martedì 6 ottobre 2020

Carla Nespolo la partigiana di tutti


di UMBERTO GENTILONI
Scomparsa a 77 anni la presidente dell’Anpi. In prima linea contro intolleranza e razzismo, si è battuta affinché l’antifascismo diventasse valore condiviso. Senza chiusure ideologiche
Eletta a inizio novembre 2017 sulla spinta di una discontinuità possibile, Carla Nespolo era alla guida dell’Associazione nazionale partigiani da meno di tre anni. Sullo sfondo l’orizzonte di un tempo nuovo e di una sfida collettiva: ragionare sulla cornice dell’antifascismo quando la generazione dei protagonisti comincia ad assottigliarsi. Un dato profondo, una convinzione che percorre i tornanti di una vita. Le radici più vitali e profonde della lotta di liberazione hanno il pregio di continuare a trasmettere messaggi e speranze, di porsi il problema di arrivare a chi non c’era, a chi è venuto dopo o a chi ha scelto per le ragioni più diverse di voltarsi dall’altra parte.

Nata nel 1943 prima dello sbarco anglo americano in Sicilia, del bombardamento sulla città di Roma, della caduta di Mussolini e dell’armistizio dell’8 settembre, Carla Nespolo è scomparsa ieri all’età di 77 anni. Tra i tanti messaggi di cordoglio quello del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: «Ha dedicato il proprio impegno a contrastare, anzitutto sul piano culturale, educativo e civile, tutte le forme di violenza, di xenofobia, di razzismo che possono attecchire nelle pieghe della società».

Il suo rapporto con l’antifascismo si costruisce, come per tanti, a partire dall’ambiente familiare in un tempo successivo agli eventi del conflitto mondiale: uno zio partigiano, la stella polare della Carta costituzionale, la sinistra come quadro di riferimento. Insegnante, pedagogista, militante comunista, per decenni impegnata in Piemonte a fianco delle donne lavoratrici, eletta alla camera dei deputati nel 1976 e al Senato della Repubblica nel 1983, passa dal gruppo comunista al Partito democratico della sinistra dopo la svolta del 1989. La cifra del suo impegno negli ultimi anni si rinnova attraverso la serietà di una scelta che punta a tenere insieme pagine del passato con prospettive inedite, l’eredità del lungo dopoguerra della Repubblica con i problemi complessi delle società contemporanee. Lo ha affermato a chiare lettere in diverse occasioni: il rischio che la storia venga dimenticata o piegata a letture strumentali rappresenta una condizione insopprimibile, un dato di partenza che riguarda diverse generazioni d’italiani. Se la risposta prevalente diventa quella della chiusura identitaria, della proposizione rigida di appartenenze ideologiche, allora l’antifascismo è destinato a una marginalità senza appelli. Si disperde un patrimonio prezioso pensando di affermare una presunta superiorità inattaccabile in nome di recinti e certezze invalicabili.

Carla Nespolo declina il pensiero delle donne nel cuore della contesa sul passato cercando tracce che possano aiutare a comprendere segmenti o dinamiche di un presente inquieto. Non nasconde lati oscuri e controversi delle istituzioni quando prende la parola in piazza Duomo a Milano in occasione del cinquantesimo di Piazza Fontana cercando di mostrare l’itinerario possibile di un antifascismo aperto alla società, ai nuovi conflitti, ai linguaggi di ragazze e ragazzi di oggi. La prima donna alla guida dell’Anpi qualifica il ruolo delle donne nella Resistenza lo ribadisce con richiami, esempi, biografie e storie trasmesse con passione. Non parla di sé e del suo vissuto, è cresciuta dopo quella grande cesura, si muove tra le conoscenze storiche da consolidare e le memorie di tanti da trasmettere senza filtri o falsi unanimismi condivisi.

Negli ultimi anniversari, quelli segnati dal lockdown del paese, propone gesti e simboli per riconoscersi: un fiore per le ventidue donne costituenti, un’attenzione rinnovata verso i temi della lotta al razzismo e alle intolleranze diffuse. «Una cosa deve essere chiara: il fascismo trova il suo humus culturale nel razzismo. Le due cose vanno combattute insieme: dire ai poveri che i loro nemici sono i più poveri è la cosa più antidemocratica e ingiusta che si possa fare ». Un’argomentazione semplice e immediata capace di tenere insieme gli interrogativi sulla lunga durata del fascismo, sulle sue tante strade e i problemi stringenti dell’integrazione difficile nell’era della grandi migrazioni e della crisi economica dilagante. Le riserve indebolite delle democrazie dell’occidente mostrano derive preoccupanti: intolleranze, discriminazioni, forme di prevaricazione.

Si era battuta nelle scelte sulle celebrazioni del 25 aprile per aprire il confronto sulla declinazione delle diverse resistenze colorate che animano la società italiana tra il 1943 e il 1945, fino a riconoscere il protagonismo significativo di tanti: dai militari ai renitenti alla leva, dall’impegno della Brigata Ebraica alle forme diffuse di solidarietà popolare. La Costituzione raccoglie le diversità, le fa vivere in un contesto più ampio spingendo verso un continuo rinnovamento che non prevede approdi sicuri. Il contrario delle impostazioni stratificate, dei monumenti senza storia, delle narrazioni senza contraddizioni che pure hanno animato vasti strati della cultura di sinistra. Un pragmatismo curioso e partecipe capace di offrire sintesi e parole chiave. Lo sguardo vigile di una donna impegnata in politica.

Intervenendo al Senato il 5 marzo 1985 sulla Ratifica della Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna, adottata a New York il 18 dicembre 1979 afferma: «Il Parlamento italiano giunge con un grandissimo ritardo, oltre cinque anni, dopo che ben 50 paesi nel mondo l’hanno ratificato». Una critica ai tempi di attuazione, una grave responsabilità e un problema di prospettiva frettolosamente cancellato che continua a interrogarci: «Le leggi che hanno segnato la storia di milioni di donne nel nostro paese hanno contemporaneamente segnato il cammino e lo sviluppo della democrazia italiana, per tutti, uomini e donne».

La Repubblica, 6 ottobre 2020

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