domenica 8 dicembre 2019

Uno sguardo su Sciascia

Leonardo Sciascia

DONATELLA MARINELLO
Nel novembre del 1989 Sciascia muore. Il trascorrere del tempo  non ha sottratto alcunché all’attualità delle sue opere, esse sono tuttora  in grado di dialogare con la contemporaneità di un Paese, il quale , sia pure cambiato anche sotto il segno delle globalizzazione,  rivela nei dettagli le stesse problematiche  che l’autore  ha narrato in un trentennio di vicende, di atteggiamenti, di costumi, di modi di agire  che dagli anni cinquanta arriva fino alla fine degli ottanta del Novecento. L’ assenza di una delle voci civili più acute della nostra letteratura  non  è né satura di silenzio né agisce per sottrazione, basta aprire una pagina della sua  scrittura cristallina  per estrarre un acume in grado di aggiungere chiarezza al nostro sguardo che osserva la società di oggi. Leggere Sciascia come una lente di ingrandimento per correggere la visione sfocata del vivere una contemporaneità che necessita a volte di anni e tempo per rivelarsi a noi in tutta la sua costruzione di significato. 

Per avvicinarsi all’autore, il lettore di seguito troverà alcune indicazioni che ho selezionato in modo del tutto personale. La peculiarità della  narrazione di Sciascia, a parer mio, si desume  da un brano tratto da "Una storia semplice", in Opere, Bompiani, nel quale  viene descritto il rapporto che intercorre tra l’esercizio dello scrivere e un brigadiere, protagonista del romanzo e deputato a risolvere la trama delittuosa.
“Il brigadiere cominciò a fare il suo lavoro di osservazione, in funzione del rapporto scritto che gli toccava fare: compito piuttosto ingrato sempre, i suoi anni di scuola e le sue non frequenti letture non bastando a metterlo in confidenza con l’italiano. Ma, curiosamente, il fatto di dover scrivere delle cose che vedeva, la sua preoccupazione, l’angoscia quasi, dava alla sua mente una capacità di selezione, di scelta, di essenzialità per cui sensato ed acuto finiva con l’essere quel che poi nella rete dello scrivere restava. Così è forse degli scrittori del meridione, siciliani in specie: nonostante il liceo, l’università e le tante letture“(pag.736).
Dare testimonianza scritta delle cose che vediamo conferisce  acume e nel contempo rende la scrittura  ricerca e ricostruzione di verità, non soltanto esercizio  vuoto di parola né prestidigitazione esornativa di suoni.
Il secondo stralcio  appartiene a "La corda pazza", Adelphi. Qui lo scrittore riporta le considerazioni fatte da un poeta e scrittore messinese Scipio Di Castro, vissuto nel XVI secolo, sul  carattere dei siciliani e sulla loro natura timida e cauta quando si tratta di tutelare gli interessi privati, viceversa temerari “quando maneggiano la cosa pubblica”. Il trincerarsi nella difesa materialistica del particulare può  rendere servi e la storia offre parecchie testimonianze in merito. Mi interessa però muovere da questo brano per riflettere con voi sui  rischi innescati  dalla  chiusura dentro una dimensione privata, tipica della nostra contemporaneità. Non viene compromessa solo  la libertà, non ci si consegna a una condizione di potenziale servitù  ma  si abdica ad ogni ruolo civico poiché ci si sottrae  anche dal progettare il benessere di una comunità:
“Timidi quando trattano i loro affari, poiché sono molto attaccati ai propri interessi  e per portarli a buon fine si trasformano come tanti Protei, si sottomettono a chiunque può agevolarli e diventano a tal punto servili che sembrano nati per servire” (pag. 12).
Il terzo brano è un estratto dal  romanzo "Le parrocchie di Regalpetra", Editori Laterza . Siamo nel secondo dopoguerra, un  maestro elementare osserva  i suoi alunni affamati, del tutto refrattari ad una scuola percepita come luogo di costrizione. Egli  ha  avuto la  possibilità di svincolarsi da un determinismo che ha ostacolato nei secoli  ogni prospettiva di miglioramento  della posizione sociale di chi ha subìto solo miseria e vessazione. La consapevolezza di avere  una vita migliore per sé e per la propria famiglia non dissipa tuttavia  l’inquietudine che si aggruma in  un nodo di paura poiché ogni conquista può frantumarsi  “finché l’ingiustizia sarà nel mondo” mentre il caso consegna la fragilità di una vita alla carta che si scopre dentro le volubili variabili del gioco .
“Io penso - se fossi dentro la cieca miseria, se i miei figli dovessero andare a servizio, se a dieci anni dovessero portare la quartara dell’acqua su per le scale, lavare i pavimenti, pulire le stalle; se dovessi vederli gracili e tristi già pieni di rancore; e i miei figli stanno invece a leggere il giornalino, le favole, hanno i giocattoli meccanici, fanno il bagno, mangiano quando vogliono, hanno il latte il burro la marmellata; parlano di città che hanno visto, dei giardini nelle città, del mare. Sento in me come un nodo di paura. Tutto mi sembra affidato ad un fragile gioco;qualcuno ha scoperto una carta, ed era per mio padre, per me, la buona; la carta che ci voleva. Tutto affidato alla carta che si scopre”(pag.111).
Attraverso questa selezione  di brani,  emerge   lo scrittore di cose, fedele al suo impegno civile, vigile e attento custode della ragione.  Dentro il cono d’ombra proiettato dal  caso che aggiunge incertezze alle nostre vite che nega o schiude la speranza che consente o tronca un destino alternativo, un punto fermo a cui afferrarsi rimane l’essere fedeli testimoni del nostro oggi e costruttori attenti di un presente nel quale siamo chiamati ad agire come cittadini. “Noi siamo quello che facciamo”, postula un personaggio sciasciano (Candido, 1977) e ancora l’autore evidenzia in un’intervista alla francese Padovani: “Ritengo che non si arriverà mai a niente di perfetto, di giusto e di affatto libero, in materia di organizzazione politica e sociale, ma che occorra vivere e lottare come se si fosse convinti di arrivarci  ("La Sicilia come metafora", 1979).  La spinta propulsiva ad agire,condensata nel  come se , mi appare una straordinaria eredità lasciata dallo scrittore, al pari della virtus che sprona il contadino a seminare indipendentemente dal raccolto, sicché  dentro la voragine oscura delle infinite possibilità,  tra questo spazio e questo tempo, Sciascia continua a dialogare con noi.
Donatella Marinello

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