martedì 30 giugno 2020

E’ arrivato il momento di selezionare i professori: nessuno può sentirsi ancora inamovibile


di AUGUSTO CAVADI
La ripresa autunnale della scuola è condizionata tra l’altro – come sottolineato in varie manifestazioni di piazza anche a Palermo – dall’assunzione in ruolo di un notevole gruppo di docenti precari. Dagli slogan issati sui cartelli alle dichiarazioni governative sembrerebbe, essenzialmente, una questione di soldi: per parafrasare nonno Libero, un miliardo è poco e due sono troppi…Ovviamente l’aspetto finanziario è imprescindibile e, ogni volta che le statistiche evidenziano le disparità di investimento nel campo dell’istruzione tra l’Italia e gli altri Stati, si resta stupiti e amareggiati.
Ma su questo il consenso generale è facile da raccogliere. C’è un risvolto della questione, invece, talmente scottante che si evita perfino di nominarlo: la qualità professionale degli insegnanti da assumere. La logica, sinora seguita dalla fondazione della Repubblica, è di genere emergenziale: ci sono cattedre vacanti, intanto occupiamole e poi cercheremo di capire l’idoneità di chi le occupa. Tra l’altro, con questa politica, si catturano due piccioni con una sola fava: infatti si soddisfa la fame di insegnanti, ma si dà anche un posto di lavoro a giovani laureati. Naturalmente, saltando i meccanismi ordinari di selezione (i concorsi a cattedra o gli equivalenti funzionali che si sono succeduti negli ultimi decenni), è stato più facile trovare docenti; ma, proprio il numero notevole di essi ha in qualche modo legittimato delle remunerazioni non certo appetibili.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti perché tutti siamo stati alunni, spesso genitori, talora insegnanti: una grande disparità di livello delle prestazioni professionali. Ci siamo abituati, come fosse una sorte ineluttabile, a giocare al lotto: qua una maestra elementare o un professore di liceo preparati, appassionati, comunicativi, pazienti; là un maestro di scuola materna o una docente di scuola media che si esprimono in un italiano approssimativo, che arrivano in classe sbadigliando, concentrati sul secondo o terzo lavoro che svolgono più o meno illegalmente…Questa disparità di attitudini ci scandalizza quando la soffriamo nell’ambito della sanità o della giustizia e la riterremmo pazzesca se riguardasse i capitani delle navi o il piloti degli aerei, ma la tolleriamo molto facilmente quando si tratta della salute mentale e psichica dei nostri ragazzi. Non invidio l’attuale ministra dell’istruzione e ritengo che solo in malafede si possano dettare disinvoltamente ricette sul da farsi nei prossimi tre mesi. Ma sono certo che, al di là delle risposte d’urgenza alle necessità imposte dall’epidemia, qualsiasi governo attuale o futuro non potrà differire ulteriormente la questione della qualità culturale e etica degli insegnanti, dalla scuola materna all’università. In concreto ci sono almeno tre punti da determinare con coraggio innovativo: 
a) i giovani laureati che aspirano all’insegnamento hanno diritto ad affrontare almeno ogni due anni una prova abilitante che assicuri una cattedra, senza dover attendere decenni in condizioni di precariato e di incertezza sul futuro; 
b) i meccanismi selettivi devono essere rigorosi almeno quanto i concorsi per entrare in magistratura o per diventare notai, ma – superati – devono assicurare una retribuzione mensile da professionisti; 
c) nessun docente dovrà considerarsi, come oggi, praticamente inamovibile e illicenziabile: un organo di autogoverno dei docenti deve essere in grado di trasferire ad altri impieghi, o di licenziare, gli insegnanti che per i motivi più vari (di salute fisica, di equilibrio psichico, di demotivazione esistenziale, di disonestà morale…) non sono più – o non sono mai stati – capaci di svolgere con decoro ed efficacia pedagogica i propri delicatissimi compiti istituzionali. 
So già le diffidenze e le obiezioni che ogni proposta di questo genere suscita soprattutto fra i colleghi che scambiano la libertà d’insegnamento – garantita dalla costituzione italiana – con l’insindacabilità del proprio operato didattico. Ma se mi è chiaro quanto a loro che un genitore commercialista o psicoterapeuta non è legittimato a criticare l’adozione di un testo di letteratura greca o le modalità di un’esercitazione di chimica in laboratorio, mi è altrettanto chiaro – a differenza di alcuni di loro – che noi docenti non siamo i padroni della scuola: non possiamo arrivare regolarmente in ritardo, riconsegnare i compiti scritti corretti dopo mesi, intimorire gli studenti con improperi e minacce, esonerarci dalla fatica delle spiegazioni chiacchierando di moda o di sport, valutare gli alunni anche in base a simpatie e antipatie caratteriali…Soprattutto, ed essenzialmente, non abbiamo il diritto di mostrarci insensibili al fascino delle discipline che insegniamo, suggerendo così l’idea che studiare sia un dovere ineluttabile, funzionale al diploma cartaceo, anziché una gioia da privilegiati che dà senso alla vita e rende cittadini/e dalla schiena dritta.
La Repubblica Palermo, 30 giugno 2020

Nessun commento: