giovedì 10 settembre 2020

Il saggio. Bagheria, morte del sindaco che dava frumento ai poveri. Prove generali di mafia


di AMELIA CRISANTINO
L’Ottocento è il secolo identitario in cui si definiscono i profili odierni, ma è poco conosciuto e ancor meno studiato: specie quello siciliano, col suo tracimare di passioni e confuse aspirazioni alla libertà. È quindi con sincero interesse che si accoglie un titolo come I misfatti prima della mafia. Bagheria dal 1820 alla Restaurazione borbonica di Biagio Napoli e Salvatore Brancato (Plumelia, 313 pagine, 20 euro), che ha il merito di richiamare l’attenzione su Bagheria, che all’epoca conta circa settemila abitanti e poco dopo l’Unità avrebbe vissuto un clima di violenza tale da produrre numerosi omicidi in pochi anni. L’esito sarebbe stato il processo all’associazione dei Fratuzzi: con le sue 29 condanne quel processo era la risposta dello Stato all’incomprensibile groviglio di violenza all’opera in Sicilia, era come ottenere un certificato antimafia all’incontrario.

I bagheresi venivano condannati perché riconosciuti parte di un’associazione che a livello locale poteva vantare ottime protezioni. Ma non c’era solo Bagheria: nelle conclusioni della Questura, i Fratuzzi facevano parte di una più estesa organizzazione che – a partire dai monrealesi Stuppagghieri – si diramava nell’entroterra palermitano. Del resto Monreale e Bagheria sono per più versi collegabili, e nel 1867 una smarrita Commissione d’inchiesta li accomunava dicendoli parte della « corona di spine che circonda Palermo»: luoghi popolati da gente manesca, dove a ogni rivoluzione erano arrivate squadre di picciotti presto ingovernabili. Biagio Napoli e Salvatore Brancato cercano di osservare cosa accade “prima” di questo esordio.

A un primo sguardo sembra che Bagheria non si distingua dagli altri paesi del circondario di Palermo. C’è l’emergenza creata dal banditismo, dalle “ comitive armate” che tra il 1819 e il 1849 infestano le campagne concentrandosi sull’affare più promettente, l’abigeato: vale a dire un crimine che necessita di un’organizzazione per prelevare gli animali, trasportarli e venderli persino in Tunisia.

Fra i protagonisti troviamo Giovan Battista Scordato, arrestato la sera del 17 gennaio 1841 e protagonista di una fuga da film neorealista nell’ottobre del ’ 42: quando è assieme ad altri undici compagni di sventura e scappano tutti, riuscendo a seminare i cinque gendarmi che li scortano dalla provincia di Catania a quella di Caltanissetta. Nonostante la taglia Scordato non sarà più catturato. Muore nel dicembre del 1843 per mano di un uomo a cui stava rubando il cavallo: ma chissà, forse è tutto un imbroglio per mantenerlo libero e le voci si rincorrono. Ancora nel 1848, quando il fratello Giuseppe arriva a Palermo alla testa di una squadra di bagheresi, subito si diffonde la notizia che il bandito non è mai morto ed è tornato.

Fallita la rivoluzione Bagheria è fra quei paesi che chiedono clemenza, ma non è facile. Adesso i ribaldi spadroneggiano, vengono danneggiate le campagne di chi assieme al sindaco Gesualdo Pittalà s’è recato a Termini a presentare atto di sottomissione. Nelle parole del Delegato, «i tristi passeggiano impunemente armati in Bagaria imbaldanziti che ivi non v’ha attualmente forza che possa reprimerli»: sono “tristi” o sono oppositori politici? Le tensioni arrivano a compimento la sera del 2 luglio 1849, quando il sindaco Pittalà viene ucciso nel suo studio notarile affollato di presenze poco rassicuranti fra cui Giuseppe Scordato, l’ex eroe della rivoluzione che adesso passa da uno schieramento all’altro.

Dai documenti viene fuori che Pittalà, «sindaco borbonico onesto e corretto», addirittura s’era indebitato per comprare frumento dal principe di Valdina – che ne aveva i magazzini pieni – e distribuirlo ai più poveri. Napoli e Brancato concludono che il sindaco è «espressione di una borghesia buona, non mafiosa, culturalmente attrezzata».

Bastano vent’anni e non c’è più traccia di amministratori come Pittalà: attorno al Comune adesso lottano famiglie e fazioni, il clima genericamente violento ha lasciato emergere quella che nel 1876 Leopoldo Franchetti avrebbe definito « borghesia mafiosa».

Nell’introduzione, Antonino Morreale scrive che «per fare una mafia intera ci vogliono tutti gli ingredienti, e nel 1820-50 non ci sono ancora», ci sono piuttosto le condizioni di base a partire dalla disinvoltura nell’uso della violenza. Nel 1876 s’era completato il quadro. Gabelloti, campieri, guardiani e «conniventi di civil ceto» hanno ormai individuato gli obiettivi: in alto i nobili da derubare e in basso i poveri da sfruttare. Forse per la borghesia non era inevitabile divenire mafiosa, ma dobbiamo ancora capire cosa realmente avviene nei paesi che formano «la corona di spine che circonda Palermo».

La Repubblica Palermo, 5 febbraio 2020

Nessun commento: