domenica 4 agosto 2019

IL REPORTAGE. Cerignola, l’intolleranza che cresce nei campi

La cattedrale di Cerignola e il murale dedicato a Di Vittorio

di GAD LERNER
Nel paese di Di Vittorio, padre del sindacato, la Lega ha ormai sfondato. Braccianti locali e stranieri si guardano in cagnesco. E molti italiani accusano la Cgil: ormai pensate solo ai diritti di "quelli"
CERIGNOLA (FOGGIA) — Se non riuscite a spiegarvi l’indulgenza dei meridionali che accorrono sul Carroccio del vincitore nonostante la matrice antiterrona della Lega, venite a Cerignola e fatevela spiegare dai suoi braccianti. Sì, proprio Cerignola la rossa, la patria di Giuseppe Di Vittorio, cui è intitolata la sala consiliare del Municipio. Statue e ritratti del comunista fondatore del sindacato italiano adornano in più punti il centro storico; in molte case popolari la sua fotografia venne appesa per gratitudine di fianco all’immaginetta della protettrice Maria Santissima di Ripalta.
Ma dalle elezioni europee del maggio scorso la Lega di Salvini è diventata il primo partito di Cerignola col 30% dei voti. Per ora sono solo due i consiglieri comunali leghisti, Vincenzo Specchio e Antonio Bonavita, che volentieri si fanno fotografare sotto il murale dedicato a Di Vittorio anche se provengono dalla destra post-fascista e si proclamano tuttora ammiratori del Duce: «Mussolini e Di Vittorio sono stati entrambi grandi difensori del nostro popolo -affermano col palese intento di apparirmi equanimi - ma ormai la sinistra ha tradito il popolo e sostiene i poteri forti».
Poco importa che Di Vittorio fosse detenuto in una cella del carcere di Lucera perché aveva tentato di opporsi all’assalto fascista della Camera del Lavoro, quando il direttore venne a comunicargli che era stato eletto deputato al Parlamento, nel 1921. Orfano di padre a 7 anni, costretto al lavoro minorile nei campi da quando ne aveva 9, era un adolescente quando nel 1909 pose la mano destra su un aratro per giurare eterna fedeltà alla Lega Contadina.
Le notti d’estate Peppino dormiva nelle cafonerie dove i latifondisti ammassavano i braccianti al loro servizio, di fianco alla masseria. Oggi le nuove cafonerie hanno cambiato nome. Gli oltre tremila lavoratori stranieri del settore ortofrutticolo di Cerignola trovano alloggio nelle borgate in disuso, nelle tendopoli e, solo i più fortunati, pagando l’affitto nei bassi cittadini. Con i braccianti italiani -a Cerignola se ne contano tuttora 6600, anche giovani- s’incontrano nei campi. E si guardano in cagnesco.
Può sembrare assurdo, ma è come se il vento leghista a Cerignola scoperchiasse la realtà binaria di due Cgil sovrapposte: la Cgil della Camera del Lavoro che predica l’unità fra italiani e immigrati; e la Cgil della piazza di reclutamento a giornata dei braccianti, in cui prevale la divisione. Regge sempre meno l’equilibrio fondato sulla specializzazione dei mestieri: da una parte gli esperti nella potatura degli ulivi e negli innesti; dall’altra quelli che si spezzano la schiena nella zappatura e nella raccolta. Gli italiani, con le buste paga intermittenti ma più o meno regolari, sempre attenti a limitare il numero ufficiale delle giornate lavorative per non perdere l’indennità di disoccupazione, borbottano che gli stranieri saranno pure sfruttati ma poi non hanno alcuna spesa ulteriore da detrarre dalla loro misera paga in nero. Quando va bene prendono 30 euro a giornata, ma più spesso si sottomettono al meccanismo infernale del cottimo: per esempio un euro ogni cassone di angurie, e stiamo parlando di un quintale e mezzo a cassone, pesando di media le angurie quindici chili.
Cercherò di spiegare perché esistono sul serio due Cgil, la Cgil degli ideali e la Cgil della realtà, peraltro riunite in un profondo legame osmotico. Incontro la prima Cgil alla Camera del Lavoro, che qui si chiama Casa del Popolo "Giuseppe Di Vittorio". A guidarla è il segretario Giovanni Marinaro, un compagno che conosce bene e, di più, esprime un legame affettivo con la Cgil della piazza del reclutamento a giornata: «Cerignola è afflitta da una criminalità organizzata fra le più agguerrite d’Italia, traffico d’armi, rapine e furti d’auto. Anche fra queste mura, dove arrivano a portarmi i loro problemi di lavoro, avverto che la loro preoccupazione maggiore è la mancanza di sicurezza. E allora li affascina Salvini che fa il duro». Non è una novità assoluta. Da quando, il 5 dicembre 1993, per la prima volta nel dopoguerra il missino Salvatore Tatarella espugnò il comune rosso di Cerignola, alla Casa del Popolo hanno assistito a un passaggio diretto di militanti dal Pci al Msi, sempre però restando iscritti alla Cgil. E certo non li mandano via.
Giovanni Marinaro mi fa incontrare nel suo ufficio con i tre giovani dirigenti foggiani della Flai, il sindacato dei lavoratori agricoli impegnato nella lotta contro i caporali del lavoro nero: Daniele Iacovielli, Raffaele Falcone e Magda Jarczak. Quest’ultima è un’immigrata polacca che si ritrovò sequestrata insieme a tante altre in una masseria, durante la raccolta del pomodoro. Dopo che ha trovato il coraggio di fuggire e di denunciare il trafficante, da sindacalista oggi non ha certo paura di sfidare anche i "capi neri", a loro volta immigrati che gestiscono il racket delle tendopoli e dei furgoni per il trasporto dei braccianti. Un impegno civile che non sembra però riscuotere molti consensi fra gli italiani.
Racconta Iacovielli: «Martedì scorso abbiamo organizzato una biciclettata di protesta contro le ripetute aggressioni di cui sono vittime gli africani quando vanno a cercarsi il lavoro da soli, senza passare dai boss. Ma ci sono arrivati dei messaggi di protesta: "Perché difendete i neri e non fate nulla per il carabiniere accoltellato a Roma?" ». Così la prima Cgil si trova messa costantemente sotto esame dalla seconda Cgil, gelosa delle attenzioni riservate agli stranieri. «Eppure i braccianti italiani di Cerignola sono fra i meglio tutelati del Tavoliere - fa notare Magda Jarczak - hanno ottenuto di fatto la giornata di 6 ore, mezz’ora in meno di quanto prevede il contratto, per una retribuzione che può variare fra i 45 e i 55 euro. Una bella differenza rispetto al salario di piazza dell’africano che di rado sfiora i 5 euro l’ora». «Noi abbiamo 7 mila iscritti - riassume Iacovielli fra i quali gli stranieri sono ormai poco meno della metà. Stiamo stiamo attenti a respingere le offerte di abitazioni con affitti simbolici riservate agli immigrati, che potrebbero apparire un favoritismo. Vogliamo affermare il principio che devono essere pagati come gli altri e qui ndi che paghino come gli altri. Ma nonostante ciò, dietro le spalle avvertiamo il malcontento: "Per il sindacato quelli vengono prima di noi…"».
Sentirò ripetermelo spesso, l’eufemismo "quelli". Senza però che si traduca mai in ostilità aperta contro il sindacato. Lo spiega bene Falcone: «Prevale l’idea di una divisione dei compiti: la rappresentanza del lavoro a noi, la sicurezza a Salvini. Ce lo dicono perfino alcuni nostri tesserati africani, da sempre abituati vivere sotto il dittatore: "C’è un capo? Allora bisogna obbedirgli. Ora il capo è Salvini e io gli metto il like". Nel nostro direttivo provinciale c’è un bracciante marocchino stabilizzato che interviene per lamentare l’abbattimento del costo della manodopera dovuto alla presenza di troppi immigrati. Nella sua mentalità, il salario resta una variabile da trattare individualmente col datore di lavoro».
Alle sette di sera, Giovanni Marinaro incarica due vecchi militanti, Matteo Petronelli e Giuseppe Valentino, di accompagnarmi alla piazza del reclutamento, che rimane il luogo di ritrovo dei braccianti ancor oggi che le convocazioni per l’indomani arrivano quasi sempre via WhatsApp. «Preparati a sentire cose sgradevoli», mi avverte. Cammin facendo, Petronelli e Valentino raccontano dei genitori che li portavano da bambini a sentire il comizio di Peppino Di Vittorio, issato sul rimorchio bardato con un lenzuolo rosso. Di fianco al Teatro Mercadante, dove Pietro Mascagni compose la "Cavalleria rusticana", sorgeva un edificio chiamato "Cremlino". Dentro lo stanzone affumicato dal trinciato forte avveniva la trattativa con gli impresari; fra quelle mura prese avvio il movimento di lotta sindacale che ha emancipato dalla miseria il proletariato di Cerignola.
Nostalgia canaglia, eppure… Perfino i compagni Petronelli e Valentino sembrano prendere le distanze da "quelli": «Per ora ai negri è riservata solo la raccolta dei pomodori, della frutta e delle olive. Ma vedrai che tra dieci anni anche nella potatura troveremo un solo cerignolese per dieci di quelli». Presagio di una spaccatura destinata ad acuirsi, tanto più che i figli dei contadini pugliesi preferiscono andarsene dalla loro terra.
In piazza incontriamo Giuseppe Catalano, 60 anni. «Il lavoro per ora c’è ancora, ma l’arrivo di quelli ci svuota le tasche. Tutto è cominciatocon l’euro. Prendevamo 70 mila lire, prima; adesso i 45 euro non sono nemmeno 50 mila lire di una volta». Ma non è mica colpa degli stranieri… «Una volta per noi erano già stranieri i braccianti che arrivavano da San Ferdinando», replica Catalano. «Ora dobbiamo fare i conti con quelli. Lavorano male, litigano fra di loro, ma se vuoi togliere i succhioni da sotto le piante devi per forza chiamarli. Quanto alla slopatura dei tumori delle cortecce, costa troppo e nessuno la sa più fare. Di questo passo non so che fine farà la nostra celebre "Bella di Cerignola", l’oliva più grande del mondo».
La prospettiva che gli stranieri, a cominciare dai romeni, imparino presto a potare e a innestare, è vissuta come una sciagurata fatalità: «Piano piano ci spingono fuori dalla porta. Prima lavorano loro e dopo noi». L’insieme delle due Cgil, con la loro assidua presenza nei luoghi della contrattazione, riesce a scongiurare una vera e propria guerra fra poveri - al sindacato di Di Vittorio qui in piazza si porta rispetto - ma vista la situazione sarebbe ingenuo pensare che possa scaturirne una fratellanza di classe di stampo internazionalista.
Mi colpisce la durezza del settantenne Pasquale Lavacca, che pure rivendica una gioventù da rivoluzionario, quando gli scioperi non occorreva nemmeno convocarli che già tutti salivano sui torpedoni per andare al corteo: «Quelli danno fastidio, spadroneggiano. Si offendono se appena gli dici che hanno fatto uno sbaglio. Alzano la cresta. E il sindacato pensa più a loro che a noi. Ma alla fine ci cascano tutti, quando ti offrono di zappare un ettaro per cento euro».
Il nuovo leghismo meridionale si nutre di questi sentimenti oltre che dell’insofferenza delle aziende ortofrutticole che patiscono la legge 199 contro il caporalato, la legge Martina, giudicata inutilmente restrittiva. L’ultimo sindaco Pd di Cerignola, Matteo Valentino, mi fa notare che al boom leghista delle europee (più di quattromila voti, sorpassati i Cinque Stelle e quasi doppiato il Pd) non corrisponde ancora una classe politica alternativa. Del resto, il partito più forte a Cerignola, sessantamila abitanti, resta quello dell’astensione.
In effetti i due consiglieri leghisti di fresca iscrizione, gennaio 2019, fuoriusciti dalla lista civica del sindaco Francesco Metta, provengono dal settore commercio e di agricoltura ne masticano poco. Vincenzo Specchio ha un rinomato negozio di abiti per cerimonie, mentre l’ex carabiniere Antonio Bonavita è titolare di un’armeria. Predicano naturalmente lo stop immigrazione, ma soprattutto affilano le armi del tesseramento. Specchio ci scherza su: «A fare da sentinella per noi c’è l’armiere Bonavita che filtra la lunga fila di aspiranti transfughi dal centrodestra».
Prima di decidere chi accogliere e chi no, aspettano di sapere dal Viminale se il consiglio comunale verrà sciolto per infiltrazioni mafiose, come ipotizza un rapporto della Prefettura. Ma intanto, nella migliore gelateria di Cerignola, accettano subito la domanda d’iscrizione del titolare Antonio Perrucci e gli rilasciano la tessera sotto i miei occhi. Lui a quanto mi dicono in passato sosteneva il centrosinistra, ma quando provo a chiedere a Perrucci se non lo imbarazzi il ricordo delle sparate di Salvini contro i terroni, ha la risposta pronta: «I leghisti facevano delle gaffes prima di entrare in contatto con noi meridionali, ma ora si sono resi conto che siamo imprenditori di valore».
Sono passati settant’anni dacché Giuseppe Di Vittorio, nel 1949, lanciò il Piano del Lavoro della Cgil «per la rinascita dell’economia nazionale». Ispirato al New Deal di Roosvelt, si fondava su tre direttive: agricoltura, edilizia, energia elettrica. Diede un contributo decisivo al miglioramento delle condizioni di vita delle classi subalterne, facendo sì che anch’esse beneficiassero del miracolo economico italiano. Condusse il movimento operaio e contadino oltre le scogliere della Guerra Fredda, prefigurando il ritorno dell’unità sindacale. Ma oggi le divisioni appaiono ancora più profonde di quelle dettate dalle ideologie novecentesche. Lacerano un’Italia sempre più spaccata in due e una società che rigetta i nuovi proletari venuti da oltremare. «A Cerignola rischiamo di trasformare Di Vittorio in un santino come Padre Pio», dice lo storico locale Giovanni. Magari affiancandolo a un Mussolini rivisitato in salsa leghista.
(La Repubblica, 4 agosto 2019 -2-fine)

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