venerdì 4 settembre 2020

L’idea di Chiesa e di sacerdozio che ci lascia Cosimo Scordato

Don Cosimo Scordato, parroco di S. Francesco Saverio a Palermo

di 
AUGUSTO CAVADI
Con la celebrazione eucaristica di domenica 6 settembre (preceduta da un incontro pubblico, sabato 5 alle ore 11, all’interno della Via dei Librai, in via Collegio Giusino, in cui saranno presentati gli ultimi due volumi di don Cosimo Scordato) non è solo il quartiere Albergheria che saluta il rettore della chiesa di san Francesco Saverio, ma in un certo senso tutta la città di Palermo. Grazie al suo carisma di animatore di comunità e di predicatore, infatti, da più di trent’anni le sue messe, a due passi dal mercato di Ballarò, sono state frequentate da persone provenienti da tutte le zone della città e non di rado anche da turisti che ne avevano notizia grazie ai suoi libri e alle varie interviste rilasciate.

Tuttavia sarebbe riduttivo limitare il significato di questo pensionamento da rettore di una chiesa del centro storico a una vicenda biografica particolare, per quanto interessante e degna di memoria. Con don Scordato, infatti, esce dalla scena pubblica "ufficiale" un modello di prete incarnato da diversi esponenti della sua generazione, anch’essi in quiescenza o in procinto di andarci. E questa dimensione simbolica è ancora più rilevante di una decisione personale.

Dopo il Concilio ecumenico Vaticano II (1962 – 1965) anche in Sicilia hanno scelto di diventare presbiteri dei giovani che abbracciavano con convinzione la svolta epocale della Chiesa cattolica. In particolare almeno tre indicazioni principali.

La prima: i cristiani non devono rapportarsi ai concittadini dall’alto di una cattedra, ma come compagni di ricerca e di strada. L’adesione di fede al vangelo non esime dall’imparare con docilità le lezioni della scienza, della filosofia, delle arti, della politica nobile. Don Scordato ha saputo relazionarsi in questa maniera con intellettuali e artisti, professionisti e operatori sociali: con semplicità laica, senza spocchia né malcelato senso di superiorità. Ne sa qualcosa Francesco De Gregori quando, di passaggio da Palermo, chiede al suo amico prete di passare riservatamente una sera in trattoria a parlare di musica.

Una seconda indicazione: i cristiani sono autorizzati non a farsi giudici di alcuno (sulla base di parametri morali non di rado insostenibili), ma solo a porgere una mano a chi ne faccia richiesta in passaggi problematici dell’esistenza. Sin dalle prime messe a san Saverio la chiesa è stata affollata da persone separate, divorziate, omosessuali, alcoliste: con decenni di anticipo sul magistero di papa Francesco, don Scordato ha mostrato – con le parole e con i gesti d’accoglienza – che il predicatore nomade di Galilea è venuto per i malati, non per i sani; per i peccatori, non per i giusti.

Infine, ma non per ultima in ordine d’importanza, la terza indicazione: la chiesa di Gesù di Nazareth è aperta a tutte e a tutti, ma non indifferentemente.

Non senza opzioni preferenziali. Essa non può restare neutrale nella tensione dialettica fra chi possiede molto e chi possiede poco o nulla; fra chi occupa posti apicali nelle istituzioni per corrompere e lasciarsi corrompere e chi vive la politica come servizio di liberazione degli svantaggiati; fra criminali e loro amici, da una parte, e chi mette a rischio la propria vita per contrastare il dominio mafioso. Ne sapeva qualcosa Paolo Borsellino quando, con la massima discrezione, arrivava puntuale per partecipare alle celebrazioni eucaristiche domenicali.

L’elenco di ciò che il concilio Vaticano II ha suggerito ai preti come don Cosimo sarebbe troppo lungo da sciorinare. Ma non si può fare a meno di constatare che, dopo la morte di Paolo VI, il lungo ‘regno’ di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI ha deluso molti pastori (che infatti hanno abbandonato la talare) e attratto al sacerdozio dei giovani caratterizzati, nella maggior parte dei casi, da altre sensibilità, altre motivazioni, altri stili. Si badi bene: non sono in questione limiti soggettivi, peraltro inevitabili in chiunque, ma modi di interpretare la figura e la missione del prete. Nell’attuale generazione dei preti, tra i quaranta e i cinquant’anni, numerosi sono quanti vedono nella mentalità laica, nella fatica della ricerca culturale, nell’impegno sociale (anche rischioso) degli optional rispetto a ciò che ritengono fondante e prioritario: il ruolo di funzionari di Dio, di amministratori ‘moderati’ di un’Istituzione che non deve scandalizzare nessun fedele. Con don Scordato, insomma, si chiude una stagione che avuto i suoi protagonisti noti e meno noti e perfino i suoi martiri: don Pino Puglisi in Sicilia, don Beppe Diana in Campania. Per chi non vive di nostalgia per la Chiesa "madre e maestra", giudice dei peccatori e preoccupata di difendere lo status quo della società da qualsiasi genere di innovazione, resta una sola speranza: che grazie a vescovi come Lorefice a Palermo o Bergoglio a Roma si formino nuove generazioni di preti che spendano le energie (e gli introiti!) secondo la testimonianza di un don Milani: per servire i poveri, senza servirsi di loro.

La Repubblica Palermo, 4 settembre 2020

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