sabato 20 luglio 2019

L’anniversario della strage Borsellino. Ritorno in via D’Amelio tra i fantasmi della verità

Palermo, via Mariano D'amelio, 19 luglio 2019

di SALVO PALAZZOLO 
Al raduno folla, magliette rosse e un interrogativo tracciato sugli striscioni: " Chi ha rubato l’agenda?" " Presi in giro dallo Stato", dice Fiammetta. Il capo della polizia Gabrielli: " Dobbiamo chiedere scusa"
I fantasmi di via D’Amelio sono ancora qui, da qualche parte. Dove adesso due ragazzi con la maglietta che raffigura Paolo Borsellino tengono uno striscione. « Chi ha rubato l’agenda rossa? » , hanno scritto. Dove adesso una giovane mamma dondola il passeggino del proprio bimbo che sonnecchia. Dove alcuni giovani si sono seduti sorridenti dopo un giorno e una notte di viaggio, « perché il giudice Paolo è il nostro modello » , dicono con un accento veneto. GUARDA L'ALBUM FOTOGRAFICO

Quante facce belle e pulite ci sono in via D’Amelio nel pomeriggio della memoria. Forse c’è meno gente rispetto agli altri anni, ma non importa. Ogni volto — anche quello di chi non era neanche nato il 19 luglio 1992 — racconta il dolore e la rabbia, il desiderio di conoscere la verità e l’indignazione per la giustizia che ancora non c’è. E quante facce ancora raccontano la speranza, mentre le agende rosse vengono alzate in alto. Ma i fantasmi sono ancora qui, da qualche parte, in via D’Amelio. Il ladro dell’agenda rossa, l’uomo in giacca e cravatta che disse a un poliziotto «Sono un agente dei servizi segreti » , l’artificiere che aveva caricato la Fiat 126 di esplosivo il giorno prima, il mafioso che azionò il telecomando (non sappiamo dove esattamente era nascosto). Questi e altri fantasmi aleggiano in via D’Amelio mentre Adele, la pronipote sedicenne di Borsellino, scandisce i nomi delle vittime: « Paolo Borsellino, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina». L’atto d’accusa di Fiammetta
Sono gli stessi fantasmi che aleggiano nell’aula del tribunale di Caltanissetta dove in questi mesi vengono processati due ispettori — Fabrizio Mattei, Michele Ribaudo — e il dirigente del gruppo, Mario Bò, che avrebbe dovuto coordinare le indagini sulle stragi. A ogni udienza saltano fuori altri nomi, altri sospetti. Altri fantasmi attorno all’allora carismatico poliziotto di Palermo Arnaldo La Barbera. Altri ancora sono nell’inchiesta della procura di Messina, che ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati degli ex sostituti procuratori Annamaria Palma e Carmelo Petralia, adesso accusati di aver avuto un ruolo nella creazione ad arte del falso pentito Vincenzo Scarantino. « Ci siamo sentiti presi in giro dallo Stato » , è l’atto d’accusa di Fiammetta Borsellino mentre esce dalla chiesa di San Francesco Saverio, dove è stata celebrata una messa da don Cosimo Scordato e da don Luigi Ciotti. «Ci siamo sentiti presi in giro dalla procura generale della Cassazione e dal Consiglio superiore della magistratura, che avrebbero dovuto occuparsi delle responsabilità attorno al depistaggio. E, invece, così non è stato».
Ancora una volta, le parole di Fiammetta sono uno schiaffo alla retorica, alle passerelle. «Basta apparizioni — dice — abbiamo bisogno di atti concreti da parte delle istituzioni preposte, che facciano luce sul depistaggio, che cerchino davvero la verità».
"Chiedere scusa" Il dolore dei figli di Paolo Borsellino lo raccoglie con parole coraggiose il capo della polizia, Franco Gabrielli, che partecipa alla messa nella chiesa dell’Albergheria, accanto al prefetto Antonella De Miro e al questore Renato Cortese. Dice: « Provo solo una grande amarezza. Cosa può dire una figlia che a distanza di 27 anni non ha ancora avuto una verità vera, che anzi ha preso coscienza di una verità mistificata? » . Sono alcuni poliziotti sotto accusa per quella mistificazione: « Se ci sono stati dei servitori dello Stato che non hanno fatto correttamente il proprio lavoro — taglia corto Gabrielli — credo che lo Stato abbia il dovere di chiedere assolutamente scusa».
Ma ancora nessuno ha chiesto scusa ai figli di Paolo Borsellino. Però, adesso, un ministro della Repubblica dice senza mezzi termini: « Ritengo che la magistratura stia facendo tutti gli accertamenti, seppure, come ho già dichiarato, il fatto che dopo tutti questi anni non ci sia ancora la verità è già un fallimento dello Stato » . Così il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, in via D’Amelio.
Un pentito di Stato
Forse, davvero l’unica strada per trovare la verità sarebbe un pentito di Stato. Uno dei pubblici ministeri del processo Trattativa Stato- mafia, Vittorio Teresi, è ancora più preciso, sul palco di via D’Amelio: « Siamo riusciti a trovare un pezzetto di verità, ne mancano ancora molti, ma confido nel fatto che ci arriveremo. Arriveremo a una verità piena. Certo, se qualche politico si decidesse a parlare, anziché aspettare 21 anni prima di farlo, non sarebbe male » . Un politico, dunque. Oggi i fantasmi di via D’Amelio cominciano poco a poco a prendere forma.
La Repubblica Palermo, 20 luglio 2019

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