venerdì 17 aprile 2020

LA SCOMPARSA DELLO SCRITTORE. Ciao, Sepúlveda. La gabbianella è volata via


di GIANCARLO DE CATALDO
«Nella tua vita avrai molti motivi per essere felice, uno di questi si chiama acqua, un altro ancora si chiama vento, un altro ancora si chiama sole e arriva sempre come una ricompensa dopo la pioggia». Quando scrive la Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare , Luis Sepúlveda è già un autore conosciuto. Il vecchio che leggeva romanzi d’amore e il successivo Un nome da torero hanno edificato intorno alle sue opere l’immagine di un audace e spericolato narratore che serpeggia fra avventura, sentimento, ecologia. La biografia, che sconfina nella leggenda, aiuta: a ventidue anni questo ragazzo che sogna di fare il regista di teatro è fra i giovani sostenitori di Salvador Allende, il presidente socialista del Cile assassinato dai generali golpisti capeggiati da Augusto Pinochet, il tetro figuro dalle lenti a specchio e dalla voce chioccia. Seguono cattura, galera, tortura, esilio, un’esperienza di lotta con i sandinisti, infine il ritiro ad Amburgo e la decisione di dedicarsi a tempo pieno alla scrittura.

La Gabbianella, come tutti la chiamiamo, diventa un bestseller mondiale, la gentile bibbia laica per generazioni di bambini che scelgono come proprio eroe di riferimento Zorba, il gattone nero che adotta suo malgrado – ma diventandone poi il padre e mentore – la piccola Fortunata. Il magnifico film d’animazione che ne trae Enzo D’Alò resta un esempio altissimo del rapporto virtuoso che può instaurarsi fra parola e immagine. L’ironico guerrigliero Sepúlveda mostra la sua anima segreta di poeta dal respiro universale.
«Cosa fa in modo che un libro, o più ancora un’intera opera, risvegli l’entusiasmo di milioni di persone?» si chiede un suo grande amico, lo scrittore spagnolo José Manuel Fajardo. Non certo le alchimie di mercato, alle quali il talento ribelle del ragazzo di Ovalle resterà sempre indifferente. Piuttosto «la sacra alleanza con i lettori che non passa per il denaro, ma per la letteratura». Parole sante. Se mai c’è stato un autore profondamente, convintamente trasversale, quello è stato Luis Sepúlveda: caro al lettore colto, al critico, all’intellettuale più arcigno, al militante più occhiuto, ma anche capace di far sognare legioni di bambini, e, perché no, di divertire inquietando, o, se preferite, di inquietare divertendo.
Sepúlveda per gli intimi era Lucho. Un nome di battaglia che evocava la lotta, ma anche, per noi italiani, e lui amava profondamente il nostro Paese, e parlava benissimo la nostra lingua con un’inimitabile, fascinosissima cadenza lenta e latina, la luce. Luis Sépulveda non ha mai smesso per un istante di lottare contro l’ingiustizia sociale, la prevaricazione, la violenza cieca della dittatura che aveva sperimentato nel Cile. La parola, l’arte del narrare sono state le sue armi. E non ha mai smesso di mettere in guardia dai pericoli del fascismo inconsapevole che alberga, indesiderato ma ingombrante ospite, dentro tanta parte di noi: sotto questo aspetto, viveva come una profonda ferita esistenziale la rivincita delle destre in America Latina. Nello stesso tempo, la sua scrittura non è mai militante nel senso plumbeo del termine. «La letteratura engagée degli anni Sessanta e Settanta non ha più ragione di esistere» spiega in una lunga e bella conversazione con l’amico Bruno Arpaia, «non credo nello scrittore o nell’intellettuale organico, perché questa organicità ti costringerebbe a sacrificare la letteratura, la libertà di espressione. Credo invece in una specie di impegno, diciamo, più essenziale».
Essere nel mondo, partecipare, ma, soprattutto, narrare, narrare, narrare. Narrare restituendo la voce agli ultimi, agli esclusi, ai vinti: che siano gli Shuar, indios riduttori di teste, o, come in Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa, il grande cetaceo custode dei mari, la Moby Dick che zio Pepe gli regala a quattordici anni e che scatena nel suo giovane cuore il desiderio del mare, del viaggio, della sfida a ogni confine e frontiera.
L’ultima volta che ci siamo visti è stato lo scorso ottobre, a Parigi, per i quarant’anni di Métailiè, la sua storica casa editrice francese. Lui e la sua Carmen, la poetessa perduta da giovane e ritrovata dopo tante peripezie, ballavano la "conga" sulla pista di una classica "boite" circondati dall’affetto di scrittori d’avventura convenuti da ogni parte del mondo. Nessuno poteva immaginare che il maledetto virus l’avrebbe rapito: ma era un uomo generoso, si è contagiato a un festival, in mezzo ai lettori che lo adoravano e ai quali non si era mai negato. Non smetteremo mai di ringraziarlo per le meravigliose emozioni che ci hanno regalato le sue pagine ricche di passione, ironia sulfurea e delicata poesia. Per i suoi indimenticabili eroi ribaldi e litigiosi, el señor Juan Belmonte, il vecchio Antonio José Bolivar, l’anarchico Pedro Nolasco de L’ombra di quel che eravamo , il killer sentimentale, «quegli occhi verdi nascondevano il balsamo per eludere i sogni»… Non smetteremo mai di ringraziarlo per la sua idea di una letteratura che non punisce, maltratta, allontana il lettore, ma che, al contrario, gli si offre libera e libertaria, come libera e libertaria è stata tutta la sua vita. «Senti la pioggia. Apri le ali» miagolò Zorba «ora volerai, il cielo sarà tutto tuo».
La Repubblica, 17 aprile 2020

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