sabato 9 maggio 2020

Il pentito di Cosa nostra: “I boss hanno festeggiato per quelle scarcerazioni”

Il guardasigilli Alfonso Bonafede

di Salvo Palazzolo
PALERMO — «I boss di Palermo hanno di sicuro festeggiato per quelle scarcerazioni — sussurra al telefono — so come ragionano, sono stato anche io un mafioso. Hanno festeggiato per la disorganizzazione dell’antimafia». Pasquale Di Filippo, ex killer di Cosa nostra oggi collaboratore di giustizia, è turbato: «Ho letto su Repubblica che è andato ai domiciliari anche Nino Sacco, componente del triumvirato che reggeva il mandamento di Brancaccio. Adesso, ho paura. Perché io ho raccontato tanti segreti di quel capomafia, ho svelato che era uno dei fidati di Leoluca Bagarella, il cognato di Salvatore Riina. Sacco è legatissimo ai Corleonesi, che mi hanno condannato a morte. E quella sentenza non è stata mai revocata».

È un fiume in piena l’uomo che a metà degli anni Novanta ha fatto arrestare Bagarella e una quindicina di killer di Cosa nostra che hanno messo le bombe a Roma, Milano e Firenze nel 1993. Anche Pasquale Di Filippo era nel gruppo di fuoco di Brancaccio, ma rispetto agli altri aveva dei congiunti illustri: il suocero Tommaso Spadaro, uno dei padrini più autorevoli di Palermo, e il cognato, Antonino Marchese, fratello della moglie di Bagarella.
«Un giorno, nel 1991 — racconta — eravamo in tanti davanti al carcere dell’Ucciardone, perché stavano per scarcerare mio suocero e tante alte persone, per decorrenza termini. Poi, però, arrivò un decreto che bloccò tutto. In Cosa nostra non fu presa affatto bene, perché quelli erano i tempi in cui ci si aspettavano delle cose da certi ambienti delle istituzioni, ambienti a noi vicini». Oggi, invece, secondo lei, cosa hanno pensato i familiari dei 376 detenuti, imputati per mafia e droga, che sono andati ai domiciliari nel giro dell’ultimo mese e mezzo? Di Filippo dice: «Dopo le stragi Falcone e Borsellino, lo Stato si è messo a fare seriamente la lotta alla mafia, i boss lo sanno. E neanche loro si aspettavano tanta disorganizzazione e confusione. Ma quando hanno capito che una grande maglia si era aperta, ne hanno approfittato subito, con decine, centinaia di istanze. Ne è venuto fuori un disastro, che non fa certo onore a chi è morto per mettere in carcere tutti quei mafiosi». Intanto, le richieste di scarcerazione continuano ad aumentare. E dentro le cosche un tam tam è iniziato a girare insistente: «Bisogna evitare altro clamore», è sbottato un boss, e la sua esortazione è stata captata da una delle tante microspie che tengono sotto controllo il mondo sotterraneo delle cosche siciliane. Un invito a far presentare l’istanza magari a un familiare,  in modo da bypassare il monitoraggio del Dap. Un invito anche a non far trapelare le notizie di nuove scarcerazioni. «Loro le proveranno tutte — dice Pasquale Di Filippo — perché fanno questo di mestiere: approfittare delle occasioni per trarre il massimo del vantaggio. Ecco perché le istituzioni, in cui ho piena fiducia, devono recuperare al più presto, facendo capire che si è trattato solo di un momento di confusione e di disorganizzazione».
Il collaboratore fa una pausa e riprende: «Certo, non sarebbe dovuto accadere. Perché Cosa nostra vive anche di segnali. E questo è stato davvero brutto. Davanti ai mafiosi non si indietreggia, mai. Altrimenti ti fregano, un’altra volta».

Repubblica, 9 maggio 2020

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