giovedì 9 maggio 2019

Con le idee e il coraggio di Peppino, noi continuiamo!

Peppino Impastato

FORTEBRACCIO. "Oggi pomeriggio marceremo ancora da Terrasini a Cinisi, insieme a Maurizio Landini e a migliaia di giovani e lavoratori, per dire che 'con le idee e il coraggio di Peppino, noi continuiamo!'” Peppino Impastato raccontato da Dino Paternostro. Che ringraziamo.
di DINO PATERNOSTRO
Quella che raccontiamo oggi è una “piccola” storia, accaduta a Cinisi, in provincia di Palermo. La “grande” storia, nella stessa giornata di lunedì 8 maggio 1978, si svolgeva a Roma, la capitale d’Italia, dove 54 giorni prima le Brigate Rosse avevano sequestrato Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana. A Cinisi, invece, era in corso l’ultima settimana di campagna elettorale per il rinnovo del consiglio comunale. Una competizione “minore”, a cui partecipava pure una lista di Democrazia proletaria, piccola formazione dell’estrema sinistra, capeggiata dal trentenne Peppino Impastato. Ordinaria amministrazione. Routine democratica, insomma. Intorno alle 20.15, Peppino lasciò la redazione di “Radio-Aut”, piccola emittente alternativa di Terrasini. “Ciao a tutti, vado a casa a cenare. Sarò di ritorno alle 21.00”, disse. Salì in macchina, s’avviò a Cinisi, percorrendo la litoranea, ma non tornò più.

Martedì 9 maggio 1978 fu una giornata tragica per l’Italia. In via Caetani a Roma, dentro una Renault 4 rossa, fu trovato il cadavere di Aldo Moro. Quella stessa mattina, a Cinisi, in località “Feudo”, i carabinieri trovarono un tratto di ferrovia divelto e resti umani sparsi nel raggio di 300 metri. E a circa 20 metri, la Fiat 850 di Fara Bartolotta, zia di Peppino, che da tempo l’aveva data in uso al nipote. Sì, il cadavere a brandelli era quello di “Giuseppe Impastato, militante di Democrazia Proletaria, saltato in aria mentre stava preparando un attentato sulla linea ferrata Palermo-Trapani”, scrissero i giornali. Forse un attentato-suicidio – si aggiunse – dopo che i carabinieri trovarono in casa della zia una lettera, scritta mesi prima, in cui Impastato confessava i suoi propositi di farla finita con la vita. Così, mentre a Roma le Brigate Rosse avevano fatto trovare il corpo senza vita di Moro, ad un brigatista di Cinisi era andata male, saltando in aria con il tritolo che voleva piazzare sotto le rotaie, fu la facile conclusione degli investigatori. Ma le cose non stavano così. A capirlo immediatamente furono la madre Felicia Bartolottail fratello Giovanni e i compagni di Peppino. “Peppino Impastato è stato assassinato. Il lungo passato di militante rivoluzionario è stato strumentalizzato dagli assassini e dalle forze dell’ordine per partorire l’assurda ipotesi di un attentato terroristico. Non è così! L’omicidio ha un nome chiaro: MAFIA”, scrissero su un manifesto, affisso sui muri di Cinisi. E lo dimostrarono. L’11 maggio tornarono sul luogo del delitto, videro un casolare a qualche centinaio di metri, lo esplorarono in lungo e in largo e vi trovarono altri resti umani, poi 5 macchie di sangue, infine una grossa pietra con un’altra macchia di sangue. Raccolsero tutto e lo portarono al professor Ideale Del Carpio, libero docente all’Istituto di medicina legale dell’Università di Palermo. Fatte le analisi, si scoprì che il sangue era del gruppo “O-CD”, come quello di Peppino.
Intanto, il 14 maggio, alle elezioni amministrative di Cinisi, Peppino Impastato venne eletto con 264 voti di preferenza e Democrazia proletaria ottenne il 6% dei voti. Due giorni dopo, il 16 maggio, la madre e il fratello di Peppino presentarono un esposto alla Procura di Palermo, sostenendo che il loro congiunto era stato assassinato dalla feroce mafia di “don” Tano Badalamenti. Un gesto coraggioso, una rottura con la sub-cultura mafiosa, che per lunghi anni, però, non riuscì a produrre effetti apprezzabili. A dare una svolta alle indagini fu la rivelazione che mamma Felicia fece ad Umberto Santino ed Anna Puglisi, durante la stesura del libro “La mafia in casa mia”, dove raccontò la sua vita col marito affiliato alla mafia. La donna ricordò la frase che il marito, Luigi Impastato, aveva detto ad una parente americana: “Prima di uccidere Peppino debbono uccidere me”: la confessione che il “tribunale della mafia” aveva già deciso la morte del figlio, il suo tentativo di salvarlo dalle mani degli assassini, la richiesta di aiuto ai parenti mafiosi. “Andammo in Procura con il testo del libro in corso di stampa, ancora senza copertina, certi che ora la giustizia non poteva più sfuggire”, raccontano adesso Umberto ed Anna. Una giusta intuizione, anche se sarebbero trascorsi ancora degli anni prima un tribunale della Repubblica condannasse Gaetano Badalamenti alla pena dell’ergastolo come mandante dell’assassinio di Peppino Impastato.
Quel che accadde la notte tra l’8 e il 9 maggio 1978 ormai è noto. La Fiat 850 con Peppino a bordo fu bloccata lungo la litoranea Terrasini-Cinisi, presumibilmente da due-tre persone. Il giovane “fu stordito… e fatto passare accanto al posto di guida… quindi fu condotto, con la sua stessa autovettura, fino al caseggiato rurale del Venuti”, racconta Giuseppe Casarrubea nell’introduzione al libero di Salvo Vitale “Nel cuore dei Coralli”. “Quì – aggiunge – venne sottoposto ad atroci torture, finché il suo corpo sanguinante fu adagiato a terra con la testa poggiata sul lato più stretto del sedile… Ma se lo avessero lasciato così lo scopo di quel barbaro assassinio sarebbe fallito. I suoi carnefici volevano ucciderlo due volte”. Ed inscenarono la rappresentazione dell’attentato/suicidio, fatto proprio con una superficialità complice dal rapporto dei carabinieri, che depistò molto le indagini successive. Non a caso, la Commissione parlamentare antimafia, il 6 dicembre 2000, approvò all’unanimità la relazione sul “caso Impastato”, in cui si riconobbero le responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini sul delitto Impastato. Ma depistaggi istituzionali e responsabilità politico-mafiose nel delitto Impastato non sarebbero mai venuti fuori senza il coraggioso atto di rottura della sub-cultura mafiosa della mamma e del fratello di Peppino Impastato, sostenuti dal coraggio degli amici e dei compagni. Non sarebbero mai venuti fuori senza il puntuale ed instancabile lavoro di denuncia del Centro Impastato, fondato da Umberto Santino ed Anna Puglisi. E’ grazie a loro che il 5 marzo 2001 la Corte d’Assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole dell’omicidio Impastato, condannandolo a 30 anni di reclusione. E’ grazie a loro che l’11 aprile 2002 la Terza Sezione della Corte d’Assise del Tribunale di Palermo ha potuto pronunciare la sentenza di condanna all’ergastolo di Gaetano Badalamenti. “Alla luce di tutte le considerazioni svolte – affermò la Corte – va pertanto affermata la responsabilità del Badalamenti in ordine al delitto di omicidio aggravato dalla premeditazione allo stesso ascritto al capo a), senza che sussistano i presupposti per la concessione di attenuanti ed in particolare di quelle generiche, tenuto conto della personalità dell’imputato, del riprovevole movente e dell’efferatezza della condotta”.
“E’ il primo compleanno che vivo con la pace nel cuore”, disse il 24 maggio 2002 mamma Felicia, festeggiando il suo 86/o compleanno. Finalmente la giustizia aveva fatto il suo corso, accertando le responsabilità di “Tano seduto”, come Peppino chiamava il padrino di Cinisi don Tano Badalamenti dai microfoni di «Radio-Aut», denunciando senza soste le collusioni tra mafia e politica. Felicia Bartolotta è morta il 7 dicembre 2004, dopo essersi battuta per anni, nel nome del figlio, per ribaltare la verità di comodo, che voleva Peppino Impastato morto mentre stava compiendo un atto terroristico. Dopo la morte del figlio, Felicia Bartolotta ha ricordato sempre, durante dibattiti, in televisione, in incontri pubblici la figura e l’impegno sociale di Peppino, quel figlio “ribelle” che andava a trovare nel garage dove abitò per qualche tempo, senza nascondersi dagli occhi di Badalamenti, la cui abitazione distava appena “cento passi” dalla sua. “Ma Peppino – puntualizza giustamente Santino – non ebbe bisogno di fare alcun passo per incontrare la mafia, perché l’aveva in casa sua, rappresentata dal padre Luigi Impastato”. La metafora dei “cento passi” nel 2000 ha dato il titolo al film su Peppino Impastato diretto dal regista Marco Tullio Giordana, che fu presentato al Festival del cinema di Venezia. Un film che ha commosso l’Italia e il mondo, scelto anche per rappresentare l’Italia all’Oscar, come miglior film straniero. L’Oscar non lo vinse perché era un film “comunista”, o quantomeno un film in cui il comunismo veniva presentato come una scelta positiva. Ma nell’aprile del 2001 il film vinse cinque David di Donatello, tra cui quello per il miglior attore protagonista, Luigi Lo Cascio.
Peppino Impastato nacque a Cinisi, in provincia di Palermo, il 5 gennaio 1948, da una famiglia mafiosa. Il padre Luigi era stato inviato al confino durante il periodo fascista, lo zio e altri parenti erano mafiosi e il cognato del padre era il capomafia Cesare Manzella, ucciso con una Giulietta al tritolo nel 1963. Ancora ragazzo, rompe con il padre, che lo caccia via di casa, e avvia un’attività politico-culturale antimafiosa. Nel 1965 fonda il giornalino “Idea socialista” e aderisce al Psiup. Dal 1968 in poi partecipa, con ruolo dirigente, alle attività dei gruppi di Nuova Sinistra. Conduce le lotte dei contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Palermo, in territorio di Cinisi, degli edili e dei disoccupati. Nel 1975 costituisce il gruppo “Musica e cultura”, che svolge attività culturali (cineforum, musica, teatro, dibattiti). Nel 1976 fonda “Radio-Aut”, una radio privata auto-finanziata, con cui denuncia quotidianamente i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, e in primo luogo del capomafia Gaetano Badalamenti, che avevano un ruolo importante nei traffici internazionali di droga, attraverso il controllo dell’aeroporto. Il programma più seguito era “Onda pazza”, trasmissione satirica con cui sbeffeggiava mafiosi e politici.
Nel 1978 si candida nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali. Il resto è noto. Dopo anni di lotta della madre, del fratello, dei suoi amici e del Centro Impastato, finalmente riesce ad affermarsi la verità, anche sul piano giudiziario. In questo mutato clima, il 19 dicembre 1997, l’Ordine dei giornalisti di Sicilia gli conferì il tesserino di giornalista professionista alla memoria. E l’8 maggio 1998, la Facoltà di lettere dell’Università di Palermo gli diede la laurea ad honorem alla memoria.
Oggi pomeriggio abbiamo marciato ancora da Terrasini a Cinisi, insieme a Maurizio Landini e a migliaia di giovani e lavoratori, per dire che “con le idee e il coraggio di Peppino, noi continuiamo!”
Dino Paternostro
9 maggio 2019 

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