lunedì 5 agosto 2019

Corleone, così in quel 1985 cadde il muro del silenzio sulla mafia...

Il paginone su "La Sicilia" del 10 agosto 2008

Palazzo Pretorio, 5 ottobre del 1985, una giornata storica per la cittadina: è la prima volta che in consiglio comunale viene affrontato il problema «mafia». Non era accaduto nemmeno in occasione dell’assassinio di Placido Rizzotto. Non era mai accaduto nulla di simile, perché non era mai stato facile parlare di mafia a Corleone e meno che mai in consiglio comunale. La seduta era stata chiesta dal gruppo consiliare comunista, dopo l’estate di sangue palermitana in cui erano stati assassinati il commissario Beppe Montana, il vicequestore Ninni Cassarà e l’agente Roberto Antiochia. Riproponiamo ai lettori un nostro "paginone" sull'avvenimento pubblicato su LA SICILIA il 10 agosto 2008. 
DINO PATERNOSTRO
La grande aula della scuola media certamente non aveva il prestigio storico-architettonico della «Sala Gialla» del Palazzo Pretorio, ma quel che vi accadde nella giornata del 5 ottobre 1985 fu qualcosa di veramente straordinario. Per la prima volta nella storia di Corleone, si era riunito in sessione straordinaria il consiglio comunale per affrontare il problema «Mafia». 
Non era mai accaduto nulla di simile, perché non era mai stato facile parlare di mafia a Corleone e meno che mai in consiglio comunale. Il 23 marzo 1948, per esempio, tredici giorni dopo il sequestro e l’assassinio del segretario della Camera del lavoro, Placido Rizzotto, il consiglio comunale si era riunito per commemorarlo. Ma, come risulta dal verbale di quella seduta, nessuno osò pronunciare la parola «mafia». E ancora alla fine degli anni ’70, se qualche giovane consigliere di sinistra (è capitato a me nel 1979 – ndr) si lasciava scappare che «le cosche mafiose locali condizionano la politica e l’economia», veniva subito redarguito con la classica frase: «Fai i nomi, oppure stai zitto!».
Come mai, allora, la decisione di parlare di mafia in un consiglio comunale «dove sedeva una cospicua pattuglia dei fedeli di don Vito Ciancimino – scrive Nonuccio Anselmo (Corleone Novecento, parte quarta, Palladium 2002) - il cui passato, proprio in quegli anni, si andava sempre più illuminando e la luce mostrava sempre maggiori collusioni con Cosa Nostra»? La «colpa», ancora una volta, era dei consiglieri comunisti (Totò Mistritta, Enzo Cuppuleri, Maurizio Goffo e Dino Paternostro). Avevano tanto insistito affinché si convocasse una simile seduta e l’avevano fatto in un momento particolare: durante la seduta consiliare del 6 agosto 1985, lo stesso giorno degli omicidi del vicequestore
Ninni Cassarà e dell’agente Roberto Antiochia, e a pochi giorni dall’assassinio del commissario Beppe Montana. In quel clima – cianciminiani o non cianciminiani - nessuno se l’era sentita di dire «no» alla proposta comunista. Nonostante il «corleonese» Totò
Riina fosse ormai il «capo dei capi» di Cosa Nostra. E nonostante tenesse saldamente
in pugno Palermo, la Sicilia e, ovviamente, la «sua» Corleone, spalleggiato da Bernardo Provenzano. Sindaco di Corleone, allora, era il democristiano Michele La Torre, vicino all’on. Sergio Mattarella. «Non vi fu nessuna pressione per impedire quella seduta antimafia», assicura oggi l’ex sindaco.
Ma tutto liscio non dovette filare, perché passarono ben due mesi prima che si riuscisse a convocare la storica seduta antimafia. E vi fu persino un braccio di ferro con l’opposizione comunista sul titolo da dare a quella seduta. Alla proposta secca «Corleone contro la mafia», fatta dai consiglieri del Pci, il pentapartito di allora (Dc, Psi, Psdi, Pri e una lista civica) contrappose «Corleone e la mafia: proposte ed interventi per lo sviluppo sociale, civile ed economico». Manco a dirlo, nella lettera di convocazione il dattilografo scrisse: «Corleone e la mafia…». «Attenzione a non accentare la e, altrimenti la frittata è fatta!», ironizzarono i comunisti.
Comunque, si arrivò alla mattina del 5 ottobre 1985 e all’apertura dei lavori di quella storica seduta. «Una quindicina d’anni fa - esordì il sindaco La Torre – uno scrittore di successo, Mario Puzo, lanciò quello che sarebbe divenuto uno dei successi letterari di quel periodo. Quella storia fece il giro del mondo e con essa fece il giro del mondo un nome: Corleone. (…) Quella storia di Puzo non aveva niente a che vedere con questa città, con la vera storia di questa città, che tanti momenti dolorosi ha dovuto pur vivere; eppure quel nome è diventato mito, cancellando, come accade a tutti i miti, il ben più complesso e variegato volto della verità…». Che la millenaria storia di Corleone sia ben più complessa e articolata dei due secoli in cui si è registrata la presenza della mafia, non ci sono dubbi. Molti dubbi si possono sollevare, invece, sulla considerazione che Corleone non c’entrava niente con quella storia del «Padrino», che poi avrebbe avuto il volto cinematografico di Marlon Brando. Se Puzo aveva scelto il nome «Corleone» per il suo «don» Vito, evidentemente quel nome già era particolarmente evocativo.

L’allora sindaco Michele La Torre pose l’accento sulle precarie condizioni economiche dei corleonesi onesti. E, a parte qualche concessione al folclore e ai luoghi comuni, la relazione del sindaco sollevò uno dei più grossi problemi che doveva fronteggiare
Corleone. «Non possiamo nasconderci - disse - le difficoltà che questa amministrazione
incontra nel reperire nuovi finanziamenti. E non possiamo nasconderci l’inquietante
sensazione che alla base di tutto possa esserci il sospetto di un’improponibile equazione:
finanziamenti al comune di Corleone uguale, forse anche indirettamente, finanziamenti
alla mafia».
Ma con i rubinetti dei finanziamenti statali e regionali chiusi, cresceva la povertà di Corleone. La cittadina contava, allora, 11.500 abitanti, distribuiti in 3.619 famiglie. Di questi abitanti ben 2.500 erano pensionati e 1.033 disoccupati, di cui 489 giovani in cerca del primo lavoro. «Questo consiglio comunale - proseguì La Torre - l’abbiamo convocato per
individuare proposte di intervento per lo sviluppo sociale, civile ed economico. E, primo fra
tutti, non posso non individuare uno dei problemi indifferibili per Corleone, quello di un
collegamento veloce con l’area metropolitana di Palermo, il più vicino e il più grande mercato per la nostra agricoltura, per il nostro artigianato, per il nostro commercio». Come si vede, nessuna analisi specifica del fenomeno mafioso, ma una partita tutta giocata sull’illusione «più sviluppo meno mafia».
Ettore Piccione, consigliere comunale del Msi-Dn, mise invece i piedi nel piatto, invitando
tutti a rispondere «al fondamentale interrogativo che la gente ci pone e cioè se in questo
Consiglio seggano consiglieri che con la mafia qualche cosa abbiano a spartire». Poi l’intervento di Peppino Siragusa, capogruppo del Psi e compagno di lotte di Placido Rizzotto: «Corleone e i corleonesi non si identificano con la mafia», disse. E aggiunse: «I corleonesi non si identificano con i personaggi assurti agli onori, si fa per dire, della cronaca nera; i corleonesi sono un popolo di onesti e laboriosi lavoratori
che vogliono vivere in pace e senza violenza». «Per i nomi tristemente celebri di alcuni
corleonesi - disse invece Calogero Santacolomba, capogruppo del Psdi - mille altri nomi vi sono nella nostra storia passata e nella attuale che portano prestigio e fama non solo alla nostra città ma alla nazione intera».
«Il consiglio comunale di Corleone – sostenne Dino Paternostro, a nome del Pci - non si può esimere dall’esprimere il suo punto di vista sulla situazione dell’ordine pubblico a Corleone e sulla vigente legislazione antimafia. Riteniamo che anche da noi occorre potenziare le strutture repressive per combattere la criminalità mafiosa, sia sul versante della caccia ai latitanti (Riina, Provenzano e Bagarella erano ancora tutti liberi!), sia su quello delle indagini bancarie». Bruno Ridulfo, capogruppo Dc, mise l’accento sulle «sirene» mafiose che attirano i giovani: «La mafia - disse - fornisce reddito illegale a migliaia di individui, rispetto ai quali essa ha buon gioco nell’accreditare come struttura
essenziale di sostentamento». Gli ultimi interventi furono quelli dell’on. Pietro Ammavuta,
vice presidente della Commissione regionale antimafia, e dell’on. Angelo Ganazzoli, presidente. «Non è possibile liberarsi dall’oppressione mafiosa - disse Ammavuta - senza coniugare i vari aspetti della lotta contro la mafia e senza suscitare un movimento unitario
dei cittadini…».

(d.p.) Nonostante limiti e contraddizioni, quella seduta consiliare non fu inutile. «Si era per la prima volta infranto un tabù: Corleone poteva parlare dimafia, poteva parlarne al più alto livello possibile», scrive ancora Anselmo. E non soltanto poteva parlarne, ma poteva anche scriverne in un documento approvato all’unanimità. Un documento frutto di mediazione, con proposte e richieste che, in qualche modo, costituivano una «rottura» culturale col recente passato. Si legge nel documento che il consiglio comunale assumeva «particolare impegno di porsi alla guida di un vasto movimento di opinione antimafia...», e che impegnava «le istituzioni culturali e politiche operanti a Corleone a compiere una incessante e capillare opera di educazione capace di provocare un netto rigetto della cultura e della mentalità mafiosa».
Poi, le richieste allo Stato: la realizzazione di collegamenti veloci con l’area metropolitana di Palermo, la deroga per la copertura dei posti in pianta organica al comune, l’inserimento nella legge per il Belice. Infine, i proponimenti per sviluppare la vita democratica a Corleone come antitodo alla mafia, attraverso frequenti riunioni del consiglio comunale, con delle manifestazioni per ricordare i caduti nella lotta antimafia, a cominciare dalla scopertura del busto per Bernardino Verro (da sei anni stava nascosto da un drappo
bianco nel gabinetto del sindaco), con le iniziative nelle scuole per sviluppare lo spirito critico e diffondere una coscienza antimafiosa nei giovani, col potenziamento del codice di
comportamento antimafia, che già il comune si era dato. Il documento approvato chiudeva con l’appello allo Stato e alla Regione affinché si creassero occasioni di lavoro e di sviluppo in una zona interna come il Corleonese, in maniera tale da «distogliere i giovani da ingannevoli tentazioni e da deleteri proselitismi». E con l’auspicio che «Corleone, assurta suo malgrado a simbolo della mentalità mafiosa, possa diventare simbolo di riscatto dell’intera Comunità Isolana».
La Sicilia, 10 agosto 2008

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