domenica 15 marzo 2020

Emergenza coronavirus: l’impresa possibile e la «danza della morte»


di CARLO RUTA
Prima di andare all’oggi ritengo importante un preambolo storico, che può aiutare a comprendere meglio lo stato delle cose. Le pestilenze, di ogni tipo, appartengono a tutte le epoche, sin dai primordi della storia umana. Hanno falciato popoli, atterrato civiltà, sovvertito poteri, inghiottito città fiorenti. Nel mondo antico venivano considerate un castigo degli dèi, come nel mito di Edipo, re parricida della città di Tebe. E venivano contrastate, oltre che con rimedi suggeriti da grandi medici come Ippocrate e Galeno, con scongiuri e rituali, allo scopo di placare la collera delle divinità.

Nel Medioevo, tuttavia, dal punto di vista medico complessivo, subentrava un atteggiamento diverso, attraverso la tradizione della «Scuola di Salerno», la tradizione arabo-persiana, di Avicenna in particolare, e, dal XIII secolo, attraverso le pratiche e le elaborazioni delle università del tempo, gli Studia. E al crepuscolo di quell’età, in particolare nei contesti della Peste Nera e di poco successivi, tra il XIV e il XV secolo, avveniva un poderoso balzo in avanti sul piano organizzativo, con la nascita dei primi luoghi di cura specifici, i lazzaretti, con il sostegno forte degli ordini regolari cattolici, e con l’introduzione della quarantena. Ma tutto ciò nei secoli a venire non ha impedito alle pestilenze di flagellare le società umane per anni, anche ciclicamente.
Da ciò si ricava allora, in maniera direi deduttiva, che a fare la differenza della medicina contemporanea nei risultati contro le grandi epidemie non è stato l’isolamento degli infettati in sé e per sé, per quanto necessario ovviamente, ma un insieme di risorse che nelle altre epoche mancavano: ospedali bene organizzati, gli antibiotici, i farmaci cortisonici, i vaccini, i disinfettanti, gli ambienti di terapia intensiva, i respiratori artificiali, gli strumenti e gli indumenti protettivi e altro ancora. Solo con questi mezzi è stato possibile fermare, in molti casi, le grandi diffusioni virali e le loro ciclicità.
Per debellare il contagio del coronavirus, la Cina lo insegna oltremodo, occorre mettere perciò in campo tutto ciò che di più importante il mondo contemporaneo ha prodotto e sta producendo in campo medico. Ma in Italia, oggi epicentro della pandemia, le cose stanno andando in questa direzione? Sarebbe bello poter dire sì, ma i fatti vanno, purtroppo, in tutt’altra direzione. E l’alta percentuale di morti, ormai conclamata, vicina al 7 per cento, lo dimostra ogni ragionevole dubbio, malgrado si continui ad associare questo dato, davvero eclatante, all’età media degli italiani: leggermente superiore, di uno «zero virgola qualcosa», a quella di altri paesi. In realtà, riesce assai difficile scorgere tra i due elementi una qualche correlazione.
Intanto, alla buonora, l’OMS ha messo nero su bianco quello che è ormai evidente da un bel po’ di giorni, cioè che l’Europa è il nuovo epicentro della pandemia globale. Viene tuttavia scarsamente considerato il dato più caratterizzante: il fatto cioè che la partita decisiva in questa fase si sta giocando, non più nella provincia di Hubei, in Cina, ma in Italia, dove i contagi e i morti giornalieri si attestano, al momento, al raddoppio ogni tre-quattro giorni.
Ora, fare la Cassandra non è solitamente un bel mestiere, ma la situazione non promette bene, e di questo occorre prendere atto. Le ulteriori misure restrittive adottate dal governo italiano per contenere il contagio sono legittime e lo sforzo è encomiabile. Ma, diciamocelo francamente, non possono bastare, mentre la scena del contagio rischia di scompensarsi sempre più pericolosamente. Giorno dopo giorno i numeri ci avvertono con chiarezza che la coesione e il senso di responsabilità di gran parte degli italiani non possono bastare, da soli, a scongiurare perdite massicce di vite umane. Lasciamo allora che siano i numeri a parlare.
Da più parti si dice che il picco potrebbe essere raggiunto a fine marzo. Ma si tiene poco conto del fatto che da qui a quella data, quando potrebbero essere avvertiti più utilmente gli effetti della «quarantena» nazionale in atto, esiste un vero e proprio abisso temporale, perché tutto sta accadendo in maniera incalzante. L’andamento dei contagi e dei morti lascia supporre ragionevolmente effetti preoccupanti già da qui al 24 marzo, cioè entro appena 10 giorni. Se la curva dei contagi rimane infatti più o meno inalterata, ossia se non si riduce drasticamente, tra 10 giorni i contagiati potrebbero attestarsi tra i 70 e gli 80.000 e i morti potrebbero attestarsi tra i 5 e 6.000. Potrebbero essere superati in sostanza, in meno di un mese dalla conta ufficiale dei primi casi di contagio in Italia, i numeri che la Cina, paese di oltre un miliardo e 300mila abitanti, ha registrato in oltre quattro mesi. Si rischia in sostanza una vera ecatombe, e si rischia, più in particolare, che la situazione, prima che si arrivi a fine mese, finisca interamente fuori controllo, con inevitabili effetti a catena.
E vediamoli allora questi effetti a catena, in parte già presenti e tangibili. Il primo, davvero micidiale, è che proprio a causa di tali incrementi severi dei contagi, a fronte degli scarsi mezzi posseduti, i luoghi di cura rischiano di diventare essi stessi luoghi di diffusione dei contagi, come avveniva nella Milano seicentesca narrata dal Manzoni, quando non moriva solo il «popolo basso», ma anche i medici, i religiosi che assistevano i malati e i monatti, oltre che, ovviamente, i Don Rodrigo, i Griso e i loro bravi. È quanto comincia ad accadere appunto: con decine e decine di medici, paramedici e altri addetti ospedalieri che sono finiti essi stessi contagiati e in quarantena.
Un altro effetto riguarda la sorte dei malati gravi in Italia, come i cardiopatici, che hanno bisogno di cure costanti, e come i malati oncologici, che raggiungono nel Paese, secondo le stime del 2019, la cifra di 371.000 unità. Da questi versanti della sanità pubblica in questo momento appare tutto, o quasi tutto, congelato. Si constata che le terapie, anche necessarie, sono in grandissima parte rimandate a tempi «migliori». E sulla stessa barca si ritrovano altri malati. Si possono avere allora ben pochi dubbi sul fatto, che a causa di questa paralisi sostanziale, presto si conteranno morti aggiuntivi. Altro effetto è poi lo sciacallaggio, tipico delle guerre e dei terremoti, con la «borsa nera», ad esempio, dei mezzi protettivi, come le mascherine che vengono messe all’asta a prezzi da borsa nera: fino a 30-40 volte il prezzo di appena un mese fa.
Ciò malgrado, se lo si vuole fino in fondo, se l’Europa lo vuole veramente e tiene a preservare sé stessa, non solo sul piano morale, la partita contro il coronavirus può essere vinta. Faccio un esempio. L’Italia, a detta di varie fonti, possiede solo 5-6.000 respiratori, e per tentare di fermare il contagio nei prossimi dieci 10 giorni ne occorrono verosimilmente non meno di 20-25 mila. La Germania ne possiede invece, ancora secondo una varietà di fonti, 25.000. Si tratta allora di dimostrare che l’Unione Europea esiste e che è tanto lungimirante da comprendere che atteggiamenti egoistici in questa situazione possono diventare autolesionistici per tutti. Se i cinque maggiori paesi dell’UE, ai primi posti del PIL mondiale, e altri Stati volenterosi, insieme, fossero in grado di far pervenire al nostro Paese i 20.000 respiratori che mancano, e tutte le altre risorse sanitarie che scarseggiano, il primo effetto potrebbe essere la regressione della mortalità a quel 2,5% circa che ha fortemente aiutato la Cina a fuoriuscire dal tunnel.
Rimane allora una lotta contro il tempo. Parlavo alcuni giorni fa di convogli di tir carichi di macchinari e prodotti medici da far convergere sull'Italia. Ero ottimista. Credo che a questo punto si debba parlare piuttosto di un ponte aereo, che agisca con massima rapidità, che sia nelle condizioni di utilizzare, oltre che le forze della Protezione Civile, la logistica militare nazionale ed europea.
Tutto può mutare ovviamente. Anche questo insegnamento viene dalla storia, quando si tratta di grandi epidemie e di guerre. Si pensi al ritiro degli Unni di Attila nel 452 d.C. quando tutte le difese di Roma erano cadute. Si pensi ancora, all’arresto dell’onda Mongola, nella prima metà del XIII secolo, quando ormai era ad un passo, nei Balcani, dal portarsi nell’Europa occidentale. Ma la storia ci dice anche di Alamo nel 1836, quando nell’attesa dei rinforzi, che non arrivarono, nell’accampamento degli assedianti del generale messicano Antonio López de Santa Anna si continuava a suonare ininterrottamente, giorno e notte, la «danza della morte».    

Nessun commento: