lunedì 9 marzo 2020

IL PIZZINO DELLA LEGALITA’: Placido Rizzotto, partigiano e dirigente contadino

Placido Rizzotto

di DINO PATERNOSTRO
Placido Rizzotto (2 gennaio  1914   10 marzo 1948), prima di partire per la guerra, era un semplice contadino semi-analfabeta. Dopo l’8 settembre del ’43, buttata la divisa militare, scelse di salire sulle montagne, con i partigiani delle Brigate “Garibaldi”, per combattere contro il nazi-fascismo. Per mesi aveva vissuto sulle montagne dividendo il pane e la paura con altri giovani come lui, convinto di battersi per la causa giusta. Con i partigiani aveva imparato tanto. Aveva imparato che gli uomini non nascono ricchi o poveri, padroni o schiavi, ma tutti uguali e tutti liberi. Aveva imparato, però, che per affermare il diritto all’uguaglianza e alla libertà bisognava organizzarsi e lottare, anche a rischio della vita. Quanti giovani vide morire accanto a lui, su quelle montagne! Tanti. Troppi. E fu per loro il suo primo pensiero quando la guerra finì e l’Italia ebbe il suo 25 aprile. A Corleone Rizzotto era tornato nel 1945. Insieme a questi ricordi, aveva portato nuove idee, quelle imparate nei mesi trascorsi sui monti, al fianco di quei giovani con i fazzoletti rossi. Lo chiamavano “il vento del nord”. Il suo soffio faceva paura ai padroni ed ai gabelloti mafiosi, ma riempiva di libertà i polmoni dei contadini, perché insegnava a non abbassare la testa davanti ai “signori”.

Ma che i contadini rialzassero la testa non piaceva per niente ai grandi proprietari terrieri di Corleone. E non piaceva neppure alla mafia. Inizialmente, avevano pure ironizzato su Gullo e i suoi decreti, facendo finta di non conoscerli. Qualcuno di loro si era pure illuso di non farli applicare in Sicilia. I contadini e i loro dirigenti, però, la pensavano diversamente. E, in corteo e con le bandiere rosse, sempre più spesso “calpestavano” quelle terre, rivendicandone la concessione. A Corleone avevano già ottenuto in concessione 50 ettari di terra del feudo Donna Giacoma per la cooperativa “SACLA” ed altri 50 del feudo Drago ne avrebbero ottenuto, il 17 novembre 1947, per la cooperativa “B. Verro”. A galvanizzare ulteriormente i contadini contribuirono anche una serie di successi elettorali. Nelle elezioni amministrative del 6 ottobre 1946, infatti, la sinistra conquistò il comune col 63.11% dei voti, eleggendo sindaco il socialista Bernardo Streva e portando per la prima volta in consiglio una donna, Biagia Birtone, militante comunista. Ma il successo più esaltante la sinistra corleonese l’avrebbe ottenuto un anno dopo, alle elezioni regionali del 20 aprile 1947. La lista del “Blocco del Popolo” conquistò 3.413 voti, pari al 44.41%. Una percentuale ancora più alta di quella ottenuta a livello regionale, dove pure aveva avuto la maggioranza relativa.
Fu allora che la controffensiva degli agrari e della mafia contro il movimento contadino e la sinistra si scatenò rabbiosamente in tutta la Sicilia, nel quadro di un disegno di normalizzazione del Paese. Tra i socialisti corleonesi, chi inquietava di più il capomafia Michele Navarra era quel giovane appena tornato dal Nord, Placido Rizzotto. Aveva provato ad avvicinarlo, ma non c’era stato niente da fare. Allora, cominciò a far spargere la voce che questo Rizzotto «non si faceva i fatti suoi». Ma Placido non ci badava. «Dopo che mi ammazzano non hanno risolto niente. Dopo di me quanti ne spunteranno di segretari della Camera del lavoro! Non è che ammazzando me, finisce ...», ripeteva agli amici, che gli consigliavano prudenza.
La sera del 10 marzo 1948 fu l’ultima sera per Placido Rizzotto. L’incarico di “chiudere” la partita col giovane sindacalista don Michele Navarra lo diede al suo uomo di fiducia, a quel Luciano Liggio, che, con la sua ferocia, incuteva paura agli stessi picciotti. Il compito di attirarlo in trappola fu affidato a Pasquale Criscione, gabelloto del feudo Drago, che del sindacalista era vicino di casa. Infatti, quella sera di marzo, Criscione si avvicinò a Rizzotto, che stava in compagnia di Ludovico Benigno, suo amico e compagno di partito, trovando un pretesto per attaccare discorso. Insieme, accompagnarono Benigno nella sua casa al Ponte Nuovo, poi scesero per via Bentivegna a fare due passi. Fino all’altezza di via San Leonardo. Qui fu sequestrato, cacciato a forza sulla 1100 di Liggio e portato in contrada “Malvello”, dove venne pestato a sangue e assassinato. Placido aveva appena compiuto 34 anni. Per farlo scomparire per sempre, il suo corpo venne buttato in una “ciacca” di Rocca Busambra. Nessuno avrebbe mai più saputo niente di Rizzotto, se, nell’estate del ’49, a Corleone non fosse arrivato un giovane capitano dei carabinieri, che assunse il comando delle squadriglie antibanditismo. Si chiamava Carlo Alberto Dalla Chiesa e, come Rizzotto, aveva fatto il partigiano. Dopo alcune battute, proprio lui e i suoi uomini riu­scirono ad arrestare Pasquale Criscione e Vincenzo Collura, che, il 4 di­cembre 1949, interrogati nella caserma di Bisacquino, fecero clamorose rivela­zioni. Ammisero, cioè, di aver parteci­pato al sequestro di Placido Rizzotto, in concorso con Luciano Liggio, che poi avrebbe ucciso la vittima con tre colpi di pistola. Ma, davanti ai giudici, entrambi ritrattarono, sostenendo che quelle confessioni erano state estorte dai militari con la violenza. E quindi, il 30 dicembre 1952, la Corte d’Assise di Palermo assolse tutti gli imputati per insufficienza di prove.
Per tanti anni a Corleone non si parlò più di Rizzotto. Sarebbe toccato alle generazioni studentesche degli anni ’70, ai figli e ai nipoti dei contadini degli anni ’50, che, grazie alla scolarizzazione di massa, avevano potuto imparare a leggere e a scrivere, ricordare il sindacalista assassinato dalla mafia. Nel marzo 1983, infatti, la Camera del lavoro di Corleone e il gruppo di giovani di “Corleone alternativa”, insieme alla segreteria della Federbraccianti-Cgil siciliana, organizzarono una manifestazione per ricordare il 35° anniversario dell’assassinio di Rizzotto. Erano decenni che a Corleone non si parlava più del sindacalista assassinato dalla mafia. Un silenzio colpevole, rotto finalmente dall’entusiasmo e dalla voglia dei giovani di riappropriarsi della memoria storica. L’iniziativa si svolse in due giornate (il 26 e 27 marzo) con lo slogan «La nostra memoria per il nostro futuro» e fu una tappa fondamentale per far riscoprire alle giovani generazioni il significato delle lotte contadine e il tributo di sangue pagato da alcuni loro dirigenti.
Negli anni successivi, la memoria non è stata mai più cancellata. Nel 2000, anzi, il regista siciliano Pasquale Scimeca ha potuto realizzare il film “Placido Rizzotto”, che riscosse ovunque un successo di critica e di pubblico.
Dal 2009 in poi, su invito della Camera del lavoro, i bambini della Scuola elementare di Corleone hanno dedicato delle poesie a Placido Rizzotto, che il 10 marzo di ogni anno hanno letto ad alta voce, in piazza Garibaldi, davanti al busto del sindacalista assassinato dalla mafia. Definire un eroe Placido Rizzotto e dei criminali Totò Riina e Bernardo Provenzano potrebbe sembrare semplice, ma a Corleone ancora non lo è. Che abbiano cominciato a farlo i bambini delle elementari, col sostegno dei loro insegnati e delle loro famiglie, è il segno di una piccola rivoluzione culturale in atto.
Grazie alla legge Rognoni-La Torre del 13 settembre 1982, che ha consentito di confiscare ai mafiosi i beni illecitamente accumulati, integrata dalla legge di iniziativa popolare n. 109 del 1996, promossa dall’associazione “Libera”, che ha reso possibile l'uso sociale dei beni confiscati alle mafie, nell’ultimo decennio sono nate diverse cooperative sociali di giovani, a cui i comuni hanno assegnato terreni e fabbricati da gestire. Una significativa esperienza nel campo dell’uso sociale dei beni confiscati è in corso tra i comuni della zona del Corleonese, i quali, d’intesa con la Prefettura di Palermo, hanno costituito nel 2001 il Consorzio “Sviluppo e Legalità”, per avere uno strumento che dia più forza ai singoli comuni aderenti e garantisce trasparenza nell’assegnazione dei beni confiscati. A Corleone, una delle cooperative assegnataria di beni confiscati è stata intitolata a “Placido Rizzotto”. Grazie a questa cooperativa e alle cooperative “Lavoro e non solo” e “Pio La Torre”, da alcuni anni decine di giovani contadini di questo territorio hanno un lavoro dignitoso ed una giusta retribuzione, riuscendo a produrre beni alimentari biologici, come il grano, la pasta, l’olio, la passata di pomodoro e le lenticchie, che hanno in più la vitamina "L" della Legalità. Oggi i giovani delle cooperative sociali assegnatarie di beni confiscati rappresentano gli eredi più autentici del movimento contadino siciliano e dei suoi martiri. L’antimafia sociale che loro praticano, fondata su interessi concreti e legittimi, è molto simile a quella praticata dal movimento contadino del secolo scorso.
In questi ultimi anni, la Cgil e i familiari di Rizzotto hanno chiesto ripetutamente allo Stato di fare di tutto per ritrovare i resti del sindacalista assassinato, sia cercandoli negli archivi del tribunale dove probabilmente sono stati smarriti (o trafugati?), sia effettuando nuove ricerche nella foiba di Rocca Busambra. Nel 2009, la stessa Procura della Repubblica ha autorizzato il Commissariato di Polizia di Corleone a recuperare altri resti umani dal fondo di un’altra foiba di Rocca Busambra, che si riteneva fosse quella dove effettivamente la sera del 10 marzo 1948 fu buttato il corpo di Rizzotto. I resti recuperati sono stati inviati al laboratorio della polizia scientifica di Roma. La Procura ha pure autorizzato la riesumazione del cadavere di Carmelo Rizzotto, padre del sindacalista assassinato, deceduto nel 1967, da cui è stato prelevato il materiale organico necessario per effettuare un’attendibile comparazione del DNA. E finalmente, il 9 marzo 2012 è arrivata la notizia tanto attesa. In una conferenza stampa, svoltasi presso la Questura di Palermo, la Polizia ha potuto confermare che quelli recuperati a Rocca Busambra sono davvero i resti di Placido Rizzotto. «Stante i risultati biologici – si legge nella relazione - e considerato che nessun altro appartenente alla famiglia Rizzotto risulta scomparso; che nello stesso luogo ove sono state ritrovate le ossa umane, sono stati recuperati altri oggetti consistenti in parte di una cintura, alcune fibbie e finimenti in cuoio, confermando quanto storicamente ricostruito sulle modalità dell’occultamento del cadavere di Placido Rizzotto, che sarebbe stato gettato nella foiba insieme al mulo sul quale era stato trasportato; che nella foiba il personale operante ha recuperato anche una moneta da dieci centesimi di lira in uso nel periodo della scomparsa; si ritiene che le ossa umane recuperate nella foiba di Rocca Busambra, il cui profilo genetico di paternità è compatibile con quelle esumate di Carmelo Rizzotto, siano proprio quelle del corpo di Placido Rizzotto, ucciso dalla mafia e gettato nella foiba per occultarne per sempre il cadavere». Un avvenimento straordinario, che ha dato un significato particolare al 64° anniversario del suo assassinio. Grazie alle forze di polizia e alla caparbietà con cui la Cgil e i familiari di Rizzotto, tra cui il nipote Placido Jr., non hanno mai smesso di chiedere allo Stato verità e giustizia, finalmente il capolega corleonese ha una tomba nel cimitero di Corleone, dove chi vuole può portare un fiore, versare una lacrima e rinnovare l’impegno di lotta contro la mafia, per il lavoro e lo sviluppo nella legalità.
Sull’onda di un’emozione che ha percorso l’Italia intera, centinaia e centinaia di cittadini hanno chiesto che a Rizzotto fossero concessi i funerali di Stato. E il Consiglio dei Ministri, nella seduta del 16 marzo 2012, ha deliberato di concederli. Sono stati celebrati il successivo 24 maggio, nella Chiesa Madre di Corleone, alla presenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, della segretaria generale della Cgil Susanna Camusso e di migliaia di cittadini e di lavoratori provenienti da tutt’Italia. «Io non ti ho conosciuto personalmente – ha detto in chiesa alla fine della cerimonia, con voce commossa, il nipote Placido Rizzotto Jr. - ma solo attraverso le parole appassionate dette da quanti ti hanno vissuto accanto. Nonno Carmelo, che ha lottato per ottenere giustizia ed avere restituito il corpo del figlio. Nonna Rosa sempre vestita di nero per quel figlio che non tornò più. Non ho avuto una tua carezza, però ho avuto un grandissimo dono: l’orgoglio di portare il tuo nome!  Questo mi ha fatto, spesso, sentire quel figlio che non hai potuto avere». E Susanna Camusso ha aggiunto: «Placido Rizzotto, soldato e partigiano, segretario della Camera del lavoro, era mosso da un profondo senso di giustizia e aveva compreso una verità che ancora oggi è il pilastro della lotta contro la mafia e che Pio La Torre tradusse in legge: le mafie si sconfiggono colpendole al cuore nei loro interessi economici. (…) Oggi a Corleone la Camera del lavoro tiene vivo non solo il ricordo, ma la memoria di Placido Rizzotto, nell’impegno quotidiano per la legalità e nell’incontro con quelle nuove generazioni che scelgono di dedicare le loro vacanze al lavoro nei campi confiscati alle mafie, per sostenere quelle cooperative, eredi delle lotte dei braccianti, che continuarono e continuano in Sicilia e nel Paese a far vivere Rizzotto e a chiedere giustizia per tutti gli assassinati di mafia». Dopo aver assistito ai funerali di Stato per Placido Rizzotto, il presidente Napolitano è andato a Portella della Ginestra. «È stato giusto – ha sottolineato il Capo dello Stato - tornare al punto di partenza. E il punto di partenza è Portella della Ginestra, il punto di partenza è la terra di Corleone, la terra di Placido Rizzotto. Così abbiamo chiuso l’arco, e ci auguriamo fortemente che non si debba mai più riaprire una storia di brutali omicidi e di feroci stragi di mafia».
Dino Paternostro

Pubblicato nel 2012 tra i "Pizzini della legalità" del caro editore Salvatore Coppola, scomparso da qualche anno.

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