lunedì 4 maggio 2020

La povertà materiale e la povertà dell’azione politica


Emanuele Macaluso
EMANUELE MACALUSO
Ogni giorno che passa si ha la certezza che il Paese stia attraversando, e attraverserà, una crisi mai vista dalla fine della seconda guerra mondiale. Oggi alcune aziende hanno ripreso a lavorare: quel che emerge con più nettezza è un crescente impoverimento di gran parte della popolazione, anche del ceto medio produttivo che fa dire a molti artigiani e bottegai di non essere, forse, più in grado di continuare. Anche perché scarseggiano gli acquirenti, i consumatori. Io sono molto vecchio per non ricordare quali furono le condizioni sociali, soprattutto quelle alimentari, negli anni immediati della guerra. Solo quando in Sicilia sbarcarono gli eserciti alleati, angloamericani, nel luglio 1943, fu possibile un relativo miglioramento, in particolare perché c’erano in circolazione derrate alimentari destinate alle truppe d’occupazione. Ma quelli erano gli anni in cui si alimentò anche il mercato nero, di grano, farine, olio, e altri prodotti cui poteva accedere chi aveva risorse finanziarie e un lavoro certo, come gli impiegati pubblici.

Nella mia città, le miniere erano chiuse e allagate, i lavori pubblici nell’edilizia erano solo quelli necessari a sgombrare le macerie provocate dai bombardamenti. Ne ho scritto altre volte ma adesso ci ritorno perché le condizioni del Paese, di molte persone e famiglie del ceto medio impoverito, somigliano a quelle del periodo post-guerra. Oggi tutti chiedono sussidi al governo a causa della assenza di altre risorse. Il governo, in parte, sta provvedendo. Ma facendo crescere il debito pubblico e non si vede come le nuove generazioni potranno pagarlo.
Nel dopoguerra c’erano alcune risorse: la più importante era la speranza che tutto sarebbe cambiato. E un impegno dei grandi partiti popolari e del sindacato, cioè della politica, per uscire dal tunnel. Forse mi sbaglio e la vecchiaia suggerisce pessimismo. Ma oggi la Politica, con la P maiuscola come negli anni del dopoguerra, non c’è. E anche quella con la “p” minuscola non è in grado di mettere in moto impegni politici e sociali che determinino la speranza. Il Pd, ma anche il sindacato, dovrebbero riflettere su questa situazione, discuterne apertamente ed operare affinché si realizzi un risveglio che sia in grado di muovere un’azione sociale, unica possibilità per rianimare la politica.
(4 maggio 2020)

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