domenica 29 marzo 2020

Quarant'anni fa la scomparsa di Biagio Melita. Tra il 1964 e il 1966 riprese le indagini sull'omicidio di Placido Rizzotto

La storica foto della cattura di Luciano Liggio (Biagio Melita è alla destra di Liggio;
alla sinistra il commissario Angelo Mangano)
DINO PATERNOSTRO
Oggi, 29 marzo 2020, ricorre il 40° anniversario della scomparsa del Maresciallo di Pubblica Sicurezza Biagio MELITA, il poliziotto che amava Corleone e difendeva i corleonesi onesti. “U zù Biagio” (così lo chiamavano tanti corleonesi) era un poliziotto stimato dai cittadini onesti, costretti a subire giornalmente furti, rapine ed estorsioni dai mafiosi.  Di Melita e delle sue qualità professionali hanno parlato tanti giornalisti, attraverso i loro articoli, delineandone la figura umana e di swervitore dello Stato. Una parte importante della serie televisiva “il capo dei capi” si è ispirata a lui, il poliziotto buono Biagio (il nome non è casuale) “Schiro”.

Un oprimo piano di Biagio Melita
Recentemente è stato ritrovato (in copia) il carteggio relativo alla riapertura dell’indagine sull’assassinio del sindacalista corleonese Placido Rizzotto, a cui lavorò il commissariato di Corleone e Biagio Melita in particolare. L’input lo diede l’allora commissario Angelo Mangano, dopo l’arresto del giovane Totò Riina (nel novembre del 1963) e di Luciano Liggio (il 14 maggio 1964), che volle rilanciare ed approfondire le indagini su una serie di omicidi commessi da Luciano Liggio e dalla sua banda, prima dell’arresto.
All’epoca Biagio Melita era brigadiere di P.S. e venne incaricato proprio dal dirigente del commissariato, suo inseparabile collega, il mitico commissario Angelo Mangano, di indagare sull’omicidio di Placido Rizzotto, rimasto (come tanti altri) insoluto. Com’era suo costume, Melita si mise all’opera, instancabile. Iniziò ad indagare sull’omicidio del sindacalista, riprendendo le indagini che all’epoca avevano condotto a Luciano Liggio, Vincenzo Collura e Pasquale Criscione, quali esecutori materiali ed a Michele Navarra, in qualità di mandante dell’omicidio.  
Tra le carte si trovano gli appunti autografi di Biagio Melita, con le persone da convocare per essere sentite e gli indirizzi segnati accanto: Salvatore Iannazzo, Antonino Rizzotto, Carmelo Rizzotto, Leoluca Orecchione, Salvatore Listì, Leoluca Benizio, Marianna Criscione, Vincenzo Collura. E poi ancora Pietro Lisiotta, Antonino Maiuri, Biagio Criscione, Angelo Vintaloro, Antonino Mancuso Marcello (questi ultimi, all’epoca, tutti in galera). Tutti personaggi legati alla vicenda Rizzotto, alcuni come parte lesa, altri come autori o complici del sequestro e dell’assassinio del sindacalista.
Il commissariato allora era ubicato in via Spatafora (nelle case Mancuso). Vennero convocati e sentiti formalmente in commissariato, amici, parenti e testimoni della vicenda. Vennero sentiti anche Pasquale Criscione e il padre di Placido, Carmelo Rizzotto. Vennero ascoltate le guardie di P.S. Sanzio e Giuffrida, in servizio al commissariato di Corleone all’epoca della scomparsa di Placido Rizzotto. Furono recuperati i rapporti di polizia e dei carabinieri del 1948 e degli anni successivi.
Il  21 maggio 1964 rese le sue dichiarazioni Giuseppe Letizia sr., il papà del pastorello Giuseppe “Rocco” (come lo chiamavano in famiglia), che Navarra fece avvelenare perché testimone dell’omicidio Rizzotto. Letizia sr. era originario di Monte Erice ed aveva 68 anni quando fu chiamato per rievocare la tragedia di cui fu vittima il figlio. Il padre del pastorello raccontò di avere lasciato il figlio, che in famiglia chiamavano Rocco, anche se all’anagrafe era stato registrato come Giuseppe, la sera del 9 marzo 1948 in contrada Malvello. Il 12 marzo successivo il padre tornò a Malvello per riportare a casa il figlioletto, ma lo trovò febbricitante. Rimasero entrambi in campagna perché il malessere non sembrava grave. Ma il giorno dopo il ragazzino stava ancora più male ed il padre lo accompagnò in ospedale dal dott. Michele Navarra, che, dopo averlo visitato lo mandò a casa non riscontrandogli alcuna patologia grave. Permanendo lo stato febbrile, il 14 marzo venne chiamato a casa Letizia il Dott. Ignazio Dell’Aira, braccio destro di Navarra, «il quale disse che il bambino stava bene, ma siccome era in preda a smanie gli somministrò un solo cucchiaio ed una volta sola, un calmante». Il famoso “serenol”, che era un potente calmante. Il piccolo Letizia morirà poco dopo, alle 22.30 di quella stessa sera del 14 marzo 1948. 
Alle precise domande di Melita, che l’interrogò il 21 maggio del 1964, 16 anni dopo il tragico fatto, il padre rispose che nessun altro medicinale venne somministrato al figlio dal dott. Dell’Aira o da qualche altro medico al bambino, tranne il calmante sopra indicato. Ad una nuova incalzante domanda Giuseppe Letizia, padre del pastorello, rispose: «All’epoca la voce pubblica fece risalire la morte del mio figliolo a subdola soppressione da parte dei medici curanti perché il bambino era stato involontario testimone del grave fatto di sangue consumato in danno del sindacalista Placido Rizzotto ed aveva avuto il torto di aver pronunziato, nello stato di smania e di agitazione che aveva preceduto la sua morte, i nomi dei presunti assassini di Rizzotto stesso. Io, in coscienza, non posso né confermare né smentire tale voce pubblica in quanto ritengo che mio figlio, durante la sua permanenza solitaria in Malvello, abbia potuto anche assistere al grave fatto di sangue in parola. Una cosa è certa ed è che lo stato di agitazione e di allucinazione in cui il  mio figliolo visse le sue ultime ore terrene dovettero presupporre un terribile sogno o una triste realtà». Dichiarazioni interessanti, che costituiscono una raccapricciante cronaca della morte di un bambino innocente, testimone di un efferato delitto di mafia. Il padre non dice, ma non se la sente di negare, anzi sembra a modo suo di suggerire una pista…
Biagio Melita rimase scosso e sconcertato dall’esito delle indagini, che consegnò al Commissario Fernando Valentini, che nel frattempo aveva sostituito Mangano. Pertanto venne redatto un rapporto informativo all’Autorità Giudiziaria. Il rapporto iniziava illustrando l’omicidio di Placido Rizzotto ed il contesto sociale nel quale era stato consumato. Elementi significati ed innovativi rispetto all’inchiesta immediatamente successiva all’omicidio sono essenzialmente due: il primo, che la soppressione di Placido Rizzotto avvenne in contrada Malvello, territorio di Monreale a sud-ovest da Corleone, e non su Rocca Busambra, dove poi venne semplicemente gettato ed occultato il cadavere; il secondo, forse anche più importante, che il piccolo Giuseppe Letizia (detto Rocco) ne fu testimone oculare. Questa circostanza il padre, a 16 anni di distanza, con Navarra morto e con Liggio in carcere, non si sentì di escludere.
Nel rapporto era scritto: «Non vi sono dubbi che la soppressione del Rizzotto è stata operata in C.da Malvello. Un particolare molto eloquente e che all’epoca è stato trascurato, è costituito dalla morte del piccolo Letizia Giuseppe di Giuseppe. Il padre del predetto ragazzo, Letizia Giuseppe fu Rocco, dichiara a verbale (vedasi allegato 7) di avere trovato il figlio febbricitante in contrada Malvello, dove lo aveva lasciato il giorno nove precedente. Il piccolo accusava dolori in più parti del corpo. Il dr. Navarra, visitato il bambino in paese non gli riscontrava alcun male. A questo punto si nota la diffidenza dei familiari sul giudizio del predetto sanitario. Infatti si rivolgono al dr. Dell’Aira, ma anche questo conferma la diagnosi di Navarra ed il piccolo Letizia, dopo aver ingerito un cucchiaio della medicina prescritta, muore. Il bambino raccontava ai familiari, anche davanti al sanitario, che la sera del giovedì, 11.03.1948 (il giorno successivo alla scomparsa di Placido Rizzotto) mentre dormiva nella casa colonica di Malvello aveva sognato che Francesco Cammarata aveva sparato colpi d’arma da fuoco all’indirizzo di Benizio Leoluca. Lo stesso bambino accusava al Dott. Dell’Aira, un dolore in corrispondenza delle costole di cui non sapeva spiegare le cause. Le conclusioni sono semplici: il bambino era stato testimone del grave delitto. Se si fosse trattato di un sogno appena svegliato l’incubo sarebbe finito. Il racconto del bambino era la realtà vissuta, come realtà erano i dolori che accusava, evidentemente per percosse subite dopo il delitto consumato da Liggio, Criscione e Collura. In seguito alle percosse ed allo spavento e di quanto era stato testimone, era stato colpito da delirio febbrile. Il padre, certamente ignaro del grave reato consumato dalle persone indicate sopra, rendeva edotto del racconto del figlio i due medici i quali temendo che tale episodio potesse fare incriminare gli autori, seguaci della cosca mafiosa del Navarra, hanno soppresso il minore”.
Il rapporto all’Autorità Giudiziaria si concludeva: “L’opinione pubblica, sia allora che oggi indica implacabilmente nelle persone di Leggio Luciano, Pasqua Giovanni, Collura Vincenzo, Criscione Pasquale, Benizio Leoluca e Cammarata Francesco Paolo gli esecutori materiali della soppressione di Placido Rizzotto. LO confermano i verbali di interrogatorio delle seguenti persone in atti generalizzati: Rizzotto Carmelo, Di Palermo Giuseppe, Siragusa Giuseppe….”. Purtroppo, neanche queste indagini e il relativo rapporto ebbero esito. E il delitto rimase impunito. Resta la soddisfazione che le indagini per ritrovare i resti di Placido Rizzotto, occultati della “ciacca” di Rocca Busambra, furono portati avanti e conclusi brillantemente (tra il 2007 e il 2009) da Antonino Orazio Melita, figlio di Biagio, e anch'egli poliziotto in servizio al commissariato di Corleone. La comparazione del DNA avrebbe consentito nel 2012 di avere la certezza che i resti umani ritrovati a Rocca Busambra fossero quelli di Placido Rizzotto. Il 24 maggio dello stesso anno a Rizzotto furono celebrati nella Chiesa Madre di Corleone i funerali di Stato, alla presenza delle massime autorità civili, militari e religiose e del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
Biagio Melita riposa nel cimitero della città di Corleone, nella tomba di famiglia, insieme alla sua adorata moglie. In vita difese sempre i cittadini onesti corleonesi e si distinse per correttezza e generosità. I suoi rapporti terminavano sempre sottolineando il dramma sociale che viveva la città di Corleone per le “scorrerie, furti, rapine e omicidi commessi dai mafiosi  contro la pacifica e laboriosa  popolazione corleonese
Morì a soli 55 anni per una malattia contratta a causa dei gravosi servizi resi allo Stato. In un epoca storica dove cittadini, politici locali e soprattutto i giovani, sono alla ricerca di figure positive che hanno operato nel nostro territorio, il poliziotto Biagio Melita ed il suo esempio professionale, personale e familiare sono da inserire tra le eredità morali e civiche più importanti della nostra città. Probabilmente è arrivato il tempo affinchè la città di Corleone dedichi all’onesto e bravo poliziotto una strada o una piuazza, per indicarlo come esempio alle nuove generazioni.
Dino Paternostro

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