martedì 28 gennaio 2020

La storia - Lo strano caso del boss celebrato da mezzo secolo come vittima di mafia

La scalinata della scuola di Trabia col nome di Passafiume

di ATTILIO BOLZONI
Ci sono "verità" che si tramandano di generazione in generazione e che possono far nascere equivoci antipatici. Dare per scontato qualcosa senza controllare — e soprattutto ricordare — può giocare brutti scherzi. Come per esempio trasformare un capo mafia in una vittima di mafia e sistemare il suo nome accanto a quelli di Boris Giuliano e Ninni Cassarà, di Rosario Livatino e Pippo Fava. Cose che succedono quando una vecchia velina viene mal interpretata con l’aguzzino che si ritrova eroe, nonostante un passato molto significativo (criminalmente parlando) nella sua comunità.
Cose che succedono a Trabia, paese del Palermitano dove uno dei suoi boss, Nunzio Passafiume, che per la sua fluente chioma vermiglia era chiamato "pilu russu", si è ritrovato suo e nostro malgrado nella scalinata di una scuola dedicata a uomini e a donne uccisi da Cosa Nostra.

Incolpevoli i dirigenti scolastici che si sono fidati di ciò che è immortalato sui libri di storia, incolpevoli i giornalisti che per decenni l’hanno citato come esempio di virtù, incolpevoli (ma fino a un certo punto) alcuni testi che avevano deposto in Commissione parlamentare Antimafia nel 1963 indicando quel Passafiume come bersaglio delle cosche invece di descriverlo per quel che era.
L’istituto che ospita la scalinata è la scuola media "Giovanni XXIII", la scoperta dell’"errore" l’hanno fatta un gruppo di sindacalisti che si sono accorti di un Passafiume nella loro Cgil in un’epoca in cui la Cgil a Trabia ancora non c’era. Poi è venuto a galla tutto il resto. A supportarli nella ricerca Francesco Tornatore, fratello del regista Peppuccio, saggista e autore di testi proprio su quell’infuocato dopoguerra siciliano, ultimo lavoro una monumentale bibliografia ( Ecco perché... ) sugli scritti di Pio La Torre.
L’esplorazione nei trascorsi di Passafiume — a cura dei sindacalisti Andrea Bondì, Francesco e Giovanni Cancilla, Franco Chiarini, Sandro Di Vittorio, Giuseppina Greco, Giuseppe La Russa, Pino Lo Bello e Rosa Piazza — ha permesso di accertarne l’identità al di là di ogni ragionevole dubbio grazie alla memoria di un paio di sopravvissuti di quel tempo.
Tutto l’inghippo ha origine con Francesco Renda, storico di grande valore che, in un passaggio del terzo volume della sua Storia della Sicilia dal 1860 al 1970, segnala Passafiume come «vittima di mafia» citando un’informativa dei carabinieri proprio sull’uccisione del boss, avvenuta il 1 giugno 1946. Una nota molto vaga dove, in effetti, si avanzava l’ipotesi di un «movente politico». Da qui, probabilmente, il malinteso. Erano gli anni delle esecuzioni dei sindacalisti e degli assalti alle Camere del Lavoro, qualcuno ha fatto uno più uno e Passafiume si è ritrovato dall’altra parte. In realtà i dirigenti della Cgil hanno raccolto decine di testimonianze che smentiscono la verità ufficiale e descrivono un altro contesto. La politica c’entra ma al contrario. In quell’epoca, in concomitanza con le prime elezioni libere d’Italia, la famiglia mafiosa di Trabia aveva dato ordine di vietare ogni comizio che non fosse del Movimento indipendentista siciliano guidato da Andrea Finocchiaro Aprile. Non tutti obbedirono. Ci furono alcuni omicidi, fra cui quello di Giuseppe Galioto. E qualche giorno dopo l’assassinio di Passafiume, "noto capomafia", come risposta. «A Trabia non sono stati mai uccisi sindacalisti della Cgil e nel 1946 non c’era ancora la Lega dei braccianti, solo intorno al ‘60 sono cominciate le occupazioni dei feudi, qualcuno ha perfino promosso Passafiume leader del nostro sindacato quando tutti sapevano in paese chi fosse in realtà», spiega Francesco Cancilla, uno di quelli che ha portato alla luce l’"equivoco".
La dirigente scolastica Giusy Conti è serena: «In una scuola la verità è importante, se fosse accertato definitivamente che quel nome non è al posto giusto provvederemo a toglierlo ». Piccolo suggerimento. Cancellatelo e mettete un nome che manca, adatto anche a quel periodo: Pio La Torre.
La Repubblica,  28 gennaio 2020

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