domenica 21 giugno 2020

Il blitz. La donna boss tra i fiancheggiatori di Messina Denaro


Matteo Messina Denaro ritratto con la corona in testa:
il dipinto è nella casa della madre a Castelvetrano
di SALVO PALAZZOLO
È un’allevatrice di Castelvetrano, figlia di un capomafia morto suicida La procura voleva arrestarla, ma per il gip non ci sono elementi sufficienti
L’ultimo mistero di Messina Denaro ha il volto di una donna: si chiama Leonarda Furnari, la figlia di Saverio, un mafioso di rilievo di Castelvetrano, morto suicida in carcere nel 1997. Le sue parole sono finite nella rete di microspie disseminate dalla squadra mobile di Trapani e della procura di Palermo nel regno del superlatitante: «La mafia è una filosofia di vita — diceva — significa non farsi scapisare… e siccome tu cresci con la filosofia di vita, per me essere figlia di mio padre è filosofia di vita… dice, sono figlia di un mafioso, sono mafiosa… sono quello, possono dire quello che vogliono… per me è una filosofia di vita, di testa…. Non è quella di andarmi a fottere l’appalto di un altro, il terreno di un altro, la zona di un altro».

Non farsi scapisare: «Farsi rispettare», traducono gli investigatori della Mobile. Parole che valgono più di un trattato di sociologia sulla mentalità mafiosa che ancora resiste, parole che la procura di Palermo aveva posto a fondamento della richiesta di arresto per la donna, ritenendo avesse un «rapporto privilegiato con il latitante Messina Denaro», hanno scritto i pm.
Ma il giudice delle indagini preliminari Claudia Rosini ha ritenuto diversamente: «Non sussistono sufficienti elementi per ritenere l’intraneità dell’indagata a Cosa nostra».
E venerdì notte, nel corso del blitz in provincia di Trapani, le misure cautelari sono scattate solo per due persone: Giuseppe Calcagno, 46 anni, e Marco Manzo, 55, fedelissimi dell’anziano capomafia di Mazara Vito Gondola, lo snodo del sistema di comunicazioni del latitante arrestato cinque anni fa.
Sono state eseguite anche diverse perquisizioni, i poliziotti sono tornati nella casa di famiglia della Primula Rossa di Castelvetrano, in via Alberto Mario, dove abita l’anziana madre.
Nel salotto, l’immagine del padrino in stile neorealistico, con una corona in testa. Il padrino venerato, il padrino diventato un fantasma ormai dal giugno 1993.
I terreni 
Leonarda Furnari resta però indagata per associazione mafiosa: «Ha uno strettissimo legame con il boss Vito Gondola», sostiene l’accusa, che cita alcune intercettazioni. «Voleva accaparrarsi la proprietà di due appezzamenti di terra che un imprenditore agricolo era in procinto di acquistare». Per questa ragione, secondo la procura, l’allevatrice avrebbe chiesto il sostegno di alcuni boss. «Riuscì ad ottenere la convocazione di quell’imprenditore — si legge nell’ordinanza di custodia cautelare — innanzi ai capimafia Antonino Marotta e Vito Gondola. Gli venne imposto di rinunciare all’acquisto degli immobili». E poi fu l’allevatrice ad accaparrarseli. Intanto, proseguivano gli incontri con Gondola: «Era sua figlioccia», ha detto Lorenzo Cimarosa, il cugino di Messina Denaro che dopo l’arresto ha deciso di collaborare con la giustizia. La procura valuta appello contro la decisione del gip.
I messaggi
Fra i misteri di Trapani, una certezza c’è comunque: i pizzini di Matteo Messina Denaro arrivavano nelle campagne fra Mazara del Vallo e Salemi. Questo dicono le intercettazioni. Calcagno faceva da tramite fra Gondola e il resto della catena bloccata cinque anni fa, costituita da Pietro Giambalvo e Mimmo Scimonelli: era Gondola a ricevere i messaggi dal latitante, e ad inviare al latitante. Ma non sappiamo ancora come.
«Ci vediamo alla mannara», diceva don Vito, che è morto tre anni fa. «Ho una rinisca (una pecora, ndr ) buona — sussurrava un altro favoreggiatore al telefono — quando vossia finisce di mungere la scannamu». Sembrano usciti da un romanzo di Andrea Camilleri gli uomini che proteggevano la latitanza di Messina Denaro. Allevatori che parlavano in dialetto al servizio del padrino che è diventato l’emblema della mafia 2.0. Adesso, l’ultima tranche dell’indagine, coordinata dal procuratore aggiunto Paolo Guido e dai sostituti Gianluca De Leo e Giovanni Antoci, ricostruisce le mosse di Calcagno e Manzo: il primo si occupava della rete di comunicazione, il secondo dei collegamenti con gli altri mandamenti; Manzo è uno dei picciotti del clan che nel 2008 incendiò la casa al mare del consigliere comunale Pasquale Calamia. L’esponente del Pd si era permesso di chiedere a gran voce l’arresto di Messina Denaro. «L’indagine è un altro duro colpo agli assetti mafiosi nel territorio del latitante», dice Fabrizio Mustaro, il capo della Mobile di Trapani che domani lascerà la Sicilia per un altro incarico, in Toscana.
La Repubblica Palermo, 21 giugno 2020

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