domenica 24 novembre 2019

Todo Sciascia, vita "segreta" dello scrittore


di MARIO PINTAGRO
Gli anni da maestro elementare e l’emozione per Tornatore Il ritratto del vicino di casa a Racalmuto, Felice Cavallaro
Lo Sciascia che non conosciamo è il maestro che insegna a Racalmuto a leggere, scrivere e far di conto a ragazzini che non avevano nemmeno lo scarpe, e che si inteneriva per il lessico locale: « I campi si verdìcano », dicevano i suoi allievi nell’imminenza della primavera. È lo Sciascia che parte alla volta di Palermo, con gli amici Aldo Scimè e Nenè Cavallaro, deciso a cambiare vita: c’è la sede regionale Rai che offre opportunità, ma Sciascia non abbandona mai la sua Racalmuto. Anzi, la sua casa di campagna alla Noce, ha una centralità costante nella sua vita, è il "buen retiro" dell’intellettuale.

Rivive Leonardo Sciascia, a trent’anni dalla scomparsa, nel racconto che ne fa l’inviato del Corriere della sera Felice Cavallaro in " Sciascia l’eretico, storia e profezie di un siciliano scomodo ( Solferino, 304 pagine, 17 euro). È un racconto ricco di dati, curiosità, aneddoti, scritto da un testimone spesso diretto. Uno di casa, visto che la casa dello scrittore era confinante con quella di Cavallaro. Contrada Noce era un posto isolato, ma c’era una cabina- stalla munita di telefono che assicurava il collegamento con il mondo che contava: Montanelli, Pasolini, Calvino, Biagi, Consolo, Bufalino, Rosi, Wertmuller, i direttori del Corsera e della Stampa e politici come Craxi e Pannella erano a portata di mano. Da quel buco nella campagna nissena Sciascia dettava anche i pezzi ai dimafonisti, ben sapendo che il giorno dopo doveva lamentarsi per le virgole fuori posto e gli strafalcioni pubblicati sul giornale.
La vita di Sciascia è segnata da vicende tragiche: il fratello Giuseppe si suicida nella miniera di Assoro, il padre prende a pistolettate un avvocato. Poi c’è lo Sciascia scrittore: Le parrocchie di Regalpetra, Il giorno della civetta che fa scoprire la mafia agli italiani. Un romanzo, che diventa anche un film, ispirato al capitano dei carabinieri Roberto Candida e all’omicidio del sindacalista Accursio Miraglia. Con il boss don Mariano Arena che divide l’umanità in uomini e in quaquaraquà. Quell’aggettivo glielo avrebbero affibbiato più di trent’anni dopo quelli del coordinamento Antimafia che non gradirono il suo articolo sui " professionisti dell’antimafia" apparso sul Corriere.
Era lo Sciascia lucido difensore della Ragione e del Diritto a scrivere quell’articolo che provocò molte polemiche. Ma non ce l’aveva con Borsellino, come poi chiarirono entrambi. C’è lo Sciascia col fiuto editoriale che permette a Enzo ed Elvira Sellerio di far decollare la casa editrice, che era un po’ come «coltivare fichidindia a Milano » . Sciascia contro corrente: il solo, insieme a Pannella e a Craxi a ipotizzare la trattativa con i terroristi per salvare Aldo Moro. Sciascia politico: dapprima consigliere comunale a palermo, eletto come indipendente nelle liste del Pci con l’amico Renato Guttuso e Achille Occhetto in un Palazzo delle Aquile dominato da Ciancimino e in una città che ha tutti i crismi dell’irredimibilità. Paolo Guzzanti nel ’ 79 lo intervista e gli chiede cosa farebbe se al governo del Paese ci fosse lui e Sciascia esprime un giudizio tranciante: « Intanto rimanderei a casa Andreotti che riunisce il sé il peggio nei secoli della storia d’Italia » . Poi esplode il caso Tortora e Sciascia, legato da antica amicizia col presentatore, è l’unico a dirsi sicuro della sua innocenza. Avrà ragione. C’è spazio anche per Sciascia cinefilo: ormai malato, assiste a una proiezione privata di "Nuovo Cinema Paradiso", in presenza del regista e pochi altri amici. E si commuove fino alle lacrime per la scena dei baci tagliati.
La Repubblica Palermo, 24.11.2019

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