mercoledì 24 giugno 2020

Piersanti Mattarella e Mario Amato uccisi dalla stessa pistola. «Due delitti fascio-mafiosi»

6 gennario 1980, l'assassinio di Piersanti Mattarella
di Lirio Abbate e Paolo Biondani


La svolta nell'inchiesta aperta a Palermo dopo la perizia sulla calibro 38 usata dai sicari nei due agguati.  La relazione D'Ambrosio che è stata da poco desecretata, analizza la saldatura tra Cosa nostra e i Nar nell'omicidio del fratello del presidente della Repubblica avvenuto 40 anni faC'è una pistola calibro 38 che collega l’omicidio del presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella, con l’assassinio del magistrato Mario Amato, ucciso a Roma il 23 giugno 1980. Il primo omicidio fu deciso dalla cupola di Cosa nostra, ma gli esecutori sono sempre rimasti ignoti. Il secondo fu organizzato e portato a termine dai terroristi neri dei Nuclei armati rivoluzionari (Nar). La connessione fra i due delitti sta in una Colt modello Cobra calibro 38 special. È l’arma sicuramente impugnata dal killer neofascista Gilberto Cavallini per sparare un solo colpo alla nuca di Amato. Per l’assassinio del magistrato sono stati già da tempo condannati esecutori e mandanti, tutti terroristi di destra.
Un anno fa, il procuratore di Palermo, Francesco Lo Voi, ha riaperto l’inchiesta sull’omicidio Mattarella, per cercare di dare un nome agli esecutori materiali. La svolta nelle nuove indagini emerge da una perizia sulle armi: la pistola che ha ucciso il magistrato risulta «coincidente» con la calibro 38 che era stata utilizzata sei mesi prima per eliminare l’autorevole politico siciliano, fratello dell’attuale Presidente della Repubblica, e fermare la sua azione di rinnovamento della Dc e di contrasto alla mafia e ai suoi complici.


In questi mesi i carabinieri del Ros hanno fatto un grande lavoro di ricostruzione di tutti i delitti dei Nar e delle armi utilizzate. E hanno esaminato, fra tanti vecchi reperti recuperati in vari tribunali, pure la Colt calibro 38 che venne indicata per la prima volta nel 1982 dal collaboratore di giustizia Walter Sordi come l’arma usata da Cavallini per l’omicidio Amato. Quella pistola, come ha spiegato Sordi ai giudici (che lo hanno considerato attendibile) era «delicata» e aveva «dei difetti», perché poteva incepparsi. Il killer che ha ucciso Piersanti Mattarella ha sparato otto colpi con due armi diverse: dopo aver esploso i primi quattro, ha dovuto utilizzare una seconda pistola, passatagli da un complice, perché la prima si era inceppata.

La nuova indagine però si è scontrata con un problema tecnico. I proiettili estratti dal corpo della vittima hanno subito in questi 40 anni microscopiche alterazioni: si sono ossidati, per il cattivo stato di conservazione dei reperti. Il piombo, poroso, ha modificato le striature provocate dall’attrito con la canna della pistola. Nonostante questo, gli specialisti del Racis dei carabinieri sono riusciti a comparare i proiettili dell’omicidio Mattarella con la Cobra usata dai Nar a Roma. Il risultato è «coincidente»: significa che c’è una probabilità molto alta che l’arma sia la stessa. La certezza assoluta non si può più avere, perché l’usura del tempo ha danneggiato i reperti: un confronto esatto al cento per cento è ormai diventato impossibile, con qualunque arma. Ma tutti i dati disponibili collegano quei proiettili proprio con la pistola dell’omicidio Amato: la calibro 38 special usata dai Nar. La procura è cauta, percorre la pista mafiosa, ma torna ad allungarsi l’ombra del terrorismo nero sull’omicidio di Piersanti Mattarella, ucciso il 6 gennaio 1980 davanti alla sua abitazione in pieno centro a Palermo. Il killer è un giovane appostato davanti al suo garage. Il presidente esce in auto, al volante, al suo fianco c’è la moglie, Irma Chiazzese. Il sicario esplode i primi quattro colpi attraverso il finestrino.

Poi la Colt si inceppa. Quindi il killer si avvicina alla Fiat 127, rubata la sera prima, dove c’è un complice che gli passa un revolver Smith & Wesson. Con questa arma il killer spara altri quattro colpi contro la vittima e ferisce la moglie. L’assassino è a volto scoperto e viene visto da altri cinque testimoni: è un uomo sui 25 anni, con l’aspetto da bravo ragazzo, alto circa un metro e settanta, corporatura robusta, capelli castani, occhiali scuri a specchio. La vedova di Mattarella aiuta a disegnarne l’identikit e poi riconosce il capo dei Nar, Valerio Fioravanti, nelle foto pubblicate dopo l’arresto, come una persona molto simile a lui. «Quando dico che è probabile che nel Fioravanti si identifichi l’assassino, intendo dire che è più che possibile», precisa la testimone, «ma non sono in grado di formulare un giudizio di certezza».

Nel luglio 1986 la vedova aggiunge un particolare: il killer aveva uno strano modo di camminare, «un’andatura ballonzolante».
Un terrorista dei Nar, Stefano Soderini, diventato collaboratore di giustizia, viene interrogato dal giudice istruttore Giovanni Falcone, che indaga sugli intrecci tra mafia e destra eversiva. Soderini gli conferma che «la descrizione del killer riferita dalla vedova si attaglia a Valerio Fioravanti», che era soprannominato «l’orso» per quella sua andatura: «Fioravanti si muoveva così anche quando era in azione. Questo suo modo di comportarsi, quasi giocherellone, spiazzava le persone, che non si accorgevano delle sue reali intenzioni se non quando era troppo tardi». Le indagini di Falcone fanno emergere altri indizi. Dopo l’arresto, anche Cristiano Fioravanti accusa il fratello Valerio di avergli confidato di aver ucciso Mattarella insieme a Cavallini, che avrebbe guidato l’auto rubata. Una presunta ammissione che però è viziata da reticenze e depistaggi orditi dallo stesso Giusva. Poi, a partire dal 1988, il pool di cui fa parte Falcone viene smantellato. E a Palermo i vertici giudiziari abbandonano le indagini sui Nar. In mancanza di prove certe, Fioravanti e Cavallini vengono assolti in tutti i gradi di giudizio. La sentenza che li proclama innocenti è definitiva. Per l’omicidio di Mattarella vengono quindi condannati solo i mandanti: la cupola mafiosa.

I retroscena politici del delitto vengono ricostruiti nei dettagli nel processo a Giulio Andreotti: l’accusa di mafia per l’ex premier è confermata fino alla primavera del 1980, ma viene cancellata dalla prescrizione. Da allora in Sicilia i collaboratori di giustizia sono diventati centinaia. Ma nessuno ha saputo indicare i due esecutori: qualche pentito ne ha parlato “de relato”, per sentito dire, senza mai una conoscenza diretta dei fatti. L’origine mafiosa, però, per la procura è fuori discussione, anche se l’identità dei killer resta un mistero perfino per i boss di Cosa nostra che in questi anni si sono pentiti. Strano, per un delitto eccellente come quello del presidente della Regione. E strane sono anche le modalità dell’esecuzione. E l’arma utilizzata. I sicari mafiosi usavano altri modelli di pistole e soprattutto mitra: quasi mai hanno impugnato una Colt. Anche per questo, Falcone ha indagato sull’ipotesi di una saldatura tra mafia e Nar, che si sarebbe realizzata attraverso i rapporti (accertati) tra la Banda della Magliana e Pippo Calò, il boss di Cosa nostra a Roma, condannato per la strage terroristico-mafiosa del treno di Natale (23 dicembre 1984, 16 vittime). Il giudice ucciso a Capaci non era il solo a credere nella pista “fascio-mafiosa”. Più di un anno fa la commissione antimafia presieduta da Rosy Bindi, allo scadere del suo mandato, ha tolto il segreto alla relazione sul delitto Mattarella che venne redatta nel 1989 dal magistrato Loris D’Ambrosio, allora in servizio all’Alto commissariato. D’Ambrosio era legatissimo a Falcone e ha proseguito la sua indagine. Nella relazione spiega che «l’inesistenza di piste mafiose per gli autori materiali non implica, sia ben chiaro, l’esclusione della matrice mafiosa dell’omicidio».

Nel documento di 123 pagine, con decine di allegati, D’Ambrosio conclude che non era solo mafia: «Si tratta di un omicidio di politica mafiosa», che «attraverso una serie di confluenze operative ed ideative apparentemente disomogenee, è in grado di dare il senso compiuto dell’anti-Stato». Mattarella viene ucciso come «nemico dell’anti-stato». E proprio la scelta di affidare l’esecuzione a terroristi neri permette ai capi di Cosa nostra di «disorientare l’opinione pubblica e l’apparato investigativo» e dimostrare «alla stessa organizzazione quanto devastante ed estesa sia la capacità di espansione e controllo che l’anti-Stato è in grado di esercitare». La relazione di D’Ambrosio arriva al giudice Antonino Meli, il rivale di Falcone, nel settembre 1989. E Meli la ignora, rifiutandola per un vizio di forma: impone che venga firmata da Domenico Sica, il capo dell’alto commissariato.

Le nuove indagini hanno scoperto altri indizi e accertato che esponenti dei Nar erano a Palermo nello stesso giorno dell’omicidio. Sulla modalità di falsificazione della targa dell’auto dei killer, identica alla tecnica usata dai Nar è stato accertato che in un covo in Piemonte furono trovati resti di una targa analoga, che però è risultata rubata dopo l’omicidio Mattarella. Le indagini proseguono, alla ricerca di altri elementi di prova, come un guanto lasciato da uno dei sicari nella Fiat 127: un reperto che i carabinieri e i pm di Palermo confidano ancora di recuperare, per sottoporlo ai moderni test del Dna. E smascherare finalmente i killer.

m.espresso.repubblica.it, 23 dicembre 2019

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