domenica 26 luglio 2020

“Immigrati e donne italiane insieme. Dopo 30 anni nei campi diciamo addio ai caporali”

Lucia Pompigna

DI ALESSANDRA ZINITI
Lucia Pompigna, 58 anni, verrà assunta con regolare contratto grazie alla rete Nocap dell'attivista camerunense Yvan Sagnet che ha salvato dallo sfruttamento 50 donne lucane e pugliesi
Lucia, 58 anni, tre figli e 30 anni di caporalato sulle spalle. Poi l’incontro con Yvan Sagnet, l’attivista camerunense fondatore in Italia della rete Nocap che si batte per la difesa di chi lavora nei campi, immigrati e non. Lucia Pompigna, tarantina, un animo da sindacalista che in trent’anni di duro lavoro nei campi ha quasi sempre dovuto cedere il passo alla tirannia di chi governa il lavoro nei campi sulla pelle di chi ha bisogno di lavorare, è una delle cinquanta donne che la prossima settimana verranno regolarmente assunte per la lavorazione dell’uva da tavola in una delle aziende che hanno aderito al progetto di Nocap, Megamark e Rete Perlaterra per la prima filiera bioetica contro il caporalato dedicata alle donne.
Lucia, 30 anni di lavoro durissimo nei campi per pochi soldi e senza diritti. Ci racconti la sua storia.

“Prima facevo l’impiegata in un’azienda ma ho preferito andar via piuttosto che prestarmi a cose poco pulite. Era un’azienda che ora si definirebbe della “mafia di mezzo”. Avevo 26 anni, un bimbo di due e volevo dare il mio contributo alla famiglia. E ho cominciato con la raccolta dei pomodori. Ho raccolto di tutto pomodori, fragole, ortaggi, uva, da aprile a ottobre. Lasciavo il bambino, prima uno poi anche gli altri due, a mia madre, uscivo di casa che era ancora notte e tornavo la sera sfinita che era di nuovo buio”.

Tutto lavoro in nero?
“Non è solo quello che importa. Spesso c’è il contratto ma non ti arriva la paga o ti arriva solo in parte e ti scompaiono le giornate di lavoro. Ti costringono a sgobbare sotto il sole cocente anche dodici ore al giorno, per 25 euro al giorno. Le visite mediche, se ci sono, ti chiedono di pagarle tu, le scarpe da lavoro, la tenuta, i dispositivi di sicurezza o te li procuri tu o niente. Per andare e tornare dal lavoro rischi ogni giorno la vita stipati tutti fino all’inverosimile in pullmini ferrovecchio senza assicurazione. Quanti braccianti sono morti cosi”.

Eppure lei ci andava, e come lei tante altre donne. Nessuna ribellione?
“Altro che, con i sindacati sa quante volte ci ho provato. Tante denunce, ogni tanto tv e giornali ma poi non è mai cambiato nulla. Il sistema non è mai riuscito a smontarlo nessuno: le piazze dove i caporali raccattano, i pullmini che sfrecciano avanti e indietro dai paesi alle aziende agricole sono sotto gli occhi di tutti. Eppure se osi ribellarti rischi solo tu. Come minimo non trovi più lavoro, se non di peggio. E’ tale la paura delle lavoratrici (qui le donne sono tantissime) madri che non sanno cosa mettere in tavola, che devono pagare la scuola ai figli e ora con la crisi, con quello che è successo a Taranto sempre peggio. E’ tale la paura che alla fine hanno fatto perdere anche a me la forza di ribellarmi”.

E ha continuato anche lei a passare dai caporali?
“Fino a tre anni fa sì. Non c’era altra scelta per lavorare. Prima passi da altre donne che fanno da intermediarie, le cosiddette “caposquadra” che raccolgono le disponibilità e ti piazzano e poi vai e lavori, zitta e muta per una manciata di soldi. Ma nel 2018 ho detto basta. Se avessi chiesto, i caporali mi avrebbero ancora trovato lavoro ma non volevo più sottomettermi dopo tante battaglie perse. Ho preferito stringere la cinghia a casa e tenermi la mia dignità”.

Poi l’incontro con Yvan Sagnet e la nuova prospettiva?
“Si ne sono stata felice. A 58 anni tornerò a lavorare la prossima settimana con una busta paga regolare (sui 45 euro netti al giorno) portata al lavoro con un mezzo regolare, trattata come una persona. Sono cento chilometri da casa mia. Raccoglieremo uva da tavola biologica nelle terre di Ginosa per poi confezionarla nell’impianto di Aba Bio Mediterranea di Policoro. Ma sa quanto ho dovuto faticare per trovare altre donne che venissero a lavorare in questo progetto? Troppa paura, paura di perdere quel poco che avevano con i caporali”.

A tirarvi fuori dal sistema è una rete fondata da immigrati. Un paradosso?
“Ma che paradosso. Quando sei vittima dei caporali non importa da dove vieni. Dagli anni 90 a oggi io ho visto tutta l’evoluzione dello sfruttamento: prima nel Metapontino per la raccolta delle fragole scendevano le donne della montagna, poi siamo arrivate noi del Salento, poi gli albanesi e i romeni e ora gli africani. Cambia la platea ma il sistema è lo stesso. Passa l’idea che gli immigrati ci rubano il lavoro, ma non è così. Il problema è a monte, è il caporalato, una vera e propria organizzazione paramafiosa. Non è una guerra tra poveri. Noi, tutti insieme, dobbiamo trovare il coraggio di dire no”.
La Repubblica, 25 luglio 2020

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