domenica 8 dicembre 2019

Come si è arrivati alla casa “Yiobosa” (in lingua benin “Dio ci accoglie”) di S. Giuseppe Jato...

La casa “Yiobosa” di San Giuseppe Jato

Forse molti o pochi di voi che leggeranno queste mie righe avranno saputo dai giornali o dai social che è stata inaugurata una casa a San Giuseppe Jato in cui saranno ospitate ragazze africane in un periodo-ponte nelle loro vite che va dalla strada alla faticosa conquista della loro autonomia. Che all’inaugurazione c’erano il vescovo di Monreale, il parroco della chiesa di pertinenza, i locali vicesindaco e assessore alle politiche sociali e altre autorevoli presenze. Ma io, oltre la cronaca, vorrei raccontarvi i retroscena, il come ed il perché e il per chi ha preso forma questa realtà.

Tutto comincia che, per fortuna, in questo mondo esistono persone che hanno a cuore la sorte di tanti fratelli e sorelle sparsi per il mondo e da decenni, non da ieri, dedicano la loro esistenza a cercare di fare qualche cosa per loro, ovunque essi siano. E per questo hanno fatto doposcuola in quartieri disagiati o centri sociali o lotta per la casa o analisi critiche e propositive dei bilanci comunali a Palermo, come anche lavorato col movimento dei meninos de rua in Brasile, o in Ruanda e in Burundi ai tempi della scanna fra hutu e tutsi, o in Congo, o ideato la raccolta serale del cibo ecceduto in panifici e ristoranti per distribuirlo a chi è in difficoltà economica, salvando tanto cibo prezioso dalla discarica, o hanno fatto tante altre cose in cui l’impegno politico è inteso sempre come servizio e mai come potere o come il far parte di una élite di “eletti”.
E succede che a dicembre del 2011 i giornali danno notizia di un ragazza uccisa e carbonizzata a Misilmeri. Si tratta di una “prostituta” intesa “di colore”, Favour, di 20 anni. Noi sensibili, come é ovvio, ci indigniamo.
E succede che due mesi dopo un’altra ragazza di colore viene trovata morta e seminuda fra i cassonetti di via Filippo Juvara, in pieno centro, a Palermo. Era Loveth, 22 anni. Noi sensibili, ancora una volta, ci ri-indigniamo.
Ma c’é qualcuno fra i sensibili che idea che non deve finire con l’indignazione e basta e che si può e si deve fare altro. Intanto anche “soltanto” lasciare un segno che faccia da inciampo a quanti passano frettolosi per quella strada e li faccia soffermare a leggere anche solo il nome della ragazza su un cartellino appeso a un albero di un’aiuola vicina al luogo in cui è stata lasciata morta. Da questo evento nasce il Coordinamento anti-tratta Favour e Loveth, costituito da associazioni, organizzazioni non governative, singole persone di buona volontà.
L'arcivescovo Michele Pennisi all'inaugurazione della casa "Yiobosa" 
Da qua nasceranno progetti, finanziati dall’Unione europea, di studio sul fenomeno della tratta di esseri umani, un contemporaneissimo e vigorosissimo traffico di persone vive, importate per essere letteralmente schiavizzate nel nostro civile sistema sociale, fatto di persone per bene spesso regolarmente ammogliate e altrettanto regolarmente aduse a procurarsi rapporti sessuali a pagamento.
E succede che il corpo di Favour, quasi dimenticato per due anni in un frigo nel settore di medicina legale al Policlinico di Palermo, in seguito all’impegno di un sensibile attivo fra i sensibili e basta, dopo estenuanti andirivieni e impirugghi burocratici, trovi degna sepoltura al cimitero di Misilmeri e che sulla tomba, sotto al nome completo della ragazza, sia incisa la scritta “vittima della tratta di esseri umani”, con tanto di sindaco con striscia tricolore, polizia municipale, carabinieri ecc.
E sempre grazie all’impegno di questo qualcuno, anche Loveth, sepolta prima in una fossa anonima, ha avuto la sua targa col suo nome, individuabile, onorata con tutti i crismi, al cimitero dei Rotoli, a Palermo.
E succede che un gruppo di queste persone sensibili, facendo appello alla Carta di Palermo, del 2013, elabori delle proposte presentate ai giornalisti de La Repubblica e de Il Giornale di Sicilia con appositi sit-in, invitando i media a dar spazio a certe tematiche e, tanto per cominciare, a non scrivere e non titolare più certe notizie con parole tipo “prostituta nigeriana uccisa” ma con parole più adeguate e rispettose della persona offesa, da definire come prostituita non come prostituta e, soprattutto, come “vittima della tratta”, del traffico ignobile di esseri umani. Una modifica del linguaggio che non è solo terminologica, ma sostanziale.
E succede che prima una e poi altri fra i sensibili inizino a fare opera di coscientizzazione nelle scuole superiori, perché i ragazzi sappiano cosa c’é dietro il ”semplice” usufruire di un simile commercio di carne umana (“La scuola non tratta!”).
E succede che, come in molti gruppi che si rispettino, composti da persone pur dotate delle migliori intenzioni, sorgano dei problemi e che ci si separi, come nelle migliori famiglie. E che da questa separazione sorgano nuove famiglie.
Ed così che nasce l’associazione “Donne di Benin City”, la città della Nigeria da cui proviene la gran parte delle moderne schiave africane. Associazione (era ora!) composta in prevalenza da donne nigeriane che, avendo vissuto sulla propria pelle l’essere prostituite coercitivamente fino all’estinzione di un “debito” (così definito da chi le schiavizza) di decine e decine e decine di mila euro, pena botte e ritorsioni anche sui familiari in Africa) vogliono aiutare chi é ancora vittima del racket a saperne uscire fuori. Per far questo non é necessario “solo” liberarsi da catene monetarie ma anche da catene mentali, da credenze ancestrali, da rituali woodoo e juju a cui le ragazze sono sottoposte, riti a cui credono e che fanno sentire le vittime prigioniere di una potenza malefica sovrannaturale.
Per liberale da questo e convincerle a denunciare, si é ideato un rituale di liberazione in loco, praticato da una “sacerdotessa”, che le possa far sentire affrancate mentalmente. E per poter creare un rapporto di fiducia con la polizia, si è dovuto operare anche con essa perché la sua funzione non fosse quella di fare la retate di prostitute, da rispedire al mittente, cioè in Africa, possibilmente in pasto agli aguzzini che le hanno trafficate inizialmente, ma fosse invece quella di proteggere queste donne che sono soltanto vittime, dal primo all’ultimo tassello, di un mosaico perverso.

Da qua, fra le donne che si sono affrancate, l’emergere di qualcuna che sa meglio parlare con le ragazze, per convincerle ad affidarsi ad altro e ad altri, ad essere fiduciose in un possibile cambiamento. Ricordo nel 2017, in occasione della Giornata europea contro la tratta, una fiaccolata lungo i percorsi palermitani tipici del “battuage”, dal Foro italico fino a Piazza XIII vittime. Là alcune ragazze tipicamente in mostra, in attesa di clienti, erano fuggite alla vista della polizia che vigilava sul corteo, ma erano state raggiunte dalle donne che manifestavano, nere come loro, che parlavano la stessa loro lingua, che le invitavano a non fuggire, a non avere paura della polizia. Al vedere le ragazze, prima fuggitive, tornare e mettersi in cerchio coi manifestanti e cantare i loro canti, con la polizia accanto, non siamo stati in pochi a piangere. Come immaginabile, analogamente a tantissimi italiani, anche per queste ragazze si pone il problema della mancanza di un lavoro. Da qua l’idea di chiedere al Comune di Palermo l’assegnazione di terreni confiscati alla mafia, in cui si sarebbero potuti coltivare prodotti africani. Per questo si era richiesto il supporto della Cooperativa Lavoro e non solo di Corleone, che avrebbe dovuto offrire collaborazione e mezzi agricoli. La mancata assegnazione dei terreni, credo per lungaggini burocratiche, ha per il momento fatto accantonare questo progetto.
Frattanto, alla vigilia di natale del 2015, un altro omicidio ai confini fra Trapani ed Erice. Stavolta ad essere uccisa é Bose, il cui corpo é trasportato, per depistaggio, vicino al cimitero di Custonaci. Col solito fare da formichina, qualcuno riesce, anche in solitudine, a coinvolgere i sindaci dei comuni di Trapani, Erice e Custonaci. Nel luogo in cui Bose é stata uccisa é stata posta una targa, anche qua con il suo nome e cognome e la dicitura “vittima della tratta”. Alla scopertura della targa erano presenti sorprendentemente il vescovo, il prefetto, i sindaci, rappresentanti dell’osservatorio scolastico regionale, classi di scuole di ogni ordine e grado, che hanno consegnato al fratello di Bose cataste di lettere scritte da ciascun alunno di ciascuna delle classi presenti, indirizzate ai due gemellini di Bose.

Intanto l’associazione Donne di Benin City, la prima in Italia ad essere costituita prevalentemente da donne vittime della tratta, presieduta da una di esse, ha assurto agli onori della cronaca finalmente per aver dato vita a fatti concreti e positivi, per aver partecipato ad incontri e convegni, prendendo parola, alla presenza anche della allora presidente della Camera Boldrini, riscuotendo l’interesse dei media non solo locali ma anche nazionali e internazionali, fra cui la BBC, The New York Times ecc. 

E viene aperto nel 2016 a Palermo, nei locali del Teatro Montevergini, uno sportello presenziato da alcune donne dell’associazione, a cui affluiscono parecchie ragazze in difficoltà, che sono fuggite (o intendono farlo) dalle cosiddette “connection house”, numerose a Palermo, luoghi di prostituzione e di traffico di stupefacenti, gestiti dalla mafia nigeriana.

E succede che nel 2017, a Palermo, un nigeriano, che aveva sequestrato una ragazza per costringerla alla prostituzione, minacciava di ucciderla brandendo una bottiglia di vetro rotta. Per sottrarsi ai suoi colpi Sonia, già ferita, si era buttata dal secondo piano, cadendo su una motoape, ed evitando per fortuna la morte. Al processo contro lo sfruttatore nigeriano l’associazione Donne di Benin City si é costituita parte civile, ottenendo in primo grado la condanna dell’imputato. Nell’aprile del 2019 la polizia ha arrestato a Palermo una decina di esponenti delle organizzazioni criminali nigeriane Viking ed Eye. In risposta a questo evento la presidentessa dell’associazione e il presidente dell’associazione regionale nigeriana hanno convocato una conferenza stampa, esprimendo pubblicamente la loro condanna contro le mafie e organizzando a tamburo battente una manifestazione per ribadire il proprio orgoglio di nigeriani onesti. Alla manifestazione hanno partecipato il sindaco di Palermo, la CGIL e associazioni anti-mafia di lunga data quali il Centro siciliano di documentazione sulla mafia “Peppino Impastato” e il Centro studi “Pio La Torre”. Come c’era da aspettarsi, a seguito di queste plateali sortite, ambedue i presidenti su citati hanno ricevuto minacce.
Nel 2018, al processo contro la Black Axe (la più consistente organizzazione criminale nigeriana) si sono presentati parte civile il Comune di Palermo, il Centro Impastato, il Centro Pio La Torre. In primo grado alcuni degli imputati (che hanno scelto in prevalenza di sottoporsi al rito abbreviato) sono stati condannati con l’aggravante di far parte di un’associazione mafiosa (art. 416 bis).
La Giornata europea contro la tratta (designata in Europa dal 2006 e celebrata a Palermo da qualche anno) é stata quest’anno celebrata al Comune di Palermo con un dibattito sulle parti civili presentatesi al processo contro la mafia nigeriana, condannata per la prima volta in Sicilia. In questa occasione é stata proposta la costituzione di un osservatorio sulla mafia nigeriana, e si darà inizio ad un bollettino periodico on line dedicato a questo specifico.

Intanto, grazie ai social, diverse ragazze hanno contattato l’associazione e sono state incoraggiate ad affrancarsi. Ma il più delle volte finiscono col restare nelle mani dei loro aguzzini, non sapendo dove andare, non avendo un lavoro altro ed essendo state destinate dalle loro stesse famiglie a sottoporsi allo sfruttamento per far arrivare (estinto il “debito”) le rimesse a casa, in Nigeria, e contribuire a mantenere la famiglia. Spesso le ragazze sono legate alle “maman”, ex prostituite affrancate che diventano a loro volta delle vere e proprie kapò, degli ascari che, fatto il “salto” qualitativo, da vittime diventano vittimizzanti, in un perverso circolo vizioso, in cui da “liberate” diventano a loro volta tutrici del sistema di schiavizzazione. La parola “maman”, mamma, totalmente deviata dal suo significato originario.

Intanto le ragazze che riescono ad affrancarsi dal racket, ovviamente, al pari di tantissimi italiani, hanno esigenza di una casa e di un lavoro per autonomizzarsi. Ed é per questo che si é interpellata una consigliera comunale di Palermo sensibile a questi temi, per cercare di ottenere un immobile confiscato alla mafia e utilizzarlo come alloggio temporaneo per le ragazze.

E lei, che ben conosce le lungaggini e i possibili impedimenti burocratici, ha pensato che sarebbe stato più facile fare appello ad un privato. E per questo ha contattato una sua cara amica che aveva una casa inutilizzata a san Giuseppe Jato, che da tempo pensava di voler utilizzare a fini sociali. Ed è così che questa ha concesso in comodato d’uso all’associazione Donne di Benin City la sua casa (tre grandi stanze, doppi servizi, grande cucina, lungo balcone con magnifica vista) e un terreno attiguo. La casa é stata chiamata “Yiobosa”, che in lingua benin significa “Dio ci accoglie”.

A questo punto un’altra forza della natura in sembianze di donna, invece di raggomitolarsi su se stessa per la ragguardevole malattia che la ha colpita, con indescrivibile energia, coadiuvata da preziose collaborazioni, é riuscita ad organizzare un evento al Teatro di Verdura, nel luglio 2019, a Palermo, con danze e canti e mostra e testi relativi al problema della tratta di esseri umani. Si é registrato il tutto esaurito e i soldi raccolti con la vendita dei biglietti serviranno ad affrontare le prime spese della casa, arredata con mobili recuperati, e che, si spera, sarà supportata dalla Caritas di Monreale.

Il gruppo di donne “Basta un quadrato”, che assembla “mattonelle” di lana riciclata realizzate all’uncinetto e a i ferri da varie mani, ha creato delle bellissime coperte variopinte, l’una diversa dalle altre, che vendute servono a finanziare progetti nel sociale, fra cui il progetto di casa Yiobosa.

Ed é solo a questo punto della catena che si é inaugurata la casa, alla presenza, fra gli altri, dell’associazione di san Giuseppe Jato “Orizzonte donna” che nel suo biglietto di presentazione porta scritti degli intenti che sembrano essere fatti su misura per coadiuvare quelli di casa Yiobosa: “Tutti i campi in cui si manifestino esperienze culturali, ricreative e formative o tutti quelli in cui si possa dispiegare una battaglia civile contro ogni forma di ignoranza, d’intolleranza di violenza, d’ingiustizia, di discriminazione, di razzismo, d’emarginazione, di solitudine forzata “. Un’altra simpatizzante, venuta apposta dalla Svizzera per l’inaugurazione, si adopererà per coinvolgere artisti e operatori perché possano contribuire a far sorgere, sul terreno incolto di fronte alla casa, un orto urbano che diventi luogo di lavoro e di incontro per le persone del paese, per giovani emigrati accolti in una struttura vicina, per le donne future ospiti della casa.

E col vicesindaco e l’assessore alle politiche sociali che hanno sottolineato la necessità dell’apertura agli altri, e che nella presenza dei ragazzi immigrati e ora di queste donne vedono un’occasione di riscatto del paese dalla triste nomea causata dai famosi mafiosi locali.
Il prossimo appuntamento é per il 12 dicembre alle 19,30 a Palermo, al No mafia Memorial, in corso Vittorio Emanuele 343 (quasi di fronte Piazza Bologni) per l’inaugurazione della mostra fotografica “O sisters, where are you gone?” interamente realizzata da un’altra fonte di energia in panni femminili, con foto messe a disposizione da alcune fotografe.

E ora, come nella migliore tradizione dei cantastorie siciliani, “cca ‘a chiuiemmu e n’atra vuota ‘a ripigghiammu”. Quando vi racconterò come questa storia continua...
MARIA DI CARLO

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