martedì 22 settembre 2020

“Le sorelle Macaluso”: luce e poesia nel drammatico film della regista Emma Dante


Un'immagine del film "Le sorelle Macaluso"

di
GIOVANNI BURGIO
Un film che colpisce per trama, interpretazione e linguaggio cinematografico. Con “Le sorelle Macaluso” Palermo può celebrare definitivamente la sua poetessa Emma Dante.
Questo film ne completa ormai la variegata personalità di attrice, scrittrice, regista teatrale e regista di opere liriche. Le colombe che fin dai primi fotogrammi volano alte nei cieli possono sicuramente simboleggiare il suo raggiunto salto di qualità. È assieme un film tragico e lieve. Certamente. Però, non è un film facile. Chi cerca svago, azione o leggerezza, è meglio che si orienti verso altre pellicole in programmazione. Perché amarezza e tristezza inondano ampiamente l’animo.


Le sorelle Macaluso: un legame duraturo

È la storia di cinque sorelle che fin dalla prima scena lottano alacremente, tutte insieme, unite e compatte, per scavare un buco nel muro che gli permetta di vedere oltre. Per affacciarsi alla vita, al mondo esterno, anelato con curiosità e tanta allegria. Un nucleo familiare coeso che sopravvive grazie a un lavoro marginale: l’allevamento nella propria casa di decine e decine di bianche colombe da far volar in occasione dei matrimoni.

Il legame tra le sorelle è forte e duraturo. Supera le gelosie, le invidie, le incomprensioni. L’unico elemento disturbante proviene da fuori, dagli altri, dall’unico uomo estraneo alla famiglia che dà valore alle cose (alla casa) anziché ai rapporti, ai sentimenti, ai legami che sono solidi e stabili tra le numerose sorelle.

Ma lo scorrere del tempo e gli inevitabili eventi dell’esistenza segnano crudelmente il destino di questa famiglia.

Il film ha quindi momenti di gioia e scene di disperazione. Tra i primi rientra senz’altro l’esaltante ballo di tutte le sorelle sulla spiaggia che trascina vorticosamente gli altri bagnanti in una splendida esibizione corale. Nelle seconde, più numerose, ci sono una lite furibonda tra due di loro, il bagno nella vasca di un corpo malato e denutrito, la mesta uscita dalla casa del feretro.

Paesaggi e animali

Ma anche i paesaggi sono contrastanti e opposti. Al bianchissimo cielo dove volano felici centinaia di colombe si contrappone sia il nero di minacciose nuvole piene di pioggia sia il mare spumeggiante in tempesta. Una lotta continua tra la vita e la morte, la giovinezza e la vecchiaia.

Grande è la considerazione degli animali che, così come si ascolta dalla lettura di uno splendido brano, “precedono e seguono” l’uomo e la sua esistenza. Bellissime le due ripetute sequenze in cui le colombe mangiando sul piatto di ceramica producono con i piccoli becchi un ticchettio continuo e delicato. Una riconciliazione con il tanto semplice quanto complesso mondo animale.



La cura dei particolari

Ma il pregio maggiore che ritroviamo nella regista sta nella ricercatezza delle immagini, nell’uso abilissimo della macchina da presa, nel concentrarsi sui particolari. Quest’ultimo aspetto costituisce la cifra distintiva della pellicola.

Cose, ambienti, persone, sono osservati, esplorati, vivisezionati; soprattutto nel loro evolversi nel tempo.

Innanzitutto la casa e le sue stanze. All’inizio un luogo vivo e allegro; poi, poco a poco, l’usura, la trascuratezza, il mal funzionamento, la trasformano in un problema, un ostacolo, un qualcosa di cui forse è meglio disfarsi. E quindi il tracollo, il disfacimento l’abbandono.

Poi i mobili. Tipicamente siciliani, degli anni cinquanta-sessanta, di gusto medio proletario. Anche questi nel tempo si usurano, invecchiano, si spezzano.

Poi i giocattoli. Tanti, tutti da “femmina”, soprattutto piccole e colorate bambole. Qualcosa che stavolta rimane fermo, immutato. Oggetti sempre belli e fantastici che appartengono a un tempo felice e spensierato.

Infine i corpi. Organismi viventi in cui il trascorrere degli anni ne segna inesorabilmente l’appassimento e la morte. I volti, le pieghe della pelle, le bocche, sono attentamente studiati, esaminati, analizzati centimetro per centimetro. Attraverso questo esame si coglie e si esalta la bellezza-trascuratezza-vecchiaia.

Le sorelle Macaluso e Palermo

Ma è anche un film sull’oscura e tormentata metropoli siciliana che fa da sfondo all’intera vicenda. Un’immagine di Palermo che è quella che possiamo vedere tutti i giorni e in ogni suo angolo. Una città sbrecciata, deteriorata, malandata. Una trascuratezza che risale nel tempo e si perpetua negli anni. L’Arena Sirenetta che pur funzionando si circonda di degrado, abbandono, bruttezza, è il luogo simbolo della cultura che non viene valorizzata.

Ma contemporaneamente Emma Dante rivaluta alcuni ambienti cittadini di indubbia bellezza che sempre sono stati visti e considerati dai palermitani luoghi di degrado da cui fuggire. Siti naturali ricchi e floridi, ma maltrattati e osteggiati dalla popolazione locale. La foce del fiume Oreto, il Parco della Favorita, la spiaggia di Mondello, emergono prepotentemente e costantemente nella loro autenticità e potenzialità. Una rivalutazione che ai cittadini produce incredulità e fastidio.

Insomma, i palermitani non possono non vedere questo film. Gli altri ne apprezzeranno immagini, storia, poesia.

Settembre 21, 2020 

https://www.maredolce.com/2020/09/21

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