sabato 23 maggio 2020

Giovanni Falcone: l'entità del danno

Francesco La Licata
di FRANCESCO LA LICATA
Qualcuno ha detto che il tempo cancella tutto ed è capace di far sbiadire la memoria. Il ricordo delle cose belle e di quelle brutte: come se la goccia inesorabile del tempo che scorre avesse il potere di cancellare il segno lasciato sulla pietra. Che nel caso degli uomini è carne viva, sangue, dolore e gioia.
Devo confessare che non è proprio così, almeno per quel che è stato ed è per me il ricordo di Giovanni Falcone, di quel che è stato - nella mia vita privata e professionale - l’incontro con un uomo, un magistrato unico e irripetibile. Sono passati ormai 28 anni da quel tragico sabato e non si è mai mosso il chiodo fisso della mia mente che continua a domandarsi: "Abbiamo chiara l’entità del danno subito con la scomparsa di Giovanni Falcone?" E in giorni come quelli che stiamo vivendo (non solo per il coronavirus e la pandemia) la domanda ha ragione di farsi più prepotente perché di fronte alla pochezza di ciò che ci circonda, nella vita, in politica, nella cultura e nelle istituzioni, avvertiamo maggiormente l’entità di quel danno subito.

Cerco nelle pieghe degli ultimi quattro lustri - i capelli bianchi mi aiutano - una storia che possa in qualche modo somigliare alla tragica esistenza di un giudice che sia stato sconfitto non tanto dai "viddani" con la lupara quanto dal mondo che avrebbe dovuto tutelarlo e preservarne la sua preziosa opera in favore della comunità e di quello Stato che Falcone ha rispettato anche dopo aver ricevuto il peggior trattamento possibile. Una storia esemplare, che torna in continuazione come un dolore che si riacutizza senza preavviso e senza apparente motivo. La verità forse sta nel fatto che il ricordo del giudice è stato metabolizzato nella memoria collettiva e non sarà più possibile cancellarlo.
Così ogni volta che si presenta una situazione che riconduca a un confronto col "bene perduto" si riacutizza il malessere e si cerca di superarlo con la ricerca di una estrema cura nel maneggiarne il ricordo. È accaduto così quando mi è capitato di collaborare col maestro Marco Bellocchio nella realizzazione della sceneggiatura del film "Il Traditore". Il protagonista di quel racconto è Masino Buscetta, ma la presenza incombente è quella di Giovanni Falcone, come uomo e come magistrato. Capace di entrare nella testa e nell'anima di un mafioso, trasformandolo non in un eroe, figura impossibile per un criminale, ma in un personaggio complesso, controverso, contraddittorio e, alla fine, comprensibile. Non è casuale che l’incontro tra i due "sicilianissimi" in buona sostanza sia avvenuto senza che i rispettivi ruoli si mischiassero e si confondessero. Masino e Falcone si lasciano senza che l’uno abbia contaminato l’altro. Era questo che faceva di Giovanni Falcone un uomo e un magistrato speciale, seppure esponendolo a critiche ingiuste anche da parte di uomini che avrebbero avuto gli strumenti culturali per coglierne la grandezza.
Ricordo, in particolare, l’amarezza di Falcone nel leggere la recensione al libro scritto con Marcelle Padovani "Cose di Cosa nostra". Ed era l'intellighentia di sinistra, non il becero neofascismo, che lo attaccava rimproverandogli di aver ceduto alla vanagloria di scrivere cose diverse da una sentenza. Come se il peccato di Falcone fosse stato quello di invadere un territorio, la cultura in senso lato, che non gli competeva. Un attacco scritto in buon italiano ma non diverso da tutti gli altri che, più prosaicamente, lo definivano "megalomane con smanie di protagonismo" e arrogante. 
Ma Falcone sapeva incassare, come testimonia la sua storia. Ho conosciuto il giudice alla fine degli Anni Settanta, quando giunse a Palermo dal Tribunale di Trapani, abbandonato in seguito ad una crisi matrimoniale. 
A Palermo non è mai stato amato e non lo fu neppure quando approdò in quel covo di vipere che era il Palazzo di Giustizia. Era bravo e per questo fu subito ritenuto "pericoloso" e quindi odiato. La "palude" temeva - a ragione - che uno come lui potesse disturbare una tranquillità consolidata e consacrata nella tradizione del "cane non mangia cane": tutti amici, tutti insieme, prima nel Palazzo e la sera nei ristoranti e nei salotti. Ma a lui i salotti non piacevano. Falcone era un maniaco della selezione delle amicizie, forse perché scottato dalla precedente vita trapanese. Vedeva solo colleghi, non parlava mai del suo lavoro e teneva un rapporto formale, distaccato ma corretto, con gli avvocati. 
Non riceveva, almeno per i primi anni, i giornalisti. E i giornalisti lo cercavano poco perché risultavano infruttuosi i tentativi di strappargli qualche notizia. Difficilmente lo si poteva vedere al bar, neanche in quello dentro il Tribunale. Le poche volte che percorreva quel corridoio era seguito da sguardi "puntuti" e commenti acidi: "Ma cu è?", chi crede di essere?
Tanta avversione non rallentava la sua marcia verso la notorietà. Contro il suo volere, Falcone divenne oggetto di curiosità mediatica. Fu costretto, anche lì, alla selezione. Quando mise mani alle inchieste "pesanti" si barricò nel suo ufficio e scelse il filtro del videocitofono per selezionare le visite. 
Ero costretto a visite serali per ottenere un po’ del suo tempo: il Palazzo era già buio, ma la sua stanza restava illuminata. 
Erano una fatica i colloqui con Falcone (prima di arrivare al tu trascorsero molti mesi): rispondeva a monosillabi e se proprio era necessario invece di darti il particolare cercava di spiegarti il contesto. Spettava al cronista mettere i fatti in relazione e ricavare la notizia.
A casa lavorava anche di notte, magari col sottofondo di un’opera lirica o di una sonata di Bach. La fama arrivò con le indagini sul grande traffico della droga: il processo che lo portò a imbattersi anche nel gioco grande e nella presenza a Palermo del bancarottiere Michele Sindona. Più cresceva la sua notorietà e più si restringevano gli spazi della sua vita privata, giunta poi all'annullamento totale quando fu costituito il pool che avrebbe imbastito il Maxiprocesso.
Una volta raccolsi tra i corridoi del Palazzo la notizia del pentimento del mafioso Nino Calderone. Non sapevo che risaliva, la collaborazione del boss, a qualche tempo prima, ma arrivava a circolare proprio mentre si preparava la conseguente retata. Mi venne l’infelice idea di chiedere conferma dell’indiscrezione proprio a lui. Falcone mi respinse attraverso il videocitofono, ma quando gli accennai a quello che sapevo mi fece entrare nel suo ufficio da cui non uscii più per tutto il giorno. Temendo una fuga di notizie mi costrinse all'isolamento totale, mi impedì di andare a casa o al giornale e mi proibì l’uso del telefono. Mi massacrò chiedendomi mille volte chi mi avesse dato la notizia, finse di credermi quando gli spiegai che ne avevo preso vari "pezzi" da poliziotti e avvocati, mettendoli poi insieme. Quando mi liberò aveva davvero la faccia stanca. Sorridendo amaro mi spiegò: "Non avercela con me. L’ho fatto nel tuo interesse: se ti avessi lasciato libero e fosse fallita l’operazione di polizia avrei dovuto sospettarti di favoreggiamento alla mafia". Così era Giovanni Falcone: forte ma pieno di umanità. Capace di gioire per le piccole cose della vita: un buon bicchiere di vino, un piatto di spaghetti ai ricci di mare, una gita a Favignana per assistere alla mattanza. Capace di sottoporsi a rinunce anche pesanti, come quando fu costretto a sposare Francesca, la seconda moglie, quasi in clandestinità, complice il sindaco Leoluca Orlando.
Come ogni uomo era anche capace di provare la paura senza per questo farsene condizionare. Così fu dopo l’attentato all'Addaura. Mi ero già trasferito a Roma e presi il primo aereo utile per Palermo. Falcone aveva già parlato con qualche giornalista, a Saverio Lodato (uno con cui Falcone parlava) aveva consegnato i suoi sospetti sulle "menti raffinatissime". Quando lo incontrai, lo trovai stravolto. Per la prima volta lo vidi maneggiare un’arma: teneva un revolver, per terra, vicino al materassino dove dormiva. La scelta di una posizione scomoda per non abbandonarsi al sonno profondo che ne avrebbe indebolito la percezione del pericolo. E quella sera pretese che Francesca, la moglie, andasse via dalla villa. Non fu facile convincerla, dovette imporsi anche alzando la voce.
Il resto è un ballo di alti e bassi. 
Si trasferì pure lui a Roma, al ministero retto da Claudio Martelli. Riuscì, forse, ad allentare la tensione in una città diversa dalla perfida Palermo. Si regalò un po’ di libertà. Uscivamo la sera e qualche volta si liberava della scorta, lasciava i "ragazzi" assicurando che stava per andare a letto e lasciava l’albergo. Una volta lo vidi arrivare alla Stampa, in via Barberini, a bordo di una vecchia Fiat 127. Non mi rivelò mai dove avesse trovato quel residuato a quattro ruote e finimmo a cena da Nino in via Borgognona. 
Quando accettò di scrivere per la Stampa cominciammo a incontrarci regolarmente, e questa è storia nota. Ma l’immagine che mi resta nella mente non è legata a Roma. Lo rivedo, ogni volta che penso a lui e al fardello che ha dovuto portare, in un cupo pomeriggio palermitano nella sua stanza-bunker del Palazzo di Giustizia. Doveva essere un sabato perché l’edificio era completamente deserto. Lo trovai sommerso di scatoloni e carte: stava smobilitando per trasferirsi a Roma. Indossava una tuta da ginnastica grigia con una enorme scritta sulle spalle, un FBI verde sgargiante. Probabilmente un regalo dei suoi amici dell’agenzia americana. 
Era molto nervoso e masticava amaro. Ad un certo punto si lasciò sfuggire un commento acido sulla ordinanza sui cosiddetti omicidi politici della mafia: Mattarella, Dalla Chiesa, La Torre su tutti gli altri. Era scontento di come fossero state chiuse le indagini. Mi venne naturale obiettargli: "Ma perché allora hai firmato l’ordinanza?". Socchiuse gli occhi e portò la testa all'indietro: "Non posso dire sempre di no. Anche perché, hai visto, ogni volta che parlo quello che dico mi viene ritorto contro". Poco tempo dopo, ancora al centro di accuse pretestuose (in quella occasione alto tradimento per aver accettato l’incarico al Ministero), ebbe a sfogarsi, tentando di strappare un bottone della giacca. Disse tradendo molta alterazione: "Ma cosa credono, che abbia paura? Io sono siciliano e la vita per me vale quanto questo bottone".
Dovremo ancora a lungo chiederci qual è l’entità del danno subìto con l’assenza di Giovanni Falcone. 

La foto di Franco Lannino

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