sabato 12 ottobre 2019

Scambiano la “Cedu” per “Cosa nostra”

EMANUELE MACALUSO
Nei giorni scorsi la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo (Cedu) con una sentenza ha respinto il ricorso del governo italiano volto a contrastare la richiesta di un detenuto il quale chiedeva un giudizio sulla sua condizione di recluso. La sentenza riguarda l’ergastolo ostativo, cioè il carcere a vita senza possibilità di ottenere benefici, previsti dalla legge (permessi, lavoro e, dopo più di 30 anni anche i domiciliari se c’è buona condotta). Il carcere ostativo, è stato detto nella sentenza, contrasta con la Carta europea dei diritti umani.


Il carcere ostativo è comminato ai mafiosi che non collaborano con lo Stato anche se hanno rotto con la loro vecchia organizzazione, ed ai terroristi cosiddetti irriducibili. La reazione del ministro della Giustizia, noto per il suo esasperato giustizialismo, di altri ministri, di tanti magistrati, di alcuni giornali – in testa Il Fatto Quotidiano – è stata violenta. Sembra che quella sentenza, favorevole alla richiesta del detenuto, sia stata emessa da Cosa Nostra e non da giudici indipendenti ed esperti. La campagna di tutti questi magistrati, giornali ed esponenti della politica, asserisce, in buona sostanza, una cosa: è stato fatto un favore alla mafia. Fa eccezione Il Foglio che ha pubblicato un articolo argomentato del professor Giovanni Fiandaca, il quale ha messo in evidenza che il carcere ostativo non solo contrasta con la Carta dei diritti umani ma anche con la Costituzione italiana. Anche altri giuristi hanno scritto nel merito, confutando le banalità propagandistiche che si leggono qui e là. Oggi Il Fatto Quotidiano pubblica un inutile articolo del Pg di Palermo, Roberto Scarpinato.

A questo punto io vorrei, però, affrontare il tema da un’angolazione che non è stata messa in risalto da nessuno. Infatti, questo dibattito, a mio avviso, mette in evidenza come, ormai da anni, la lotta alla mafia viene identificata solo con l’azione repressiva e giudiziaria, certamente necessaria ma non esclusiva. Per la sinistra, alla quale io mi identifico - la sinistra di Li Causi, La Torre, dei 36 capilega assassinati - la lotta alla mafia deve essere soprattutto lotta sociale, politica e culturale. E va condotta tra le masse popolari e con le masse popolari. Nelle città, nei quartieri e nei paesi. E’ questo l’altro potere che si può opporre alla mafia. Grazie a questo modo di fare la lotta alla mafia tanti giovani furono sottratti all’influenza politica e culturale delle cosche e si schierarono sul fronte opposto.

Da anni questa lotta, di fatto, non c’è. E’ anche vero: c’è don Ciotti, con i suoi giovani che manifestano insieme alla Fondazione Falcone e altre meritevoli organizzazioni. Io sono con loro. Lo scorso anno ho partecipato ad una loro iniziativa. Ma se non c’è una presenza attiva e continua, quotidiana, nei luoghi dove la mafia opera, anche quelle manifestazioni, che coinvolgono tanti giovani, non incidono come potrebbero.
Osservo, ancora una volta, che nel Pd di questi temi non si parla. Spero che il giovane ministro Peppe Provenzano, il quale conosce bene questa questione (come suo primo atto simbolico è andato a rendere omaggio ai caduti di Portella della Ginestra) e su questo fronte è stato impegnato, possa sensibilizzare il suo partito ed il governo. Solo così, forse, le cose possono cominciare a cambiare.

(12 ottobre 2019

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