martedì 8 ottobre 2019

Il naufragio dei migranti. Tredici bare sul molo così Lampedusa rivive il suo incubo

Lampedusa. Le bare al molo Favaloro

di GIORGIO RUTA
Strage di donne al largo dell’isola: quindici i dispersi, otto sono bambini la tragedia nei giorni del ricordo della sciagura in cui morirono 368 persone
Lampedusa — La burrasca si abbatte su Lampedusa. Pioggia e vento mentre al molo si fa la conta dei morti. Due, cinque, sette, tredici. Tanti, troppi come i dispersi che il mare grosso non permette di recuperare. «Erano circa 50 a bordo e 22 sono i superstiti. Non volevamo assistere più a scene come queste. Non volevamo più commemorare tragedie» , si sfoga il sindaco dell’isola, Salvatore Martello, dopo una notte passata insonne.

In questo lembo di terra in mezzo al Mediterraneo oggi non va in scena lo scontro politico. Non si replica il braccio di ferro tra ong e governo, non ci sono racconti di migranti bloccati in mare e di porti bloccati. Di comandanti che forzano i divieti del Viminale e di razzisti che urlano. Si contano le vittime di un naufragio avvenuto ad appena sei miglia dalla terra ferma. A due passi, neanche mezz’ora di navigazione. Una strage di donne e bambini.
Sembra un deja vu. Sembra di vedere spezzoni di immagini del naufragio del 3 ottobre del 2013, quello dei 368 morti, ricordato meno di una settimana fa. I superstiti che arrivano fradici, con i vestiti inzuppati d’acqua: gli occhi del terrore. Le bare, tante bare. I primi due corpi sono scesi da una motovedetta in nottata. Altri undici vengono sbarcati nella tarda mattinata. Gli uomini della guardia costiera li poggiano sul molo, dove i dipendenti del Comune li adagiano sulle casse per portarli in due camion.
« La politica ha bisogno di serietà. Il fenomeno migratorio non è stato risolto e quello che succedeva prima, continua oggi. Tutti i discorsi fatti su porti aperti o chiusi sono inutili se l’Europa non si riunisce intorno a un tavolo: continueremo ad assistere a questa scena macabra», incalza Martello, indicando con l’indice i feretri sistemati a terra.
Davanti al cancello del molo Favaloro c’è silenzio. Un rispettoso silenzio. «Cosa è successo?», chiede un turista agli agenti che presidiano l’ingresso. « Oh mamma mia, che tragedia » , dice una ragazza milanese di nemmeno vent’anni. Non si vedono, come è successo quest’estate, filo salviniani e scalmanati gridare all’invasione o inveire contro i giornalisti « perché ci rovinate l’immagine dell’isola e noi col turismo ci dobbiamo campare». Soltanto un uomo, a bordo di uno scooter, lancia improperi contro un’attivista di Mediterranean hope, una delle realtà più impegnate a Lampedusa. Un lampo di disumanità, in una giornata di rispetto.
Quando i due camion con le tredici bare adagiate nei cassoni lasciano il molo Favaloro, segni della croce danno il commiato alle ennesime vittime del Mediterraneo. I feretri vengono portati alla casa della Fratellanza, vicino al santuario della Madonna di Porto Salvo. « Non abbiamo strutture per ospitarli, credo staranno lì per un po’», dice il sindaco. Li hanno messi in un angolo di uno stanzone spoglio, come se aspettassero, inevitabilmente, le altre bare. Un gruppo di superstiti viene accompagnato lì a fare il riconoscimento. Qualcuno, si intravede dalla recinzione, ha appoggiato un mazzo di fiori davanti alla porta. Il parroco di San Gerlando don Carmelo La Magra prega e dà conforto.
Se ci si allontana dal capannello di giornalisti e telecamere, si vede un’altra Lampedusa, in cui la stagione turistica non è ancora terminata. Gli hotel e i ristoranti sono pieni, come i tavoli di bar dove spritz e caffè aiutano a superare la noia di una giornata senza sole e senza spiaggia. In via Roma c’è la signora Maria, residente nell’isola, che commenta la tragedia con un’amica: « Poveri disgraziati, fa sempre male quando ci sono dei morti». Più in là una milanese fa le stesse considerazioni: « Non si può perdere la vita alla ricerca di un futuro migliore. Non è possibile che ancora oggi, nel 2019, non abbiamo imparato la lezione ». Piccoli gruppi di migranti, sbarcati nei giorni scorsi passeggiano in centro e si riparano sotto i balconi quando la pioggia diventa fittissima.
Per il resto c’è indifferenza. Nel televisore di un bar, zeppo di visitatori, passano le immagini del naufragio. Tutto scorre normale, come se la notizia fosse lontana: accaduta altrove. E invece, a poche miglia, una motovedetta ha preso il largo per recuperare altri corpi. Il mare è sempre più grosso, la burrasca si trasforma in temporale. « Le ricerche continuano, anche se le condizioni meteo non aiutano. Sono pronti pure i sommozzatori » , sospira il procuratore aggiunto di Agrigento Salvatore Vella. Le nuvole si fanno sempre più scure, poi il sole cala e pure i più ottimisti perdono qualsiasi speranza di trovare vivi in mare.
La Repubblica Palermo, 8 ottobre 2019

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