martedì 21 luglio 2020

Devozione o malaffare: il bivio de "l’inchino"


di   GIANFRANCO MARRONE
Uno studio su riti e ambiguità possibili delle processioni religiose in bilico tra l’esibizione di forza e di fede e l’omaggio ai boss
Nel luglio 2014, presso il mercato palermitano di Ballarò, la processione per la Madonna del Carmine viene fatta fermare di fronte la casa di un noto boss mafioso in carcere al 41-bis. In segno di deferenza verso il malvivente la statua si inchina. Nel dicembre dell’anno successivo a Paternò, in provincia di Catania, in occasione della processione per Santa Barbara, mentre la banda intona la celeberrima colonna sonora del "Padrino", due piccole "vare" si bloccano davanti alla casa di un boss locale "annacandosi" ripetutamente. Il figlio del boss si mostra alla finestra salutando soddisfatto. 
L’anno ancora dopo a San Michele di Ganzaria, nei pressi di Caltagirone, durante la Settimana santa il fercolo del Cristo morto viene fatto deviare dal percorso stabilito della processione per sostare dinnanzi l’abitazione del capomafia del paese. Parroco, sindaco e carabinieri, indignati, abbandonano il rito. Ancora, nel giugno del 2016 la "vara" di San Giovanni Evangelista si blocca sotto casa di Totò Riina per omaggiare la moglie del boss affacciata al balcone. Apriti cielo.
Ecco un elenco assai parziale di alcuni episodi riportati dai giornali dove sono protagonisti gli inchini delle statue ai boss mafiosi e alle loro famiglie. Accaduti in Sicilia e non solo, si tratta di casi che hanno fatto molto discutere, se non furiosamente litigare, i vari attori sociali che ne hanno preso parte, direttamente o indirettamente: confraternite, parrocchie, forze dell’ordine, amministratori, commentatori vari, studiosi e, manco a dirlo, esponenti della criminalità organizzata. L’annacata, è stato ricordato, è gesto rituale antico e diffusissimo (ben oltre l’Isola) dal duplice significato: producendo artificialmente un effetto di movimento, le statue sembrano animarsi, agire, danzare, esprimersi; così facendo, i portatori della pesantissima "vara" proclamano pubblicamente tutta la loro forza taurina, come dire mascolina. L’ambivalenza del gesto fa presto a trasformarsi in ironico sberleffo, così come in generale l’inchino, del resto, si presta a molteplici usi sociali: sottomissione o bilanciamento?
Come distinguere allora la tradizionale "annacata" della devozione folklorica dal più mellifluo inchino ai potenti per giunta malavitosi? Come separare un afflato religioso sincero dall’odiosa subordinazione alle logiche dalla mafia? E, soprattutto, sino a che punto è possibile tenere distinte fede popolare, ritualità festiva, criminalità, prassi politica e progettazione della sfera pubblica?
Sono gli interrogativi che si è posto l’antropologo messinese Berardino Palumbo nello scrivere l’importante, denso e problematico libretto "Piegare i santi. Inchini rituali e pratiche mafiose", appena uscito dall’editore Marietti (pagine 169, 13 euro). Per rispondere Palumbo mescola con cura sottili argomentazioni teoriche circa il costituirsi complesso delle identità culturali con una serie di studi di caso, come dire di racconti di vita vissuta, sia individuali che collettivi.
L’idea di fondo è tanto semplice quanto decisiva: l’inchino delle statue sacre ai malavitosi assume significati molto diversi a seconda dei contesti culturali in cui ha luogo. Così, piuttosto che parlare genericamente di una religiosità degradata, spuria, inautentica che diviene funzionale alla criminalità organizzata, se si vuole comprendere a fondo questo genere di fenomeni – e dunque meglio condannarli – occorre abbandonare le nostre comode distinzioni (tipiche della modernità, e tutt’altro che universali) tra religione, politica, violenza, criminalità, cittadinanza.
Le culture in cui l’inchino rituale viene praticato sono le stesse in cui, sottolinea Palumbo, la gente si autoflagella sino allo sfinimento o lecca il pavimento che conduce all’altare. Troppo facile, per noi, dire che si tratta di superstizioni irrazionali, di residui di riti pagani o, che è lo stesso, di supino asservimento alla criminalità organizzata. La mafia, certo, si insinua tatticamente tra le pratiche religiose a suo uso e consumo. Ma queste ultime hanno da sempre utilizzato la fede per strutturare l’ordine sociale, dandogli un’organizzazione, un’arena polemica, e perciò un senso. Appartenere a una parrocchia vuol dire avere una precisa identità, la quale si costituisce in opposizione alle parrocchie degli altri. Così a Catalfàro, sugli Iblei, essere "marianese" (devoto alla Madonna delle Grazie) vuol dire non essere "nicolese" (devoto a San Nicolò). E viceversa. Non c’è niente da fare, le conventicole incidono in profondità nell’animo umano, costi quel che costi.
Va in questo senso la storia di Zi’ Mariano, umile e amabile lavoratore che da Catalfàro emigra a Torino in cerca di fortuna, senza mai perdere il suo senso di appartenenza alla parrocchia del paese natìo. Al quale fa ritorno in età avanzata, riprendendo a frequentare la confraternita della Madonna delle Grazie. Così, non appena la Curia prova a riformare la procedura della processione pasquale, non esita a menare il parroco. Violenza? Certo, secondo i nostri parametri illuministi. Secondo i suoi, desiderio di proteggere la propria devozione, di mantenere fede a un progetto di vita. Ciò non significa, e Palumbo lo sottolinea più volte, giustificare alcunché. Anzi. Vuol dire semmai misurare la distanza che ci separa da un mondo che, volenti o nolenti, è pur tuttavia ancora il nostro.
A Messina, pochi anni fa, hanno spostato il tracciato del tram per non ostacolare il percorso della " vara" dell’Assunta che si tiene da secoli il 15 di agosto. Un inchino alla Madonna o una furbata per mal nascondere gli interessi di un gruppo imprenditoriale colluso con la mafia? Domanda mal posta: le due cose insieme.
La Repubblica Palermo, 21 luglio 2020

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