lunedì 20 gennaio 2020

L’indagine sui boss dei Nebrodi. "Ci vorrebbero 5 colpi...". L’insofferenza dei clan per il protocollo Antoci


di Salvo Palazzolo 
«Ci vorrebbero cinque colpi per farla finita definitivamente con tutto questo gruppo di Antoci, Manganare e gli altri». Così parlava Filadelfio Favazzo, imprenditore ritenuto vicino al capomafia di Tortorici, Sebastiano Bontempo Scavo detto "il Guappo". Nell’estate del 2016, poche settimane dopo l’attentato all’allora presidente del Parco dei Nebrodi Giuseppe Antoci, si sfogava con alcuni suoi amici, in un incontro al bar. E un confidente dei carabinieri ascoltava.

Inizia così l’annotazione della Compagnia dei carabinieri di Santo Stefano di Camastra, datata 23 settembre 2016, all’epoca subito inviata al Ros e alla procura di Messina. «Nei giorni scorsi, una fonte fiduciaria contattava un militare della stazione di San Fratello riferendo di una situazione di tensione negli ambienti criminali del paese, determinata dal noto Favazzo». A parlare era stato un confidente che già altre volte aveva fornito notizie importanti agli investigatori dell’Arma, notizie sempre riscontrate. «Nell’ultimo periodo — si legge nella relazione di servizio — Favazzo si era mostrato particolarmente tracotante e in più di una circostanza veniva notato, in esercizi e luoghi pubblici, intento a fomentare gli animi degli allevatori pregiudicati locali». Le restrizioni imposte dal Protollo Antoci avevano fatto perdere le staffe ai boss e ai loro fidati.
Favazzo detto Frareddu è definito dai carabinieri come pluripregiudicato, nell’operazione "Mare Nostrum" era stato però assolto dall’accusa di mafia, nell’indagine "Montagna" ha invece patteggiato una condanna come imprenditore contiguo alla cosca dei Batanesi. Ecco cosa gli dava fastidio, lo scrivono i carabinieri: «Favazzo, lamentando la gravità della contingente situazione — caratterizzata da una restrizione nell’accesso ai contributi e dall’incremento dei controlli — ne evidenziava la valenza dannosa ed il pericolo di rovina per tutti loro».
Ed ecco quella frase, pronunciata in un bar, «davanti alcuni accoliti», come riferito dal confidente: «Ci vorrebbero cinque colpi per farla finita definitivamente con tutto questo gruppo di Antoci, Manganare e gli altri». Manganare era l’allora dirigente del commissariato di Sant’Agata di Militello.
Lo sfogo di Favazzo era davvero senza precedenti; i carabinieri aggiungevano: «Questi discorsi, oltre che pericolosi — per il latente rischio di far presa sugli interlocutori (per lo più rozzi e violenti) apparivano inconsueti perché espressi senza adottare le cautele di riservatezza ambientale e personale cui è solito, consentendo a chiunque di udirli e percepirli chiaramente e distintamente ».
Antoci spiega così quelle parole: «L’annotazione del Ros non fa altro che confermare il clima di odio che si respirava per la creazione del protocollo di legalità che, come ha anche ben dimostrato l’ultima operazione della Dda di Messina, dei Ros e della Guardia di finanza, ha stroncato gli affari milionari della mafia». Nel settembre 2006, quell’annotazione fu inviata subito ai pm Vito Di Giorgio e Angelo Cavallo, titolari dell’inchiesta sull’attentato: venne specificato che le parole di Favazzo non indicavano «future azioni criminali o alcun dettaglio utile a coglierne un’eventuale partecipazione all’attentato del presidente del Parco dei Nebrodi», però restavano parole significative, perché — scrivevano ancora i carabinieri — «finivano per creare tensione e rischio di proselitismo in quella categoria di interlocutori». Parole significative soprattutto perché arrivavano da «incrementati contatti fra il pregiudicato e la criminalità organizzata di Tortorici, in seno alla quale beneficia di uno speciale rapporto fiduciario con Sebastiano Bontempo, da poco scarcerato ».
Bontempo è uno dei protagonisti dell’operazione della Dda di Messina che nei giorni scorsi ha portato in carcere 94 persone svelando l’ultimo affare dei boss: buttati fuori dai pascoli demaniali, grazie al Protocollo Antoci, i mafiosi si erano inventati un altro tipo di occupazione delle terre per non perdere i finanziamenti, quella virtuale. Grazie alle complicità di alcuni dipendenti dei centri di assistenza agricola, segnavano come propri terreni di Comuni, Regione o privati. Lo scopo dei boss era quello pronunciato con rabbia in quell’estate 2016: «Farla finita definitivamente » con la stagione di controlli.
«Il rancore dei boss è per me una medaglia — dice oggi Antoci — Adesso, i fondi europei per l’agricoltura vadano agli agricoltori e agli allevatori perbene, che sono la stragrande maggioranza in questo Paese».
La Repubblica Palermo, 19 genn 2020

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