venerdì 10 luglio 2020

L’anniversario. Quando Palermo perse la guerriglia


di AMELIA CRISANTINO
L’ 8 luglio del 1960 la rivolta popolare contro il governo Tambroni fu soffocata nel sangue. Fu il giorno delle " magliette a strisce"
Nel luglio 1960 sembrò che si fosse toccato il fondo, che il sempre difficile rapporto fra i siciliani e le istituzioni non potesse andar peggio, le mai risolte emergenze sembravano tutte ringalluzzite. Danilo Dolci continuava a pubblicare denunce su denunce, e certo non era colpa sua se l’Italia fiduciosamente alacre del miracolo economico era così lontana dalla miseria dei cortili palermitani. Ma c’era sempre quasi la necessità di scusarsi.

La mattina dell’ 8 luglio, come scrisse Marcello Cimino su " L’Ora", piazza Politeama era presidiata e sbarrata da tutti i lati: era stato indetto uno sciopero generale contro il governo Tambroni che rimaneva in piedi grazie ai voti dei monarchici e dei neofascisti, i quali avevano pure organizzato il loro congresso nazionale a Genova, la città medaglia d’oro della Resistenza. Una sfida a cui risponde un’ondata di scioperi, scontri di piazza, feriti e anche morti, perché la polizia spara e a Reggio Emilia il 7 luglio ci sono cinque morti. Ci sono morti anche nelle manifestazioni minori, come a Licata il 5 luglio, quando uno sciopero per il lavoro vede schierati in campo reparti speciali dell’esercito, polizia e carabinieri: un ragazzo di 22 anni colpito da una pallottola muore per strada.
A Palermo lo scenario è da sommossa. Il corteo indetto dalla Cgil per i fatti di Reggio è scortato da ingenti schieramenti di polizia, l’atmosfera è elettrica: già il 27 giugno una manifestazione degli edili era stata tutt’altro che pacifica, all’altezza della Cattedrale la polizia aveva caricato e solo per miracolo non c’era scappato il morto. A complicare ancora le cose, a Palermo e un po’ ovunque in Italia adesso scendono in piazza i ragazzi: sono i " giovani dalle magliette a strisce" e la mattina dell’8 luglio sono in tanti. Indossano il simbolo della rivolta, arrivano dalle borgate e dal centro storico che si sta svuotando. Sono operai, netturbini e tantissimi edili.
Di prima mattina Pio La Torre è stato al Cantiere navale, e quando comincia il comizio a piazza Politeama riesce a parlare per dieci minuti. Poi arrivano le cariche della polizia, la Celere assalta il corteo e i manifestanti rispondono col lancio di sassi, bastoni, arredi urbani divelti. Lo spazio fra piazza principe di Castelnuovo e piazza Verdi si trasforma in campo di battaglia, alberi e panchine divelte fanno da barricata. Nel pomeriggio la guerriglia urbana prosegue, feroce e disperata. Pio La Torre è nella calca, cerca di impedire che si innalzino barricate ma è impossibile essere ragionevoli: «Non che fossero state lanciate parole d’ordine nuove e tantomeno incitamenti – scriveva Marcello Cimino – eppure le cose presero proprio l’andamento di una sommossa ».
Di fronte alla reazione dei manifestanti, di fronte ai blitz dei ragazzi in magliette a strisce che sbucano in massa dai vicoli, colpiscono e spariscono, i reparti armati perdono la testa. Vengono adoperati gli idranti, i gas lacrimogeni. Infine si spara.
La prima a morire fu la signora Rosa La Barbera di 53 anni: abitante in via Rosalino Pilo, impaurita da quanto accadeva in piazza Massimo si mostrò per un attimo, il tempo di chiudere le imposte di casa. Venne colpita all’addome da un colpo di arma da fuoco sparato da un reparto di carabinieri appostato davanti alla scalinata del teatro. Quello stesso reparto sparò ancora e poco dopo colpì Francesco Vella di anni 44, un operaio-sindacalista molto popolare che cercava di sospingere i giovani edili verso via Bara, al sicuro: stava gridando « via, via, non fatevi ammazzare! ».
Gli scontri si esauriscono e poi riprendono, c’è posto per lo sgomento e anche per la rabbia. I manifestanti hanno gli occhi rossi per i lacrimogeni, sono confusi. Stanno raggruppati, la piazza appare calma quando arrivano alcuni camion con agenti e carabinieri che scendono dai loro mezzi in tenuta da sommossa. Ricominciano gli scontri, quasi nulla viene risparmiato: solo le luminarie per l’iminente Festino, l’unico simbolo che i manifestanti sentono come proprio e quindi rispettano.
Alle 19 la guerriglia impazza. I giovani stanno disselciando via Cavour, lanciano sassi. Ricominciano gli spari. In via Spinuzza muore Andre« Gancitano, operaio edile di 19 anni: giovanissimo comunista, anche lui viene colpito mentre cerca di fermare i suoi compagni. Giuseppe Malleo aveva solo 15 anni, è colpito al torace in via Celso e muore qualche giorno dopo.
Oltre ai quattro morti nel bilancio finale si contano centinaia di feriti e contusi, 40 persone colpite con armi da fuoco, 370 fermati, 71 dimostranti arrestati. Una giornata tragica che trova un’eco anche a Catania dove in piazza Stesicoro, durante la manifestazione contro il governo Tambroni un edile disoccupato, Salvatore Novembre, rimane solo e viene ucciso in una maniera che oggi farebbe indignare il mondo: prima a manganel-late, quando è a terra svenuto un poliziotto gli spara addosso ripetutamente.
Seguono tre diversi procedimenti penali, il più importante ha inizio a Palermo il 16 ottobre. Dopo appena 12 giorni di dibattimento tutti i 53 imputati vengono condannati a pene che vanno dai sei mesi agli otto anni di reclusione.
La mobilitazione promossa in tutta Italia contro il governo Tambroni raggiunse comunque il suo obiettivo, il governo si dimise. Ma il profondo malessere che aveva spinto la parte più povera ed emarginata della città a irrompere con rabbia nella scena urbana non venne compreso. Con un certo imbarazzo forse ci si accorse che i diseredati ogni tanto diventavano una polveriera. Meglio stare attenti.
La Repubblica Palermo, 9 luglio 2020

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