sabato 11 maggio 2019

“Quella volta che in Sicilia mi dissero: ah sì, Guccini, i Guccini di campagna”

Francesco Guccini con una giovane fan al Conservatorio di Palermo

Ospite del Conservatorio di Palermo, il cantautore ricorda: "La prima volta fu nel 1978, a Bagheria. Poi andammo a Siracusa e a Taormina. Bellissima, con quel teatro"
Non vuole che ci si rivolga a lui con il termine “maestro”, "perché — dice, quasi imbarazzato — preferisco essere chiamato Francesco". Parlando di Palermo lamenta la "mancanza di grandi negozi di dischi, ma è così ormai in tutte le città, dove scarseggiano persino le librerie". Della Sicilia ricorda i suoi tour "da artista e da turista". Parlando di politica, tiene ad avvertire che "in Italia si sente aria di fascismo". Parole, storie, giudizi, sentenze e aneddoti di Francesco Guccini, a Palermo ieri e oggi, ospite del Conservatorio Alessandro Scarlatti.


L’artista e cantautore modenese, interrogato da allievi e docenti, ha aperto gli archivi della sua memoria, trasformandosi in un fiume di ricordi e pensieri "di un maestro, quello sì, di scuola elementare diventato autore di canzoni inizialmente scritte per me e cantate da altri. Che non ha mai avuto, come tutta la famiglia Guccini, il senso degli affari. Penso solo al fatto che mi sono iscritto alla Siae solo dopo il successo di 'Dio è morto'. 'Auschwitz', uscita prima, inizialmente non l’ho registrata a mio nome. L’ho scritta mentre studiavo latino, materia che non mi è mai piaciuta. Avevo bisogno di una pausa. Ho preso la chitarra, l’ho composta e data all’Equipe 84".

Il suo primo sbarco in Sicilia risale "al 1978: il primo concerto fu a Bagheria, io e la mia band alloggiavamo all’hotel Zagarella. Un posto con una piscina immensa. Durante quello stesso tour, andammo in un villaggio turistico in provincia di Siracusa, dove rimasi scandalizzato perché le cose non si pagavano in denaro, ma con strane palline. In compenso c’era una fontana che al posto dell’acqua zampillava vino bianco fresco, buonissimo. Poi andammo a Taormina. Bellissima, con quel teatro".

A Taormina Guccini racconta di essere tornato più volte a cantare. "Ricordo quella volta in cui andai a dormire in hotel dopo pranzo, per riposarmi prima di un concerto. Quando mi svegliai era tutto buio. Non capivo cosa fosse successo. In realtà il cielo era nuvoloso e grigio ed era arrivato un acquazzone. Il palco e gli strumenti si erano bagnati. Ricordo i tecnici che con gli asciugacapelli cercavano di risolvere tutto. Alla fine quel concerto si fece".

Poi c’è quella volta dello show a Enna. Guccini ricorda: "Ho avuto difficoltà a raggiungere la città in auto. A un certo punto mi sono perso e ho chiesto a un contadino se sapeva la strada 'per il concerto di Guccini'. Mi rispose: 'Guccini? Intende i Guccini di campagna?'. Evidentemente per lui non ero famoso".

Tornando alle canzoni, Guccini tiene a specificare — non prima di avere ricevuto un consenso con lo sguardo dalla moglie, Francesca Zuccari, pronta a definirlo "un birichino" — che le sue canzoni "al 90 per cento sono state ispirate dalle donne. Nel senso che c’è quasi sempre una figura femminile dentro. È per conquistare le donne che ho iniziato a suonare la chitarra".

L’humus che ha ispirato la voglia di Guccini di trasformarsi in cantautore resta vario: "Si parte da ciò che ho ascoltato nel primo giradischi — racconta — che non era mio ma di un’amica, perché io me lo sono potuto permettere solo negli anni Sessanta, grazie ai soldi guadagnati con le canzoni che avevo scritto. Ascoltavo i valzer di Tienno Pattaccini, la mazurka di Augusto Migliavacca, il tango italiano, Renato Carosone e il rock and roll. Ascoltando altre canzoni, mi sono ispirato per le mie. Così, quando ho sentito per la prima volta 'Ne me quitte pas' di Jacques Brel, ho scritto 'Ti ricordi quei giorni'. Bob Dylan, invece, mi ha ispirato 'Auschwitz'. Anche le brutte canzoni sono state per me uno stimolo. Quando Lucio Dalla fece 'Ciao', io risposi con 'Addio'".

Incontrare Guccini — opinion leader per più generazioni e quasi un influencer ante-social network — comporta necessariamente anche parlare del sistema-Paese che ci circonda. E Il cantautore — che confessa di "odiare la tv, ma di essersi preso il vizio di guardare una serie inglese ambientata ai tempi dei Tudor" — ha più di qualcosa da dire. "In Italia non c’è il fascismo, ma se ne sente odore nell’aria. E ve lo dice uno nato nel 1940, che ha un personale certificato di nascita con scritto 'razza ariana'. Erano gli anni delle leggi razziali e i documenti si compilavano così. Un tempo leggerlo mi scandalizzava. Adesso sono felice di averlo. Perché non so dove si andrà a finire ed eventualmente la mia documentazione è già pronta. Gli italiani sono troppo incattiviti. E la politica cavalca questa situazione".

Guccini, che oggi sarà alle 11 al Politeama per “Il Conservatorio interpreta Guccini”, con allievi e docenti che daranno nuova vita in musica alle sue canzoni, ha anche qualcosa da dire su papa Francesco, che ha recentemente incontrato, accompagnato dall’arcivescovo di Bologna Matteo Zuppi: "Da agnostico, perché essere ateo è troppo faticoso, posso dire che Bergoglio è un eroe. Conoscendolo, gli ho recitato le prime rime del 'Martin fierro'. Si è esaltato".

Su Matteo Salvini, che si è dichiarato suo fan, Guccini dice: "Se gradisce le mie canzoni, non ho alcuna responsabilità. Con le dovute differenze, anche Dante è stato letto da cani e porci".
LA REPUBBLICA, 11 MAGGIO 2019

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