lunedì 8 giugno 2020

Per Adnan, almeno una medaglia

Adnan Siddique
EMANUELE MACALUSO
Ci sarà qualcuno in questo nostro Paese che racconterà la storia dei migranti che arrivano? Non parlo solo dei tanti che hanno perso la vita attraversando il Mediterraneo su barconi poi affondati. C’è anche la sosta in Libia dove i profughi sono depredati, torturati, sfruttati e, anche, uccisi. Quando i migranti arrivano a sbarcare sulle nostre coste e se non c’è un Salvini a bloccarli in acqua, per loro è l’inizio di una incerta avventura, talvolta conclusa in maniera tragica. Oggi, su La Repubblica ed altri giornali, si racconta la storia del giovane pakistano Adnan Siddique, 32 anni, da cinque in Italia, che viveva e lavorava a Caltanissetta, la mia città. Parlava bene l’italiano e non tollerava il caporalato esercitato anche da altri pakistani che sfruttano i connazionali impegnati nei lavori agricoli.
La notte del 3 giugno quattro connazionali di Adnan hanno bussato alla porta del suo piccolo appartamento e lo hanno accoltellato sino alla morte. Cosa mai aveva fatto Adnan per attirare tanto odio e violenza? Alcuni mesi fa, aveva accompagnato alla caserma dei carabinieri un suo compagno di lavoro avendolo convinto a denunciare i caporali che gli sottraevano la metà di una già misera paga.

Quel che fanno oggi i caporali, mi fa venire alla mente quanto avveniva negli Anni ’40-50 nel Ragusano. Denunciai quei caporali che, prima di ingaggiare i lavoratori, tastavano i muscoli delle persone per saggiarne la forza. Infatti, anche i braccianti pakistani, prima dell’alba, sono radunati in piazza e i caporali li caricano sui pulmini e li trasportano sui campi per un lavoro di dieci ore al giorno. Al tramonto li riportano indietro prelevando la metà del guadagno.

Il giovane Adnan è stato ucciso perché ha svelato questa pratica. Mi permetto di rivolgermi al presidente della Repubblica perché si ricordi questo eroe, almeno con una decorazione alla memoria.

(8 giugno 2020)

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