domenica 5 aprile 2020

Il cibo. "Nei nostri campi senza più braccia costretti a buttare le primizie"

dal nostro inviato Giampaolo Visetti
VERONA — Come le rondini e le mimose, hanno sempre riportato il sole negli occhi. La primavera del grande virus invece minaccia di tenersi anche le fragole. «Domani avrei cominciato a raccogliere le prime — dice Franco Giacopuzzi, 64 anni, contadino di Buttapietra — ma non ci sono più mani. Alcune serre le ho abbandonate, in altre ci penserà il caldo a cuocere la marmellata. I frutti marciscono tra le foglie: l’epidemia può fare una strage anche in campagna ». Dalla Bassa Veronese, in questi giorni, sono sempre partite le primizie per le tavole del Nord Italia e dell’Europa. Distese di fragole e di asparagi, le prime zucchine con il fiore, agretti e misticanze, tra un mese ciliegie e piselli. Era il via alla stagione padana della frutta e delle verdure, della semina nei campi. Oggi, tutto fermo e terreni deserti. Le primizie di Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, sono assediate dalle erbacce. «Le aziende agricole venete — dice Giacopuzzi — sono 65 mila. Solo la raccolta di fragole, asparagi e radicchi dava lavoro a 7 mila stagionali. Rumeni, polacchi, bulgari e ucraini un mese fa sono rientrati in patria. Ora le frontiere sono chiuse, loro bloccati. Se anche potessero arrivare, li aspetterebbe la quarantena. Butterò gran parte delle mie fragole: non c’è nessuno per raccoglierle». Fa male. Tonnellate di cibo e mesi di lavoro al vento.
Solo in Veneto 24 mila ettari di orti e frutteti, 70 mila stagionali assunti ogni anno, prodotti per 5,7 miliardi. Le fragole occupano 530 ettari, 460 in serra, affari per 29 milioni di euro. «Queste — dice Giacopuzzi — sono le settimane cruciali. Primi raccolti, semine, innesti delle barbatelle, ultime potature, trattamenti prima della fioritura. Se ti mancano le braccia, perdi l’annata. Per i giovani significa fallire, per i vecchi chiudere per sempre aziende secolari. Preparare un ettaro a fragole costa 25 mila euro: se non le prendi non solo non guadagni, ma li hai persi». Le conseguenze dell’epidemia tra i contadini dilagano. In Italia mancano 370 mila braccianti stranieri, il 27% del lavoro necessario. «Siamo malati diversi — dice Antonio Tesini, presidente della cooperativa Ca’ Magre di Isola della Scala — ma anche noi adesso rischiamo la vita. Se non puoi raccogliere e vendere ciò che coltivi, devi smettere. Se smetti non mangi: a meno di non cedere la tua campagna». Per i coltivatori diretti il problema non è solo la mancanza di operai. Da un mese e chissà fino a quando, stop anche ai mercati all’aperto. «Uno scandalo — dice Tesini — che favorisce grande distribuzione e speculazioni. Siamo costretti a svendere settanta tipi di verdure, o a lasciarle appassire nella terra. Mantenendo le distanze e con le necessarie protezioni, anche noi contadini abbiamo il diritto di offrire i nostri generi di prima necessità. Presto parleremo delle famiglie ridotte in povertà». Non marciscono solo le fragole di Verona e gli asparagi di Vicenza e Padova. A Marcòn, nel Veneziano, Michele Sabbadin non trova persone per raccogliere uova e macellare polli. «Un lavoro faticoso — dice — e qualificato: gli ita liani non sanno più farlo». A Cavallino e sulle isole della laguna non c’è gente per tagliare castraure, i primi carciofi violetti e presto i fagiolini. A Chioggia rischia la catastrofe il radicchio. «Dovevamo iniziare prima di Pasqua — dice Giuseppe Boscolo Palo, presidente del consorzio e del mercato ortofrutticolo — 200 aziende e 45% della produzione italiana. Senza manodopera è impossibile. Vedremo distese di compagne marcire e in balìa dei parassiti. Colpa anche di chi mangia: prima ha fatto razzia di prodotti freschi, adesso acquista solo scatole e roba surgelata. La nostra frutta e la nostra verdura, come il latte, vanno in malora mentre in tavola arriva cibo da Grecia, Spagna ed est Europa». Se i contadini italiani falliscono, chi garantirà il cibo quando anche il flusso dall’estero si fermerà, come già succede in Germania e Francia? «C’è solo una strada — dice Gianmichele Passarini, presidente di Confagricoltura Veneto — ed è quella dei voucher fino a emergenza Covid-19 finita. Siamo travolti da due cicloni: la paura che tiene lontani gli stagionali stranieri e il blocco culturale che ha scavato un solco tra la terra e i giovani italiani. L’epidemia, però, in queste settimane toglie lavoro e tempo libero a milioni di persone: pensionati, licenziati, disoccupati, studenti, cassintegrati, migranti e beneficiari del reddito di cittadinanza. Siamo in guerra e dobbiamo combattere: superando burocrazie e lentezze queste persone devono poter dare una mano per salvare le campagne». Ciliegi, peschi e albicocchi qui sono in fiore, presto i frutti saranno maturi. L’assenza di braccianti impedisce anche di curare le piante, di mantenere le stalle e mungere le vacche. «Il cibo però — dice Giovanni Pasquali, direttore regionale di Coldiretti — vale la sanità. Se vogliamo vivere, alla task-force negli ospedali adesso deve corrispondere quella nelle campagne. Non basta l’aiuto dei parenti fino al sesto grado. Ricevo centinaia di telefonate da chi cerca lavoro. Abbiamo cominciato a mettere in contatto disoccupati e contadini, almeno tra provincie confinanti. La natura non può aspettare: se i voucher non sono possibili, il governo agevoli i contratti a termine. Con il Paese in ginocchio abbandonare anche l’agricoltura sarà un errore storico». Dalle primizie, in calo fino al 70%, ai vini, che segnano già un meno 40%: nelle campagne dominano macchine e tecnologia, ma senza uomini tutto si ferma. Franco Giacopuzzi guarda le sue fragole, già croccanti, e dice: «Colpa nostra. Da decenni non spieghiamo che il cibo nasce dalla terra, non dal carrello. Così adesso c’è fame, ma le primizie del Nord marciscono: non sappiamo perché il virus uccide, ma nemmeno da dove nasce la vita».

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