domenica 8 dicembre 2019

Il personaggio. Boccassini va in pensione da integralista della legalità


di PIERO COLAPRICO
MILANO — Ci sono persone che hanno inciso nel loro mestiere e l’hanno cambiato. Ilda Boccassini, pubblico ministero e coordinatrice di indagini di alto livello, è tra queste. Da oggi è in pensione. E con lei sembra andarsene un’epoca storica. Facile — per chi non la conosce e per chi s’è fatto un’idea a distanza — parlare o sparlare della «dottoressa», come i suoi l’hanno sempre chiamata. C’è chi la rispetta e la ammira, chi non la sopporta. Più difficile «narrarla» per i pochi che hanno seguito nei decenni i risultati, il metodo di lavoro, il suo «non allineamento» alle correnti della magistratura. La carriera di Ilda Boccassini è costellata di «prime volte», nel senso che è arrivata con le inchieste dove altri non ce l’hanno fatta. A Milano si diceva che «non c’è la mafia», ma alla fine degli anni Ottanta, lavorando con il capitano Ultimo, sconfigge un intero clan di Cosa nostra. Quando nel maggio ’92 viene ammazzato Giovanni Falcone, se la prende con chi ne criticava le scelte di politica giudiziaria.
Va volontaria in Sicilia, a vivere "bunkerizzata". Lavora sulle stragi mafiose e avvisa (inascoltata) i colleghi siciliani che stanno dando credito a un pentito fasullo. Quando torna a Milano, lo fa in pace. Ha la stima incondizionata di Francesco Saverio Borrelli, che ai tempi l’aveva «sgridata», adesso la spinge a ricoprire il ruolo che era stato di Antonio Di Pietro nelle inchieste anticorruzione. Entra nel pool Mani Pulite: e dimostra come l’avvocato Cesare Previti, per conto di Silvio Berlusconi, potesse «comprare» le sentenze della Cassazione. Dodici anni fa, nel 2007, gli ultimi brigatisti rossi, che hanno alle spalle alcuni omicidi, vengono catturati dopo le sue indagini con l’antiterrorismo. Poi dimostra che a casa del presidente del Consiglio — sempre Berlusconi, ma dipende dai suoi comportamenti questo susseguirsi di indagini, non certo dai magistrati — non si tenevano «cene eleganti», ma ci si regolava negli inviti notturni grazie a un «sistema prostitutivo». Anche con le sue indagini sulla ’ndrangheta assistiamo a due novità assolute: il voto dei padrini del Nord per l’elezione del loro rappresentante; e un giuramento di affiliazione in diretta video, in mezzo alla campagna lombarda, dove i mafiosi ritiravano i cellulari e non c’era corrente elettrica. Ancora oggi i criminali si chiedono come abbia fatto.
Aveva in fondo un legittimo desiderio di carriera: diventare procuratore capo di Milano. Si augurava che il curriculum l’aiutasse, il Csm non l’ha considerata tra i papabili. Oggi «se ne va» dunque dal quarto piano del palazzo di giustizia di Milano un numero uno. Salutando poche persone, mentre gli ultimi mesi sono trascorsi lenti, desolati e senza nuovi incarichi. E se ne va a settant’anni, come prevede la legge, senza che nessun rappresentante dello Stato abbia pensato a come non sprecare un talento come il suo. È il destino che capita non di rado in Italia alle persone indipendenti. «La dottoressa » in qualche modo è un’integralista della legalità, una che s’è sempre ispirata non solo al lavoro, ma alla dignità e al coraggio estremo di Giovanni Falcone. Conosce tutti e, quando alza il telefono, i detective l’ascoltano. In questi ultimi mesi, quel telefono ha squillato meno, molto meno. E i suoi confidavano: «Che spreco».
La Repubblica, 7 dic 2019

Nessun commento: