giovedì 18 giugno 2020

Pro memoria per chi ancora racconta bugie sulla morte di Pasolini

Pier Paolo Pasolini

di FRANCO BUFFONI
Apprendendo della morte di Pino Pelosi, molti oggi hanno comentato: “Così se ne va per sempre la possibilità di conoscere la verità”. Mi permetto di dissentire. La verità è chiara fin dal 2005, quando apparvero tutte le foto del corpo martoriato scattate all’obitorio. Chiunque si rende conto che quel massacro non può essere stato compiuto da un ragazzo di diciassette anni ritrovato con una sola macchiolina di sangue sul pantalone. Persino ammettendo che lo abbia davvero travolto fuggendo in auto. “Erano in tre o quattro, avevano le catene”, disse subito il testimone che abitava nella baracca lì vicino (non più interrogato): gli gridavano “arruso” e “comunista”, lui gridava “basta” e poi “mamma”, che fu la sua ultima parola.

Nelle interviste rilasciate a partire dal 2005 Pelosi ammette di non aver partecipato in prima persona all'aggressione, che in realtà fu compiuta da due persone sopraggiunte in moto (i fratelli neofascisti di origini siciliane Franco e Giuseppe Borsellino, noti nel giro degli spacciatori come "Braciola" e "Bracioletta", entrambi poi morti di Aids) e da altri tre individui scesi da un’altra auto.
Nelle foto il volto e il corpo del poeta recano i segni della lapidazione. Oggi resta solo il dubbio se Pelosi fu esca consapevole o inconsapevole. Propendo per la seconda ipotesi. Con forti minacce contro di lui e contro i suoi famigliari (da Pelosi peraltro ammesse), immediatamente dopo l’arresto, fattegli giungere in carcere. Pelosi doveva scappare a piedi nel piano degli assassini. Invece fuggì in auto, senza patente, e fu fermato dalla polizia stradale.
Che la verità sia in Petrolio e soprattutto nel petrolio non lo dice un poeta o uno scrittore, ma un giudice, Vincenzo Calia, che ha indagato sul caso Mattei, depositando una sentenza di archiviazione nel 2003. Calia aveva scoperto un libro, che è la fonte di Pasolini, Questo è Cefis (L’altra faccia dell’onorato presidente), subito ritirato dalla circolazione. Pasolini riuscì ad averlo in fotocopia. In Petrolio l’onorato presidente si chiama Troya.
Pasolini è stato ucciso perché stava per scrivere sul Corriere della Sera la verità sul caso Mattei. Stava per dimostrare che le Sette sorelle non c’entravano direttamente, che la questione era interna, nostra, italiana; veniva da una saldatura tra istanze di potere politico-mafioso e certe disinvolture “resistenziali” per le soluzioni drastiche: Cefis e Mattei erano stati entrambi anche uomini della Resistenza.
E oggi possiamo forse domandarci quanto di quella acutezza nella conduzione della sua indagine venne a Pasolini dalla conoscenza dei meccanismi “resistenziali” interni alla fine drammatica del fratello Guido (partigiano della Brigata Osoppo, ucciso da altri partigiani comunisti filo-jugoslavi).
Quindi non è vero che Pasolini è stato ucciso dalla sua debolezza, che lo induceva a porsi in situazioni “a rischio” con giovani maschi “eterosessuali”. L’omofobia ha solo reso più cruento e “mascherato” un delitto politico.
Pasolini sarebbe stato ucciso lo stesso. Avrebbe fatto la fine del giornalista Mauro De Mauro. Che fu fatto sparire proprio mentre indagava sul caso Mattei: mafia-Eni-Dc.
Ma a differenza del coraggioso giornalista De Mauro, il coraggioso giornalista Pasolini fu anche un artista, un grandissimo artista, che attraverso il personaggio di Carlo - il cui corpo in Petrolio si consustanzia in merce, divenendo esso stesso petrolio - è riuscito a trasformare l’inchiesta che gli costò la vita nell’opera letteraria-summa della realtà italiana nel secondo dopoguerra.

Da un post pubblicato nel 2017 da Franco Virga sul blog del CESIM di Marineo.

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