domenica 15 settembre 2019

L’anniversario. La lezione di padre Puglisi che non si inchinò ai mafiosi


di NINO FASULLO
Sono passati 26 anni dall’assassinio del parroco Puglisi. Un tempo più che sufficiente per una riflessione, anche approfondita, sulla sua soppressione da parte di Cosa nostra.
Non si può certo pensare che, in tanto tempo, non si sia aperta una discussione — in ogni parrocchia, in ogni comunità religiosa, in ogni associazione cattolica — sul significato spirituale di ciò che accadde a Brancaccio. Anche per la semplice ragione che, in un modo o in un altro, vi siamo tutti coinvolti. Perciò, poco o molto che si sia discusso, la riflessione prosegue. Soffermandosi soprattutto sui motivi che — interrompendo una lunghissima storia di rapporti non conflittuali tra la Chiesa e la mafia — hanno scatenato il delitto. La risposta non è poi così difficile: a causare l’assassinio è stata la pastorale del parroco: la sua parola, i suoi gesti, le sue iniziative.

Puglisi era figlio del Concilio, dal quale aveva appreso una comprensione nuova della funzione della Chiesa nella città. Aveva acquisito una sensibilità e un senso di responsabilità nuovi rispetto al passato nei confronti di problemi, non solo sociali, su cui pesava, come un macigno eticamente insopportabile, il potere violento di Cosa nostra. Si formò nella città — e nel Paese — una aperta e sempre più partecipata resistenza alla mafia. A cui si unirono cattolici, non cattolici e preti. Tra essi don Pino. Che nel suo quartiere aveva incrinato convinzioni e abitudini sociali. Quale parroco, prima di lui, aveva organizzato a Brancaccio manifestazioni contro Cosa nostra e i suoi delitti? E dire che Puglisi non era un prete barricadero. Erano pochi i preti che, come lui, tuonavano anche dall’altare contro i mafiosi. Ma, dicono alcuni, Puglisi non era «un prete antimafia». Quale parroco ha tolto ai mafiosi il potere di raccogliere denaro dalla gente per la festa del santo patrono? Don Pino glielo vietò. Così la sua performance pastorale si fece a tutti trasparente: tanto elementare quanto sostanziosa. Bisogna scegliere, insegnava, tra l’essere cristiani e l’essere a disposizione di Cosa nostra: le due forme di vita non possono appartenere alla stessa persona. Ma, in pratica — chissà quanto vi avrà riflettuto — quali possibilità hanno i parrocchiani di scegliere? Per avere un lavoro basta rivolgersi all’ufficio di collocamento o è necessario ricorrere al mafioso? Un dramma? Una regola.
Però si può andare sicuri che don Puglisi non era un prete rivoluzionario.
Era solo un "servo inutile" che eseguiva, al meglio che gli riusciva, quanto il Vangelo comanda (Luca 17,10). Era un uomo lucido e concreto che sapeva, dove occorreva, rompere col passato. Brancaccio (diecimila abitanti) non aveva una scuola media. Il parroco si diede da fare, seppure in assenza di risultati concreti.
Come reagirono i mafiosi al pastore gentile e premuroso con la sua gente? A modo loro. Uccidendolo. Sulla particolare gravità del delitto Puglisi non passino inosservati lo sprezzo e la superficialità dei mafiosi che ne decretarono la morte. Perché, infine, chi era don Pino? Chi gli copriva le spalle? Non disponeva nemmeno di uno straccio di "pastorale antimafia" quale verrà chiesta (e rifiutata) nel terzo convegno di Acireale. Da parroco, e da solo, si permise di spezzare il silenzio, consolidato e rassicurante, di fatto connivente. Perciò la sera del suo ultimo 15 settembre a Brancaccio fu teofania. Fu parola di Dio — «Questo è il mio figlio prediletto: ascoltatelo» — detta alla Chiesa e alla città, e al resto dell’Isola. Con quali esiti? Chissà. Ma come dare torto a Leonardo Sciascia quando «fa pensare» al capitano Bellodi che «Dio qui ha gettato la spugna»? ("Il giorno della civetta", 1961). Qualche po’ di ragione Sciascia deve averla. Il punto più alto dell’esperienza pastorale di don Pino è ovviamente il martirio. La sua testimonianza finale, compiuta. Del tutto analoga a quella di Gesù di Nazaret. Non è straordinariamente sublime che il parroco di Brancaccio sia arrivato in piedi, sveglio e lucido, all’ultimo appuntamento? Sapeva di essere nel mirino dei mafiosi. Non fuggì. Perché? Tutti gli uomini fuggono dalla morte. Perché non lasciò Brancaccio? Restò al suo posto.
Ora, è possibile avere una lettura coerente del coraggio del parroco senza ipotizzare che a sostenerlo davanti ai suoi killer era Dio? C’è bisogno di osservare che nessun martire cerca il martirio? Ma se l’ipotesi che Dio abbia sorretto Puglisi davanti alla morte è sensata, allora sensato è anche pensare che a gestire il martirio del parroco sia lo stesso Dio. Dunque il martirio di Puglisi è un messaggio alla Chiesa, alla città, a chiunque. La morte la danno i mafiosi. Il messaggio del martirio è invece di Dio. Quale messaggio? Che al potere mafioso non si deve mai sottostare rassegnati. Come ha fatto don Puglisi. Sottostare a un potere che non serve la libertà, la giustizia, la dignità umana — tutti beni irrinunciabili — è idolatria. Beni comuni per i quali credenti e non credenti possono lottare uniti. Sembra questo il messaggio della teofania di Brancaccio.
La Repubblica Palermo, 15 settembre 2019

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