sabato 15 giugno 2019

Salvatore Maurici e il riscatto delle bandiere tradite

Sambuca di Sicilia, corso Umberto I
di Giuseppe Oddo
La produzione poetica di Salvatore Maurici è ben più vasta e variegata di questa silloge di poesia, recante il titolo "Le bandiere tradite". Comprende altre poesie (le prime delle quali scritte negli anni Sessanta), racconti, raccolte di proverbi e traduzioni rurali, affascinanti descrizioni di storie di briganti e missionari laici, di tecniche ingegnose del passato, come l’arte figula, scomparsa dopo il terremoto che nel gennaio 1968 devastò la valle del Belice. L’opera meriterebbe, quindi, di esser sottoposta all’attenzione di veri esperti di critica letteraria e, a seconda dei casi, di studiosi di antropologia culturale. Chi scrive non possiede nessuno di questi titoli. Si avventura, nondimeno, con qualche difficoltà in territori non suoi perché conosce bene l’autore e il suo pensiero, la sua bellezza interiore. Ne apprezza molto le qualità di poeta irregolare, di irregolare della poesia, i cui versi raccontano emozioni ed umori datati, ma pur sempre risorgenti, di un uomo di rara sensibilità, costretto a navigare troppo spesso in salita e con venti avversi, e tuttavia mai stanco di elargire un sorriso a chiunque ne abbia bisogno, di metter la museruola alle proprie sofferenze per alleviare quelle altrui.

Salvatore Maurici
Componendo poesie, Salvatore non ubbidisce a stilemi di una particolare scuola poetica, o di una qualsiasi moda del poetare attenta all’armonia ritmica e poco o nulla al contenuto e, quindi, alla comunicazione lirica delle emozioni. Meno che mai l’autore carica i versi di valenze salvifiche individuali o afferenti alla sola sfera familiare: punta, piuttosto, ad un’utopica palingenesi sociale, che dal luogo nativo spazia al mondo intero, nutrendosi di idealità universali, che travalicano le barriere linguistiche e spazio-temporali. Il suo bisogno di poesia (di cui intrisa la sua stessa scrittura in prosa) è stato e continua ad essere, direbbe Francesco Carbone (come ha scritto a proposito del “poeta pecoraio” di Godrano, Giacomo Giardina), «una dimensione del pensato e del vissuto riferita a un’area sia mentale che fisica», entro cui le esperienze individuali sono tessere di un unico mosaico comunitario con confini che si dilatano a cerchi concentrici a tutti i continenti e le latitudini. «Un’aria topografica che tesse e raccorda i propri spazi con le presenze e l’esistenza delle persone», costituendo quel prius antropologico che il sociologo del linguaggio Joshua Aaron Fishman pone come elemento essenziale per la coesione dei gruppi, atteso che il senso del territorio è un’eredità genetica.
Sulla poesia Le bandiere tradite, che dà il titolo anche al corpus che l’autore ha sottoposto, bontà sua, al vaglio di una mia lettura critica, mi ritrovo ampiamente nel giudizio sintetico che ne ha dato Maria Giacone: «il nostro poeta va oltre il consumarsi delle vicende politiche e sociali, pur scandalose e gravi, e il suo dolore diventa canto poetico proprio perché porta l’eco universale del sogno umano che avendo costruito illusioni di un mondo più bello, più giusto, più libero, dopo la “caduta”, si coagula in grumi di angoscia, per poi erompere in un flusso di protesta e malinconia». L’arena ideale in cui s’incontrano, confrontano, fondano facendosi versi, gli umori e i sentimenti del poeta è il paese nativo: Sambuca di Sicilia, nel versante agrigentino della valle del Belice. «Il forestiero-visitatore che arriva a Sambuca – si legge in una vecchia guida del 1985 scritta dal compianto sindaco Alfonso Di Giovanna, amico mio e di Maurici –, sia che giunga dall’interno della Sicilia (Palermo-Corleone) o dalle strade statali che costeggiano il Mare Mediterraneo, entra nella cittadina dall’unico ingresso che storicamente fu la porta principale di Zabut: Porta Santa Maria sulla Via Grande, oggi Corso Umberto I. Si tratta di un asse viario urbano che taglia in due parti Sambuca».
È un viale che, nella trasfigurazione lirica di Maurici, segna anche il confine fra le classi sociali; racconta l’origine stessa di ingiustizie e prepotenze di ogni sorta, episodiche esplosioni di rabbia e lunghi periodi di rassegnazione, su cui si è sedimentata da tempo la polvere dell’oblio, penetrabile solo con gli occhi del cuore di un poeta, che non temano i commenti malevoli di imbecilli e opportunisti. «Voi che mai in vita», si legge infatti in una poesia di Maurici, «avete amato col cuore/ ridete del poeta», perché chiama le cose con il loro vero nome. Il corso Umberto I, quella «strada diritta e alberata» del «paese diviso a metà», in un’altra poesia di Salvatore, ha «a sinistra i cittadini onesti/ dall’altra tutti gli altri/ carichi di colpe antiche/ commessi dai loro avi/testimonianze di antiche miserie/ che il presente benessere/ non riesce a cancellare».
Sambuca, terra di progenie, santuario della memoria, già «Mosca della Sicilia», più che alla Itaca di Odisseo, somiglia (per il poeta) al lume attorno a cui continua a svolazzare la farfalla, pur sapendo che vi si è tante volte bruciacchiate le ali e che un malaccorto contatto potrebbe incenerirla dalla testa ai piedi. Sambuca è l’alfa e l’omega per l’appassionato cantore del riscatto delle bandiere tradite. La Musa che gli suggerisce i versi, nell’Ottocento bazzicava nelle grotte dei briganti e ai tempi del fascismo, quando Salvatore (nato nel 1948) era solo un vago progetto nei disegni del Creatore, si profilava furtiva nelle pagghialore (fienili), dove si riunivano nottetempo gli artigiani e i braccianti antifascisti del luogo, per cospirare contro il regime, sotto la guida del perito agronomo Tommaso Amodeo (una delle massime autorità socialiste del Mezzogiorno) e dei comunisti Domenico Cuffaro, Giorgio Cresi e Antonino Giacone, destinati ad assumere fin dal 1944 la direzione primaria del sindacato e del partito nella provincia di Agrigento: Cuffaro in qualità di segretario generale della Camera confederale del lavoro; Cresi e, poi, Giacone, come segretario della Federazione.
Figlio di questa terra e di questa cultura, Salvatore Maurici è il primogenito di una famiglia di umili e onesti lavoratori, allietata dalla nascita di tre figli. Il padre, Gaspare, allevava pecore di sua proprietà; la madre, Anna Greco, era casalinga, ma era lei il perno attorno a cui ruotavano l’economia e la progettualità familiare; lei a programmare attentamente in ogni fase la crescita culturale e umana dei figli. «Ma i figli crescevano – ha avuto modo di scrivere proprio Anna nel suo diario, ora inserito nel catalogo dell’Archivio della Fondazione Diaristica Nazionale di Pieve di Santo Stefano – e avevamo bisogno di spazio e abiamo deciso di alzare un altro piano perché avevamo a mio figlio Salvatore, a mio figlio Pippo [per l’anagrafe Giuseppe] e la piccola Mariella che fu la gioia di tutti noi. Ma con questa femminuccia mio marito era felici. Ma a quei tempi non c’erano le macchine e si caminava a piedi, colle bestie o a piede e mio marito a casa veniva solo per cambiarse e per la spesa per mangiare e per vedere le sue figli perché gli animali non le poteva lasciare sole ma cera la festa della madonna e le barbiere erano chiuse e siccome io quanto mio marito era in campagna io anche chera festa io non andavo da nessuna parte e questa volta che era venuto non poteva uscire perché aveva la barba lunga e una santa vicina ci ha dato il rasoio di suo marito e lui si afatto la barba […]. Ma i miei figli erano bravi e il mio Salvatore era bravissimo tutti i giorni portava dall’elementare nelle compiti 10 e le lodi».
Non per questo Salvatore, che peraltro conviveva con problemi seri di salute, poté avere la fortuna di continuare regolarmente gli studi oltre le classi elementari. Bastò una marachella di poco conto perché il padre se lo portasse in campagna a guardare le pecore, mentre a suo fratello Giuseppe consentì di iscriversi all’avviamento professionale, che aveva una sede a Sambuca. Ma lui, il pastorello forzato, a voler credere a sua madre, «aveva sempre i libre in mano perché col animale si pascevano sole e lui si sedeva dietro un pietrone a leggere […]. Lui non frequentava ma tutti i libri di suo fratello selimparava a memoria perché la sera ci piaceva guardare la televisione». Ad un certo momento Salvatore decise di non fare più il pastore e andò a fare il manovale edile. Di lì a poco, sollecitato dai compaesani che ne apprezzavano l’intelligenza non comune e la grande passione per lo studio, si iscrisse alla scuola serale. «Il giorno – sono ancora parole della madre – se ne antava a lavorare con i muratori e al ritorno del lavoro si puliva esenantava alla scuola serale». Appena un mese dopo sostenne gli esami di licenza da esterno a Sciacca e li superò brillantemente: «di cento ragazzi fu il primo e ci hanno dato il diproma […]. Mentre mio figlio Giuseppe – sottolinea, con un misto di malcelato orgoglio e rammarico, Anna Greco Maurici – antava a l’aviamento che durò tre anni, Salvatore con un mese di scuola serale si trovava assieme a suo fratello alla scuola di meccanica e dopo tanti anni di fare il pastore e ritornato di nuovo a studiare» e a costruirsi un progetto di vita più consono alle sue condizioni di salute. 
Per farla breve, la vita con Salvatore non è stata mai parca di tribolazioni, nemmeno dopo il matrimonio (1976) e la nascita dei figli Annamaria e Gaspare, anzi. Basti ricordare che Maria Teresa, la prima moglie cessò di vivere a 55 anni e la seconda, Simona, da qualche tempo ha bisogno ha bisogno di particolari cure mediche e assistenza. In compenso, a forza di rinunce e sacrifici suoi e della sua famiglia, Salvatore è riuscito a conseguire il titolo di studio che dopo il servizio militare gli consentì di trovare lavoro come insegnante tecnico-grafico a Mesola e successivamente a Ferrara. «Così di guardiano di pecore è diventato professore. Ma lui aveva la sua sofferenza e Dio solo sa quello che ha sofferto nella sua vita». Nel frattempo su Sambuca di Sicilia e l’intera valle del Belice si era abbattuto come castigo di Dio il terremoto del 1968, che costrinse la famiglia Maurici a svendere il gregge (che stavano per rubarle) ed emigrare in Inghilterra, da dove tornerà in migliori condizioni economiche (grazie soprattutto al lavoro di Anna) alla fine del 1975. 
Quasi contemporaneamente Salvatore fu trasferito a Palermo, una sede che gli consentì di frequentare con una certa assiduità i familiari e i compaesani e – perché no? – passarvi tutti i giorni di festa e le vacanze estive, inserirsi attivamente nella sezione socialista di Sambuca, all’interno della quale prese subito netta posizione per la corrente di sinistra di Riccardo Lombardi (originario anche lui dell’Agrigentino), nella quale riscontrava le stesse idee, aggiornate ai tempi, di cui si erano nutriti gli apostoli del socialismo rurale come Bernardino Verro (cui dedicherà una poesia) e i sambucesi antifascisti, che sfidano il regime riunendosi nelle pagghialore, cui accennerà in un piccolo saggio sul banditismo locale, che tra le tante vicende umane vissute ai margini del consorzio civile, racconta quelle del rozzo masnadiero Vincenzo Capraro e altre fino allo stermino dei membri della «banda dei comunisti», che nell’immediato secondo dopoguerra si erano aggregati come «guardie rosse», per combattere contro i delinquenti che intrallazzavano il grano. A Palermo Salvatore prese a frequentare la tipografia Lo Studente (con cui pubblicò alcuni piccoli saggi) e si mise in contatto il gruppo di intellettuali che si raccoglievano attorno al critico d’arte Francesco Carbone, fondatore del Centro Studi Godranopoli, cui si deve la realizzazione di un originale museo etno-antropologico (che documentava la cultura materiale e la vita quotidiana del mondo agro-pastorale della vasta area di Rocca Busambra) e la fondazione di una biblioteca popolare e di una pinacoteca d’arte di transavanguardia, destinati ad attrare, negli anni ’80 e ’90, visitatori di tutta la Sicilia e anche di altre regioni, tra cui molti artisti, poeti, animatori culturali.
A metà degli anni ’80 Maurici entrò in rotta di collusione con il suo partito. Tutto cominciò il giorno di San Valentino del 1984, quando Bettino Craxi concordò con il Consiglio dei ministri, di cui era presidente, di tagliare quattro punti percentuali della scala mobile «per il contenimento dell’inflazione nei limiti medi del tasso programmato per l’anno 1984», indicato dall’economista Ezio Tarantelli. E l’indomani emise il decreto legge n. 10 del 15 febbraio 1984, destinato a passare alla storia come «decreto di San Valentino». L’impopolare provvedimento sostenuto, oltre che dai partiti governativi, anche da quelli di destra e dalle organizzazioni dei datori di lavoro, provocò una profonda spaccatura nella Federazione Cgil-Cisl-Uil, che culminò nella rottura del patto federativo del 3 luglio 1972: la Cisl e la Uil approvarono l’operato del governo, la Cgil si dichiarò a maggioranza contraria, ma la sua corrente socialista si allineò, con qualche dissenso, alle altre confederazioni.
Ma questo non impedì che la Cgil organizzasse una serie di manifestazioni in tutto il Paese, culminate nello sciopero generale del 24 marzo 1984 con concentramento a Roma di un milione di lavoratori provenienti da tutte le regioni d’Italia, mentre al Senato si stava discutendo della conversione in legge del decreto di San Valentino, che peraltro decadde per la dura opposizione comunista. Craxi lo ripropose e lo fece convertire nella legge 219 del 12 giugno 1984. Ai comunisti non restò che raccogliere le firme per indire il referendum abrogativo, che (dopo una serie peripezie) fu fissato per il 9 e 10 giugno 1985 e ricevette l’appoggio convinto di Democrazia proletaria e, qua e là, anche di gruppi di socialisti di sinistra. La campagna referendaria non poté, però, avvalersi della guida di Enrico Berlinguer che, colto da un malore il 7 giugno 1984 durante un comizio a Padova, cessò di vivere l’11 giugno, ossia alla viglia della conversione del decreto in legge. Il 18 settembre 1984 tacque per sempre anche la voce critica del Psi: Riccardo Lombardi. Il 27 marzo 1985 le Brigate rosse uccisero il professor Tarantelli. La campagna elettorale fu perciò particolarmente infuocata.
A pagarne lo scotto furono i comunisti e i loro alleati, sparsi per l’Italia. Tra questi il nostro Salvatore Maurici, che durante la campagna elettorale non aveva lasciato nulla d’intentato per far trionfare il sì all’abrogazione della legge sul taglio dei punti della contingenza. A Sambuca tenne addirittura comizi assieme ai dirigenti comunisti. E fu espulso dal Psi. Il provvedimento lo ferì profondamente, come se gli avessero inferto una coltellata alle spalle trafiggendogli il cuore. Sì sentì per un po’ di tempo solo, senza santi cui votarsi. Poi cominciò a trovare conforto nella Musa. Sambuca, Mosca della Sicilia, non era più nemmeno l’ombra della culla degli antifascisti che si riunivano nelle pagghialore; si era persa la memoria stessa delle belle feste del 1° maggio: «strade piene di gente/ addobbi di fiori/ rosse bandiere al vento». Sambuca è un deserto, è titolo di una poesia. «Ovunque morti ammazzati/ la mafia uccide/ gli uomini onesti/ ma qui è un deserto». E se Sambuca è un deserto, dove nessuno si fa più ammazzare per una società migliore, la conclusione non può che essere: la rivoluzione è rinviata. È questo il titolo di una poesia che Salvatore ha scritto assieme a Maria Giacone, nipote del comunista Antonino Giacone che, già negli anni roventi, aveva un passato di tutto rispetto.
L’orizzonte culturale di Maurici non coincide tuttavia con i punti focali del territorio della cittadina natia. È assai più ampio! «La sensibilità ai temi sociali – scrive Paolo Ferrera –, specialmente nel quadro etico che riguarda una maggiore giustizia, il desiderio di minore ipocrisia nei comportamenti, il ripercorrere la sofferenza nel lavoro di cui fa sentire la dignità, la natura come respiro universale e senso dell’io, fanno di Salvatore Maurici un autore da guardare particolarmente per quello che è quando scrive, perché scrive se stesso e nella verità assume di conseguenza le problematiche portanti che traversano il mondo che non è quello delle apparenze dove tutto si dice vada bene». Potrei chiuderla qui, se non dovessi aggiungere che Maurici non è solo poeta della protesta: propugna, con i suoi versi, il riscatto sociale dei ceti umili delle campagne e della nuova Apocalissi urbana, dove «è una vergogna/ il lamento di un bimbo/ che ha fame […]. Urla la madre/ e piange il figlio/ vittima del benessere/ e della droga». Il Nostro consiglia maggior coraggio e dignità a chiunque soffra, a prescindere da dove viva o il bisogno di sopravvivenza lo porti. E non è senza ragione se, dopo aver fatto rivivere uomini e donne delle generazioni passate, negli ultimi tempi la sua vis poetica si sofferma su drammi attuali. È il caso, fra gli altri, di Destrieri senza morso, metafora dell’esodo biblico dalla sponda meridionale del Mare Nostro, che vede vecchi barconi affondare e il mare accogliere «corpi ormai sfatti nel tempo», e si conclude con questi versi: «A noi/, specchi di orrori/ e di onde accoglienti cadaveri/ l’impegno di fermare l’eccidio/, apriamo le braccia del cuore/ e beviamo le lacrime/ dei fratelli smarriti». Insomma, la battaglia per una umanità più solidale non è ancora finita per Maurici. Grazie, Salvatore.
Giuseppe Oddo,
Palermo 15 giugno 2019

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