venerdì 11 ottobre 2019

“Carcere duro”, il revisionismo di Strasburgo favorisce i boss


di ELETTRA SANTORI
Il 19 luglio del 1992, un detenuto dell’Ucciardone, all’udire l’esplosione di via D’Amelio, commentò: «È saltato Paoluzzo». Come faceva, dal chiuso della sua cella, a sapere dell’attentato in cui perse la vita Paolo Borsellino? Semplice sesto senso? Comunicazione diretta col profeta Isaia? O piuttosto l’effetto di un’agghiacciante permeabilità delle carceri italiane ai contatti tra i mafiosi di dentro e quelli di fuori?
L’articolo 41 bis venne introdotto in Italia all’indomani delle stragi di Capaci e via D’Amelio, proprio per spezzare le comunicazioni dei detenuti con l’organizzazione criminale di appartenenza, imponendo misure restrittive aggiuntive rispetto ai detenuti comuni, come ad esempio l’isolamento, la limitazione nel numero e nella modalità dei colloqui e nel tempo di permanenza all’aperto (che avviene anch’essa in isolamento).

Da qualche tempo, però, sul cosiddetto ”carcere duro” tira aria di revisionismo. Soffia, da Strasburgo in particolare, un ponentino europeo di mitigazione dell’arsura delle pene detentive, che già a giugno aveva prodotto una sentenza della Corte Europea dei Diritti Umani contro l’ergastolo ostativo (quello che esclude i condannati a vita per i reati più gravi dai benefici carcerari, come permessi, semilibertà, liberazione condizionale, ecc.). Ieri il ricorso italiano contro quella sentenza è stato bocciato. Gioiscono oggi i puri di cuore italiani, giuristi e garantisti, allo spirare del ponentino strasburghese; e si affannano a sdrammatizzare l’assurdità della sentenza, sostenendo che non ci sarà nessuno sconvolgimento del sistema, e che già la Corte costituzionale aveva rettificato l’ampiezza dei divieti consentendo, in alcune situazioni, l’estensione dei benefici. Se questo fosse vero, confermerebbe che una revisione del sistema del “carcere duro” è comunque già in atto, e che passo dopo passo, un refolo dopo l’altro, il mite favonio europeo finirà per corrodere del tutto le pietre miliari della legislazione antimafia: l’ergastolo ostativo unito al 41 bis.

Come ricorda Nicola Gratteri, intervistato da Marco Travaglio sul Fatto quotidiano, Falcone e Borsellino avevano ben chiaro che per spezzare l’omertà non c’è che l’ergastolo vero; ma «se sai di uscire anche senza collaborare, stringi i denti a bocca chiusa, resisti ancora qualche anno e intanto guadagni meriti agli occhi dell'organizzazione criminale, perché conterai sempre più, prima o poi tornerai a comandare e morirai nel tuo letto».

Purtroppo le istituzioni europee, sempre rigoriste in fatto di vincoli ai conti pubblici, mostrano inaspettata molcezza di cuore quando si tratta dei delitti e delle pene. Luterane nel portafoglio, ma cattoliche e lasche in fatto di manette ai mafiosi, sembrano non capire che la criminalità organizzata è drammaticamente presente e pericolosa anche quando, come nel resto d’Europa, non spara per le strade, e che per combatterla sono indispensabili strumenti di contrasto severi e specifici. Nella mentalità mafiosa, il boss rimane tale anche quando è in cella, da dove continua a mandare ordini ai suoi. Il 41 bis e l’ergastolo ostativo rappresentano dunque il tentativo di mettere un freno al suo perdurante potere; ma dopo la sentenza della Cedu, con la prospettiva di uscire di galera anche senza collaborare, il boss viene ripotenziato nella sua autorità e nelle sue prospettive di ripresa una volta “fuori”.

Forse, anziché di “carcere duro”, sarebbe bene cominciare a parlare di “carcere sicuro”, che cioè rende sicura la comunità, come si esprimeva nell’aprile scorso il procuratore aggiunto della Direzione Nazionale Antimafia, Giovanni Russo, durante la Tavola rotonda per il ventennale del G.o.m. L’articolo 4 e il 41 bis non sono misure afflittive o vendicative, come l’espressione “carcere duro” potrebbe far pensare, ma strumenti indispensabili - da un lato - per incentivare la collaborazione con la giustizia, incrinando i vincoli dell’omertà, e - dall’altro - per rendere il carcere impermeabile, per quanto possibile, alla comunicazione interno-esterno dei mafiosi reclusi. Non è difficile da capire, tranne, evidentemente, per la Cedu, racchiusa nella sua acropoli strasburghese, o per i garantisti nostrani, (più o meno) puri fautori di un impossibile “carcere puro”, utopisticamente emendato da ogni misura detentiva che non sia strettamente finalizzata alla rieducazione del colpevole. Praticamente non un carcere, ma un semplice rehab.

(MicroMega, 10 ottobre 2019)

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