domenica 22 marzo 2020

Gli ultimi della Terra. Nel Sud del mondo senza acqua e sanità. Il nuovo fronte del virus


di STEFANIA DI LELLIS
Quando vi lavate le mani per almeno venti secondi così come le indicazioni anti-coronavirus prescrivono, ricordate che siete fortunati: disponete di acqua e avete un sapone. Il 40% della popolazione mondiale, 3 miliardi di persone, non ha né l’una né l’altro. Tre quarti degli abitanti dei paesi meno sviluppati non possono contare a casa su questi due alleati preziosi contro il contagio. In un terzo delle scuole del mondo e in un ospedale su sei non c’è modo di lavarsi le mani. Con queste premesse è chiaro che il prossimo incubo dell’Organizzazione mondiale della Sanità sia l’emergenza Covid-19 tra i dannati della Terra. Quelli che vivono dove i servizi igienici e le distanze di sicurezza sono una chimera.
Fino a pochi giorni fa i numeri sembravano indicare un avanzamento lento del virus in Africa, nel sud Est asiatico e in America Latina, nelle aree dove gli slum si concentrano. Ma ora suona il campanello d’allarme. «Il mio continente deve svegliarsi», ha implorato il presidente dell’Oms, l’etiope Adanom Ghebreyesus. Per gli esperti di sviluppo non c’è da sperare che la preponderanza di giovani nel sud del mondo abbassi la media dei decessi. I poveri pagheranno un prezzo altissimo.
Slum e favelas
Impossibile per gli epidemiologi avere un quadro chiaro dell’andamento dei contagi negli insediamenti che si ammassano ai margini delle metropoli. Rileva l’antropologa Annie Wilkinson sul sito della London School of Economics: qui spesso le persone si rivolgono a operatori sanitari informali per tosse, febbre, raffreddore. Le conte sono incomplete anche per questo. Accertati i contagi, comunque la quarantena risulterebbe impossibile in alloggi piccoli occupati da famiglie anche di 10-12 persone. La tentazione delle autorità è quella di sigillare intere baraccopoli. Nel 2014 i tentativi di isolare le baraccopoli attorno a Monrovia per evitare la diffusione del virus Ebola si tradussero in gravi tumulti. Gli esperti invitano a non disdegnare di accordarsi con leader religiosi locali o perfino con le gang capaci di gestire l’ordine nelle aree dove la legge non arriva.
La chiusura delle scuole
Nelle aree più povere del mondo (in Africa già 15 paesi l’hanno decretata) ha conseguenze devastanti. L’af-follamento nelle abitazioni e il divieto di uscire moltiplica la probabilità di violenze domestiche. Nel caso di Ebola ci fu un picco di gravidanze di adolescenti. Se lo stop alle lezioni si prolunga c’è un’alta percentuale di abbandoni scolastici definitivi. 
Economia e instabilità politica
David Evans e Mead Over per il Center for Global Development rammentano come l’Ocse dia per dimezzata causa Covid-19 la crescita economica globale: per i paesi poveri è un’emorragia potenzialmente letale. La perdita di potenza del motore cinese ha rallentato la fame di materie prime, con investimenti già in calo in Africa. Impossibile cercare investitori altrove vista la dimensione globale del contagio. I molti leader politici corrotti non hanno la credibilità per imporre misure drastiche né di far sperare in processi di recupero. Possibili terremoti politici.
Il Sudafrica e l’Aids
Finora il Sudafrica ha registrato poco più di 200 contagiati, ma i casi sono in vertiginosa crescita. Con il triste record di infezioni di Hiv (7,7 milioni), il paese trema per il Coronavirus, che si accanisce sulle persone più vulnerabili.
Il caso Gaza
La Striscia di Gaza viene definita la prigione a cielo aperto più grande del mondo: circa due milioni di persone vivono senza servizi igienici fondamentali e con una Sanità precaria in un territorio grande come la provincia di Prato. Finora l’isolamento cui è costretta sembra averla protetta, ma la bomba Covid-19 può esplodere da un momento all’altro. «Come si comporterebbe Israele se decine di migliaia di palestinesi marciassero alla frontiera chiedendo assistenza? », si chiede Dana Wolf, esperta dell’Interdisciplinary Center di Herzliya.
I rifugiati
Le ong che si occupano di migranti hanno lanciato l’allarme nei campi di accoglienza in Francia, Grecia e Bosnia. Condizioni sanitarie pessime, affollamento, fatica, sono un cocktail letale di fronte al virus. E molte di queste organizzazioni perdono volontari fermati dal timore di portare il contagio o perché costretti a non muoversi dai propri paesi. «Questa pandemia si muove come un’onda — ci dice Ludo Bok, del Programma Onu per lo sviluppo — un’onda che ora minaccia anche i sistemi e le persone meno in grado di farcela. Non è più solo un’emergenza sanitaria. È sociale, economica e politica. Prendiamola almeno come una sveglia per trovare modi innovativi per rispondere alle crisi».
La Repubblica, 22 marzo 2020

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