carichi ancora del sentimento della sua presenza in mezzo a loro, a farmi riflettere su di lui. Egli operò in un quartiere dove regnava la mafia e il nulla; laddove la Parola di Gesù era da tempo scomparsa, oppure, se mai c’era stata, era se­polta sotto la coltre della tradizione e dell’omertà mafiosa. Don Pino seminò una speranza nuova. In quel luogo che sembrava ormai da troppo tempo abbandonato da Dio e dagli uomini, il ministero pastorale di don Pino risuonò e si radicò con forza travolgente. La figura di padre Puglisi è una fi­gura religiosa di singolare rilievo soprattutto oggi, in una società consumistica, una società liquida, dove tutto scorre alla velocità della luce e non c’è più tempo per l’altro; in cui domina il vuoto e si sente la mancanza di un modello esemplare di prete quale fu padre Puglisi che di certo oggi sarebbe riuscito a ridare, a chi li ha persi, la speranza, il sorriso, la voglia di cambiare.

Gabriella Cascio
Ho incontrato padre Pino Puglisi
Prefazione di don Luigi Ciotti
Presentazione di don Calogero Cerami
Immagini di Marcella Ciraulo e Valentina Ghezzi
Edizioni La Zisa
pp. 138
euro 12,00
NELLE LIBRERIE (anche online)

GABRIELLA CASCIO, originaria di Isnello, vive a Palermo, dove nel 2016 ha conseguito la laurea magistrale in Scienze religiose. Ha costruito sul campo questo saggio, confrontandosi con la gente di Brancaccio e riscoprendo la figura di padre Pino Puglisi. Insegna Religione cattolica nelle scuole di Palermo e provincia.

Parte del ricavato della vendita del presente volume  sarà destinato ai progetti dell’Associazione  INSHUTI Italia-Rwanda onlus

LA PREFAZIONE DI DON LUIGI CIOTTI

A Palermo, durante l’omelia per il venticinquesimo anniver­sario della morte di Pino Puglisi, papa Francesco disse di lui che «seminava il bene, tanto bene». Credo che la scelta di questo ter­mine, “seminare”, non fu casuale, come del resto mai lo sono le parole pronunciate dal papa. Seminare è un verbo del vocabo­lario contadino e porta con sé i risvolti anche simbolici di quello che è il lavoro più antico e ancora oggi più necessario per l’uomo: la fatica, la cura, l’affidamento, la speranza.

Gabriella Cascio, nel suo ben documentato studio, ci ricorda che Brancaccio nasce e prospera come borgata contadina, e che proprio in quelle sue origini rurali affondano anche le radici di una certa criminalità mafiosa, che poi attecchirà approfittando di uno sviluppo urbanistico disordinato, causa di povertà mate­riali e culturali sempre più profonde. Padre Puglisi, che a Bran­caccio ci era nato, conosceva bene le dinamiche del quartiere, e sapeva che ai suoi molti problemi sarebbe stato possibile porre rimedio soltanto attraverso una paziente opera di educazione delle persone, di ricostruzione del legame sociale e del senso di comunità. Se la “cultura” mafiosa del sopruso e del favore pro­sperava grazie ai vuoti di opportunità e diritti, la Chiesa non po­teva accontentarsi di enunciare un ideale astratto di moralità, una generica esortazione alla giustizia. Ecco allora che seminare il Vangelo nel cuore della gente era per lui inscindibile dal semi­nare piccole proposte concrete di partecipazione alla vita comu­nitaria, non soltanto in chiave religiosa.

Dove seminava, don Pino? Ovunque, ci conferma Gabriella, che meritoriamente per questo suo lavoro di ricerca ha puntato proprio sullo strumento che don Puglisi considerava primario: l’ascolto delle persone. Sono preziose le testimonianze che l’au­trice ha qui raccolto, e che ci consegnano l’immagine di un par­roco capace di accettare il linguaggio crudo dei ragazzini, pur di entrare in relazione vera con loro, e di imparare giochi di carte per creare l’occasione di un confronto con gli anziani. Un parroco che non temeva di inimicarsi i fedeli più influenti criti­cando lo sperpero di soldi per processioni e iniziative di fac­ciata, mentre non cessava di sollecitare le istituzioni affinché stanziassero i fondi per opere di utilità immediata, come l’edi­ficio della scuola media o altri interventi strutturali per rendere più vivibile il quartiere.

Come nella parabola del seminatore, don Pino lasciava che i suoi semi cadessero anche fuori dalla terra fertile, e non per im­perizia, ma per la convinzione profonda che una conversione sia possibile per chiunque, se accompagnata dall’esempio di altri uomini e dall’amore di Dio. Il pentimento di uno dei suoi assas­sini, anni dopo il delitto, è forse il frutto insperato di un seme caduto sul terreno più arido e sassoso.

Nei soli tre anni che don Puglisi ha passato a Brancaccio come parroco, ha visto germogliare e crescere molti dei suoi semi: uno su tutti il Centro Padre Nostro, fulcro della sua attività pastorale con i più giovani. Probabilmente, ci dicono i processi e ci ripetono i testimoni interpellati da Gabriella, fu proprio il successo di quel centro a costargli la vita, perché i mafiosi non sopportavano che qualcuno facesse loro “concorrenza” nel re­clutare i ragazzini, togliendoli dalla strada e mostrando loro una strada alternativa alla violenza per realizzarsi nella vita.

L’autrice ha voluto leggere l’esperienza pastorale di don Pu­glisi come un esempio di quella “Chiesa in uscita” che oggi papa Francesco invoca quale autentica espressione dello spirito con­ciliare. Non posso che sposare in toto la sua visione, aggiun­gendo che figure come quella del parroco di Brancaccio, o di don Peppino Diana ucciso pochi mesi dopo a Casal di Principe, sono state la coraggiosa avanguardia di una Chiesa che da allora, superando certe ambiguità del passato, non ha smesso di inter­rogarsi, ripensarsi e mettersi in gioco. Ho conosciuto personal­mente tanti esempi di un cattolicesimo che salda la fedeltà al Vangelo con quella ai principi della Costituzione, e che si fa pre­senza viva dentro le comunità più esposte alle logiche criminali, rispondendo con la Parola del Padre ai vaniloqui dei padrini, ma anche con la forza di un impegno personale, concreto, quoti­diano, alle speranze di giustizia della gente.

La libertà e dignità che Pino Puglisi ha regalato a tanti abi­tanti di Brancaccio, i cui percorsi di vita sono tratteggiati in que­ste pagine come segno tangibile del cambiamento da lui gene­rato, sono state insieme il frutto e il nuovo seme di un impegno che oggi continua nel suo nome.

Don Luigi Ciotti

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