venerdì 23 ottobre 2020

“Le mie lotte da figlio di emigrante”. Enzo Campo lascia la guida della Cgil di Palermo


di CLAUDIO REALE
Il segretario della Camera del lavoro si dimette: “ Ho 66 anni, coltiverò la mia vigna e ho cento libri da leggere” L’infanzia da capofamiglia, gli incontri con Danilo Dolci, le battaglie al fianco degli edili. Anche contro i mafiosi
La storia che oggi giunge all’epilogo inizia con un buffetto del senatore Giuseppe Avellone: « Mio zio era un galoppino dc e mi portò da lui. “ Mischino — gli disse — suo padre è emigrato in Germania”. Non mi piacque essere compatito e non mi piacque ricevere la promessa di Avellone: “ Di te mi occupo io”. Allora capii cosa volevo fare: quello era il potere, e io volevo combatterlo, fare politica » . Quella traiettoria, la traiettoria di Enzo Campo, arriva al suo apice oggi: il segretario della Cgil di Palermo, 66 anni, rassegna le dimissioni, per l’avvio delle consultazioni online che porteranno alla scelta del suo successore. «A lui — dice Campo — lascio una Cgil che si apre alle nuove identità di lavoro, ai rider, al presente e al futuro».

E dire che questa storia affonda salde le radici nel passato. In una Sicilia d’altri tempi, che cerca l’emancipazione attraverso il lavoro: i Campo, a Partinico, erano infatti una famiglia di muratori, e quando il padre decise di cercare fortuna a Düsseldorf, alla stazione di Palermo lo seguirono la moglie e i tre figli: Enzo, Elena e Filina. «Avevo sei anni — racconta il segretario della Cgil — e per la prima volta assaggiai il pane di Palermo nel cestino che la Croce rossa dava agli emigranti. Mio padre me lo regalò e, mentre mia madre piangeva, mi disse: “ Sei il maschio di casa, ti affido la famiglia”».

Quella volta partì soltanto il padre, ma sarebbe durata per poco: dopo un tentativo di stabilirsi tutti in Toscana che si infranse contro la diffidenza nei confronti dei meridionali, anche la madre partì, e a quel punto Campo diventò letteralmente il capofamiglia. « Andavamo in collegio — ricorda — quando mio padre tornò, dopo il terremoto del Belice, il direttore lo convinse: “ Se partisse — gli disse — non avrebbe un futuro”. Mio padre tornò in Germania solo con le mie sorelle. Ero il figlio che studiava».

Già, perché questa è una storia di emancipazione, di rottura della cristallizzazione sociale. Lo raccontano, involontariamente, anche gli esempi che fa Campo: per l’esperienza toscana chiama in causa “ Novecento” di Bernardo Bertolucci, per la Sicilia rurale Pietro Germi, per un incidente sul lavoro “ Metello” di Vasco Pratolini, persino la narrazione del sé universitario rimanda ad Antonio Gramsci e all’intellettuale organico. « Io — rivendica il sindacalista — dovevo emancipare me per emancipare la famiglia».

Così, a Partinico, iniziano gli incontri con una Sicilia in evoluzione: Danilo Dolci e la radio dei poveri cristi, poi tramite questi Peppino Impastato e la sinistra extraparlamentare. « Ero attratto dal Pdup e persino affascinato dalle Brigate rosse — ammette — ma poi, proprio al funerale di Impastato, mi colpì un fatto. Fu impedito a Franco Padrut, che allora guidava la Fiom, il sindacato più di sinistra, di parlare. Discutevamo sempre della critica al Pci, ma lo criticavamo da fuori. Pensai che per cambiare qualcosa bisogna starci dentro».

Dentro il Pci, dunque, e soprattutto dentro la Cgil. « Mi proposero di guidare la Camera del lavoro di Partinico — spiega — e per convincermi mi dissero che sarei stato la terza carica del paese: “ Prima viene l’arciprete, poi il sindaco, poi il segretario della Cgil”. Accettai » . Da lì Campo passò alla Fillea, la categoria degli edili della quale all’inizio del nuovo millennio è stato anche segretario regionale e poi componente della segreteria nazionale: nel nome del padre, in fondo, a rappresentare i diritti dei lavoratori come lui. Fra le difficoltà: «Un giorno di fine anni Ottanta ero a Borgetto in un cantiere. Lì conoscevo tutti. Arrivò una Mercedes nera e scesero in due: un signore accompagnato da un energumeno con i Ray- Ban neri. All’improvviso intorno a me si creò il vuoto: “Questo non è campo suo”, mi disse. Era il boss: “Ha una bella macchina — soffiò — se la goda”. Mi raggelò il sangue » . Eppure quel corpo a corpo con una mafia nel pieno delle sue forze si scontrava con gli incidenti di percorso: «Tornai in città e lessi il giornale. Titolava “ Palermo porto delle nebbie”. C’era stato il corteo con le bare che fu letto come un’intimidazione. Noi, però, le intimidazioni le subivamo».

Intimidazioni o peggio, come a Portella della Ginestra: «Quando ero piccolo — sorride Campo — sognavo di parlare lì da segretario della Cgil. L’ho fatto, e una volta l’ho anche fatto con un punto di riferimento come Emanuele Macaluso. Mi chiedono cosa farò dopo: non voglio altro, solo coltivare la vigna e leggere un po’ » . Già, l’intellettuale organico: « Ci sono cento libri che mi aspettano » . Perché l’emancipazione è una strada senza fine. Ed è una strada intrinsecamente politica.

La Repubblica Palermo, 23 ottobre 2020

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