venerdì 10 luglio 2020

Ci scrivono. A proposito di murales, memoriali e stereotipi: Ho dei pensieri che non condivido...

Il murale di via Salvatore Aldisio a Corleone
Pubblichiamo con piacere questa lettera che ci ha inviato Maria Cutropia. Ci auguriamo che si possa aprire un dibattito serio e civile sui problemi da lei posti. Città Nuove è disponibile a pubblicare tutti gli ulteriori contributi che verranno in questa direzione (dp)
MARIA CUTROPIA
Una realtà complessa, voglia di rinascere e di scappare via. La “società paesana” ha tanto per le mani, eppure a volte se lo fa portare via.
Le strade della nostra cittadina non sentono parlare di attivismo mafioso forse dalla fine degli anni novanta, quando poi tutto si è spostato nelle grandi città, dove era possibile trovare ancora più denaro. È stato un male per la società, perché in questo modo era più facile danneggiare tutti, ma un bene per Corleone, no? che tuttavia potevamo riprenderci ciò che ci avevano tolto. Cambiando il modo di estorcere i beni altrui, cambiava anche il modo di affrontare il fenomeno mafioso, che cambiava anch’esso completamente significato - almeno per alcuni - dimenticandosi che non si tratta solo di azioni concrete ma anche di gesti, pensieri e comportamenti. 

Siamo diventati orgogliosi della nostra rinascita, abbiamo provato e cerchiamo ancora di portare questo messaggio a tutti coloro che non sanno, che si basano sul film del padrino, che sono pieni di stereotipi. Forse, però, qualcuno si è dato per vinto, credendo che, essendo gli stereotipi più forti del proprio messaggio, sarebbe stato meglio assecondarli e forse convincere anche loro stessi. Insomma, chi non si sentirebbe a disagio nel non ridere su uno stereotipo, è più semplice ridere con loro al fine di relazionarsi…o al fine di omologarsi.
Lo comprendo, ci hanno insegnato a parlare e a lottare contro la mafia, ma non contro il comportamento da “mafioso”. Ci hanno insegnato a manifestare contro la violenza sulle donne, il pride, il nuovo black lives matter, ma non a denunciare la violenza e la sottomissione verbale. Ecco, ci hanno insegnato a parlare ma non a riconoscere. Ci hanno parlato solo della storia, dei fatti accaduti, è normale che parlare adesso di questo fenomeno potrebbe portarci a chiamarlo “polverone”.
Avevo già da tempo questa consapevolezza sul mio paese, una consapevolezza che mi ha sempre disgustato, e per questo ho sempre provato ad agire affinchè tutto cambiasse e si potesse parlare veramente di rinascita, anche al costo di farlo da sola, anche al costo di non relazionarmi. Perché ancora adesso “credo nelle nuove generazioni perché portano il peso del passato sulle spalle. La storia, gli insegnamenti, gli errori soprattutto. Stanno già tessendo le trame di un futuro migliore usando un filo diretto con il passato, senza che noi ce ne accorgiamo.”
Belle parole, accompagnate dal murales ancora fresco di vernice nelle prime mura di Corleone, dette dall’artista Salvatore Ligama, che attraverso i social ha espresso un altro suo pensiero, del tutto contraddittorio al suo messaggio. L’artista, infatti, pubblica una foto di un memoriale di una donna defunta, il cui cognome è PROVENZANO. Nonostante abbia ricercato delle risposte da parte di Salvatore (mai avute),ho provato a darmi delle spiegazioni da sola:
- avrebbe mai fotografato quell’immagine se vi fosse stato un altro cognome?
- considerato che lo fanno anche i turisti, un artista che è stato incaricato di migliorare l’immagine di Corleone non avrebbe forse dovuto considerare le conseguenze nel rendere pubblico uno stereotipo?
- per quanto l’arte possa avere diverse forme di espressione, cosa mai potrebbe esprimere il memoriale di una donna defunta?
Farmi altre domande avrebbe portato solo a macabre spiegazioni, ma ciò che poi è stato davvero macabro, e che non mi aspettavo da un paese resiliente, è stato il silenzio e l’aver dato come interpretazione la normale (non so dove) usanza di postare cose del genere. É proprio vero che non c'è nulla di peggio del silenzio, perché lì non ti rendi conto di quanto possa essere grave la circostanza, ed effettivamente non ne avevo ancora idea finché non è emerso un altro punto di vista secondo il quale ormai a Corleone abbiamo questa nomea e tenercela o meno non importa nulla, perché "l'acqua mi bagna e il vento mi asciuga".
Cosa si fa in questi casi? Si tira la pietra a chi non ha saputo insegnare il vero significato di legalità (posto proprio sotto al nome di Corleone) al futuro di domani o si prova a recuperare ciò che non è stato appreso? Io, che speranza non ne ho persa, direi la seconda. Dovremmo dare valore a quel murales posto sul quel muro, perché adesso sono solo tre figure con ago e filo in mano. Il problema non è tanto che la mano che l'ha dipinto non pensasse veramente a ciò che stesse disegnando, ma più che altro che molti compaesani non ci credono.
Se tu corleonese credi per primo che i turisti vengano a Corleone solo per vedere il sangue per strada, annulli indagini, ricerche, processi di anni.
Se tu corleonese credi per primo che, come "un cinn’è coviddi" un cinne mafia, rendi vana la morte di Giuseppe letizia, Placido Rizzotto, Bernardino Verro, Giovanni Zangara, Calogero Comajanni, Claudio Splendido, Giuseppe Russo, Filippo Costa, tutti morti sul territorio corleonese affinché tu e chi ti ritrovi accanto vi ritrovaste in un paese migliore. Il suolo su cui poggi i piedi potrebbe essere stato toccato da qualcuno di loro e tu lo stai letteralmente pestando.
“Noi siciliani non siamo nemmeno masochisti: ci facciamo continuamente del male, ma senza provarci piacere.” (Pino Caruso).
MARIA CUTROPIA

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