mercoledì 12 giugno 2019

L’inchiesta sulle tangenti. L’uomo di Salvini alla Regione: “Questi sono stati tutti pagati”


di SALVO PALAZZOLO 
Le nuove intercettazioni dei dialoghi di Francesco Paolo Arata, consigliere del ministro dell’Interno È accusato di aver elargito mazzette all’assessorato Energia per sbloccare parchi eolici e fotovoltaici
«Questi qua sono stati tutti pagati » , diceva con orgoglio al figlio mentre stava per entrare negli uffici della Regione siciliana. Francesco Paolo Arata, il consulente per l’Energia di Matteo Salvini, era davvero un gran dispensatore di mazzette. «Quanto gli abbiamo dato a Tinnarelli? » , sussurrava a proposito del dirigente che si occupava delle autorizzazioni per i parchi eolici, Alberto Tinnirello. « Quello è un corrotto » , diceva di un altro funzionario, Giacomo Causarano: «Un amico, una persona a noi vicina » . Adesso il faccendiere e i due regionali sono indagati per corruzione.

A scorrere le ultime intercettazioni dell’inchiesta, depositate nei giorni scorsi dalla procura di Palermo al tribunale del riesame, emerge tutto l’orgoglio del tangentista che riesce a sbloccare quelli che lui chiama ostacoli, e invece sono le regole. Emerge anche una grave consapevolezza: Arata sembra rendersi conto di fare affari in Sicilia con personaggi « a rischio » . Per le loro frequentazioni mafiose. Da una parte Vito Nicastri, il “ re” dell’eolico ritenuto vicino all’entourage del latitante Matteo Messina Denaro; dall’altro Francesco Isca, imprenditore oggi indagato per associazione mafiosa.
Confessione in diretta
Per comprendere il sistema che ruotava attorno ad Arata converrà riprendere il filo di questa inchiesta dal fiume di soldi che sarebbero girati con le mazzette. Quella che Francesco Paolo Arata, l’ex deputato di Forza Italia finito nella Lega, avrebbe promesso all’ex sottosegretario ArmandoSiri — 30mila euro per un emendamento che doveva sbloccare tanti finanziamenti. Ma anche tante altre tangenti, che hanno trasformato l’assessorato siciliano all’Energia nel feudo personale del consigliere di Salvini. Le inchieste delle procure di Roma e Palermo stanno procedendo a ritmi serrati, l’analisi dei computer e dei materiali sequestrati il 17 aprile scorso hanno già portato riscontri ritenuti interessanti.
Ma il principale accusatore di questa indagine resta ancora il principale indagato, con le sue confessioni in diretta, intercettate dalla Direzione investigativa antimafia di Trapani. « Positano sa che abbiamo dato i soldi in nero o fa finta di non saperlo?», diceva di un nuovo socio. Quello che chiamava “Tinnarelli” era Alberto Tinnirello, il responsabile del “ Servizio terzo — autorizzazioni e concessioni” dell’assessorato regionale all’Energia: « Tinnarelli è stato molto bravo, è venuto su, è stato con noi fino alle otto», raccontava soddisfatto Arata al figlio di Vito Nicastri, Manlio, subito dopo una riunione fiume nell’assessorato di viale Campania. Per sbloccare l’ennesima pratica.
Uno dei funzionari collaboratori di Tinnirello, Giacomo Causarano, non era da meno. Per qualche tempo, però, l’avevano trasferito: «Giacomino è vent’anni che sta in quel settore — sbottava il figlio di Arata, Francesco — ma che senso ha spostare un funzionario che… » . Secca la risposta del padre: « Perché è corrotto » . Ancora un altro straordinario assist dell’indagato alla procura. Qualche tempo dopo, Causarano era ritornato al suo posto. E Arata junior esultava: « Meno male che l’hanno rimesso lì » . Giacomino Causarano era davvero un funzionario solerte: una volta andò addirittura a casa del giovane Arata, a Castellammare del Golfo, per portargli una notizia. E anche quella visita non è sfuggita alla Dia.
“Semplificazione”
Causarano aveva avuto un’idea che entusiasmava i Nicastri: « Sfruttando il principio del silenzio- assenso fra le pubbliche amministrazioni richiamato dall’articolo 3 della legge Madia — annota la Dia in un rapporto alla procura — il dipartimento all’Energia avrebbe potuto rilasciare alle aziende di Arata e Siri le “ autorizzazioni uniche”, senza attendere verifiche di assoggettabilità da parte dell’assessorato al Territorio».
La parola d’ordine di Arata era sempre la stessa: semplificare. In fondo, la stessa che aveva utilizzato sul palco della convention della Lega, quando disse che la politica deve sostenere i piccoli imprenditori impegnati nel settore dell’energia. Evidentemente fino alle estreme conseguenze, che però adesso l’hanno messo nei guai. La Dia l’ha seguito dall’inizio dell’anno scorso, da quando è entrato in contatto con il “re” dell’eolico.
Relazioni pericolose
Ed ecco il capitolo più delicato di tutta questa storia, che ha portato Arata a essere indagato per intestazione fittizia con l’aggravante di mafia. Il consulente di Salvini aveva un socio occulto, Vito Nicastri, l’imprenditore di Alcamo ritenuto vicino all’entourage del superlatitante Matteo Messina Denaro: « Io sono socio di Nicastri al 50 cento — diceva Arata a un amico avvocato — nella sostanza abbiamo un accordo societario, di co- partecipazione ».
Ora, attraverso le nuove carte depositate al Riesame, possiamo raccontare dell’altro, dei rapporti fra Arata e un altro imprenditore siciliano molto particolare, Francesco Isca, originario di Calatafimi, che è indagato per associazione mafiosa: «È un’impresa di rischio» , diceva Arata parlando dei loro affari in comune. E ogni soglia di prudenza era stata superata. Nel 2017 Arata e la moglie avevano addirittura comprato una società da Isca, la “Ambra Energia srl” con sede a Milano. Oggi uno degli ultimi pentiti della mafia trapanese, Nicolò Nicolosi, racconta che Isca riceveva finanziamenti dalle famiglie mafiose Musso e Crimi. E per sdebitarsi, sosteneva la famiglie dei detenuti. Mentre era in società con il consulente del ministro dell’Interno.
La Repubblica Palermo, 12 giugno 2019

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