domenica 30 giugno 2019

La città di Palermo solidale va in piazza per la Capitana


di Giusi Spica 
Al corteo organizzato per martedì aderiscono le associazioni anti razziste i comboniani, ma anche l’università che ha approvato un documento di sostegno
Sfileranno lungo le vie della città per dare sostegno alla capitana della Sea Watch arrestata per «resistenza e violenza contro una nave da guerra » e recapitare al governo il messaggio che « salvare vite umane non è un reato » .

Dalle associazioni antifasciste e antirazziste a quelle religiose, dal sindaco ai docenti universitari, un pezzo della società civile di Palermo si schiera con la ong olandese, sotto accusa per aver fatto sbarcare a Lampedusa 43 profughi che da 17 giorni cercavano un attracco sicuro, violando il blocco del decreto sicurezza bis del governo. In prima fila contro la politica dei porti chiusi anche l’Ateneo di Palermo, autore di un documento firmato da Senato accademico e cda in difesa di Carola Rackete, e il primo cittadino Leoluca Orlando, che dopo aver annunciato la cittadinanza onoraria per l’equipaggio, salirà a bordo della nave di Greenpeace per un incontro sul dovere di salvare vite umane in mare.

Tutti in piazza
Il corteo organizzato da Forum Antirazzista, Legambiente e Arci partirà martedì alle 18 da piazza Verdi, farà tappa in prefettura e si concluderà al porto con un presidio fino alle 22, per chiedere il rilascio della capitana e il dissequestro delle navi Sea Watch 3 e Mar Ionio di Mediterranea. «Hanno salvato da morte sicura 40 persone e assicurato che le loro precarie condizioni di salute non si aggravassero ulteriormente. E questo nel pieno rispetto della normativa internazionale e delle oggettive ragioni umanitarie, che non possono in nessun caso essere superate da decreti nazionali ( e incostituzionali) » , è l’appello degli organizzatori, che la settimana scorsa hanno già organizzato sit- in in Cattedrale e piazza Bellini e sfilato sul carro di Mediterranea antirazzista nel giorno del Pride. La manifestazione sta raccogliendo una pioggia di adesioni: dai sindacati Cobas, Cgil, Cisl e Uil alle associazioni Mediterraneo, Mediterraneo Antirazzista, laici e missionari comboniani, Agesci, Palermo Pride, Rifondazione comunista, Sinistra comune, Udi Palermo onlus e una cinquantina di altre sigle. «Crediamo che inviare una nave della guardia di finanza per interdire l’accesso al porto sia stata una scelta provocatoria da parte del governo, per poter accusare la capitana di aver attaccato una nave militare », argomenta Fausta Ferruzza, portavoce di Forum antirazzista.
La difesa dei prof
E’ proprio questo, il conflitto tra la legge di uno stato sovrano e il dovere di salvare vite umane, ad animare il dibattito nel Paese. L’università di Palermo guidata dal rettore Fabrizio Micari, unica finora fra gli Atenei italiani, ha preso posizione dichiarando che salvare vite in mare non è solo un dovere morale, ma un obbligo giuridico. « L’unico porto offerto alla Sea Watch 3 è stato Tripoli: la capitale di un Paese in guerra dove l’Onu ha dichiarato che ogni giorno si consumano indicibili orrori ai danni delle persone migranti. Non riconducendo in Libia i naufraghi soccorsi, la capitana della nave ha semplicemente rispettato il divieto di refoulement, oltre che i principi più elementari di etica e umanità. A quel punto, nel rispetto del diritto internazionale e, segnatamente, della Convenzione di Amburgo, si è diretta verso l’isola di Lampedusa, porto sicuro, che consentiva una ragionevole deviazione di rotta».
Nessuno tocchi Caino
Nessun reato, insomma, può essere attribuito a Rackete. Nemmeno la violenza contro una nave da guerra. Ne è convinto Aldo Schiavello, professore di Filosofia del Diritto: «Rackete non è la novella Antigone della tragedia sofoclea, che sfida le leggi dello Stato in nome di quelle non scritte degli dei. Le sue scelte sono ben supportate da norme di rango superiore quali le convenzioni internazionali. Ma anche ammettendo che speronando la motovedetta abbia commesso un crimine, ci sono almeno due scriminanti giuridiche che le vengono in soccorso. Una è lo “stato di necessità” previsto dall’articolo 54 del codice penale, perché c’erano 43 persone a bordo non ancora in salvo. La seconda è l’articolo 51 del codice penale, che prevede che un fatto illecito smette di essere illecito se è compiuto “ in adempimento di un dovere”, in questo caso l’obbligo di soccorso in mare previsto nel diritto internazionale e recepito dall’articolo 10 della nostra Costituzione, quindi gerarchicamente superiore al decreto Salvini».
Le altre iniziative
Intanto ieri è arrivata in città la nave Rainbow Warrior di Greenpeace, che ha deciso di “deviare” idealmente dallo scopo della visita – un tour di sensibilizzazione sui cambiamenti climatici – per parlare del caso Sea Watch con un incontro che si terrà domani alle 11 a bordo e vedrà la partecipazione del sindaco e dei portavoci della ong olandese. «Greenpeace - dice il direttore esecutivo Giuseppe Onufrio - è un’associazione nata sul mare. E la prima regola del mare è che non si lascia nessuno in mare. Salvare vite non può, in nessun caso, essere considerato un crimine. Le ong che si occupano di attività di ricerca e salvataggio non dovrebbero essere criminalizzate, ma coinvolte nei meccanismi di cooperazione internazionale».
Un tema che è stato al centro anche della prima assemblea dell’associazione Mediterranea tenuta ieri a Palermo, con la partecipazione di Giuseppe Savagnone, direttore dell’ufficio per la cultura della diocesi. «Ci impegneremo attraverso l’associazione con chi già è impegnato nel campo dell’integrazione, penso per esempio all’attività di Cosimo Scordato e don Meli, per favorire politiche a tutela dei diritti umani ed elaborare modelli di integrazione » , dice il presidente Marco Zummo, impegnato nell’organizzazione di un Festival del Mediterraneo. Altro segno che il fronte per Sea Watch si allarga.
La Repubblica Palermo, 30 giugno 2019

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