giovedì 4 giugno 2020

Finalmente la "vera" Verità su Corleone e i garibaldini


NONUCCIO ANSELMO
Finalmente sappiamo la verità sulla battaglia tra esercito regio e garibaldini che si svolse a Corleone nel 1860 e che sta alla base della corsa di san Leoluca. E’ proprio la verità: parola de “I nuovi vespri.it” online dell’indipendentismo siciliano, che lo afferma nel titolo. E a sua volta lo conferma Giuseppe Scianò, antico leader, che firma l’articolo. E’ talmente vera questa verità che sparisce perfino San Leoluca, che gli sprovveduti corleonesi portano di corsa in processione per l’occasione da centosessant’anni, senza sapere la verità: il presunto miracolo – afferma Scianò - è della Madonna delle Grazie, che qui va in festa solo tre mesi dopo, l’8 settembre, ma questo è un dettaglio.

Allora, Scianò ci racconta questa grande verità, per dimostrare che sono stati gli inglesi a compiere l’impresa dei Mille. In linea di massima, sull’”aiutino” inglese a Garibaldi, siamo tutti d’accordo. Il fatto è che Scianò vuole dimostrare la sua tesi inanellando una serie di sciocchezze (minchiate si dice in Sicilia) con grande nonchalance. La prima è che gli eroici soldati delle Due Sicilie si coprirono di gloria in quell’impresa, perché misero in fuga Orsini e i suoi, dei poveri incapaci. La dimostrazione, dice Scianò, sta nell’ampiamente battuta superiorità numerica. Ora, inglesi o no, i dati storici sono certi: la colonna di Mechel era composta da quattromila uomini, il reparto di artiglieria garibaldino, quello che la affrontò a Corleone, era composto da una settantina di uomini. E se pure – come vuol sostenere Scianò – non si trattò affatto di una manovra tattica – e davanti ci fossero stati tutti i garibaldini, sempre mille sarebbero stati (un quarto) o, calcolandoci anche un migliaio di volontari, sempre minoranza sarebbero stati (metà). La verità storica è quella che sappiamo da centosessant’anni: che i garibaldini erano un reparto che fingeva d’essere un esercito, che aveva ricevuto man forte da trecento volontari.
Andiamo avanti: l’eroismo dei Nono Cacciatori. Questo possiamo darlo anche per buono; quello che per buono non si può dare è l’incompetenza degli avversari. Scianò, che poco prima ha affermato che i regi furono accolti da un nutrito cannoneggiamento, poi dice che i garibaldini avevano solo due cannoni (e una columbrina aggiungo io) e tiravano a palla piena e che la fucileria di difesa era inadeguata. Lo stratega Scianò dimentica che tre cannoni a palla avrebbero dovuto coprire a batteria l’intera vallata sotto il Poggio e che la fucileria era rada perché radi …erano i fucilieri. Erano trecento volontari, armati alla meglio, con pistole e doppiette e non con i modernissimi fucili a canna rigata in dotazione ai soldati, e per giunta divisi, perché una buona parte era stata destinata a bloccare l’altra colonna regia che saliva dalle colline di San Gandolfo, la quale, malgrado tutto, era riuscita a impegnarla tirandosela dietro fino a Chiosi, al boschetto del Gatto, dove solo un atto eroico aveva aiutato i difensori a smarcarsi.
Scianò poi ci spiega che il reparto garibaldino in rotta fuggì a Sambuca. In realtà, continuando a fare la lepre, si accorse che proprio a Corleone il gioco era stato scoperto e non c’era più motivo di correre. Così come non corsero più nemmeno gli inseguitori, che a Corleone furono raggiunti dalla notizia che Garibaldi li aveva beffati e, forse con l’aiutino inglese, come dice Scianò, aveva già occupato la capitale. Se ne tornarono indietro, ma non di corsa, nel tentativo di salvare il salvabile, ma molto lentamente, in modo che quando arrivarono la capitolazione era già stata firmata. Che “l’aiutino” inglese fosse arrivato anche a Von Mechel?
Difficile da comprendere poi la posizione contraddittoria di Scianò: vuole rendere onore all’onore dei soldati regi, ma poi dice che per colpa degli inglesi persero sottobanco la partita. Allora, che onore fu? D’accordo, onore ai poveracci, ai comandati, che come sempre non sanno bene neanche perché combattono, ma affrontano fatiche, ferite e morte. Ma quest’onore è da estendere all’esercito in generale, quello composto soprattutto da chi dà gli ordini? Come si può perdere una battaglia imperdibile come quella di Calatafimi? Come si può perdere una capitale come Palermo? Come si può lasciare attraversare lo Stretto senza colpo ferire? Molti pensano che più che agli inglesi i generali borbonici si siano arresi all’oro trafugato dal Banco di Sicilia e – caso strano – Ippolito Nievo, soprintendente dei Mille che tornava a Torino per portare i conti, non ci arrivò mai perché il piroscafo su cui viaggiava, casualmente colò a picco. Dunque, questo presentat-arm è proprio da fare?
Ma – a parte lo "storico" can can - quello che dispiace di più in questa vicenda è che anche il “sicilianissimo” Scianò, strenuo - ma soltanto parolaio - difensore di questa terra, si infila nella trappola della dietrologia mafiosa. Insomma, nel caso in questione, tra Scianò di Sicilia e i soliti denigratori esteri di Corleone, non c’è alcuna differenza. Anzi, una c’è: possiamo comprendere i pregiudizi dei detrattori esteri, non possiamo comprendere quelli di Scianò, sedicente combattente per la Sicilia, il quale afferma tranquillamente che tutti i volontari corleonesi erano mafiosi. Sì, capita spesso ai Corleonesi la croce delle virgolette.

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