giovedì 2 maggio 2019

Landini e il 1 maggio: "Un sindacato unitario per tutti i lavoratori"


Intervista di ROBERTO MANIA
ROMA - «Le ragioni storiche, politiche e partitiche che portarono alla divisione tra i sindacati italiani non esistono più. Oggi possiamo avviare un nuovo processo di unità tra Cgil, Cisl e Uil». Questa è la prima Festa del lavoro di Maurizio Landini da segretario generale della Cgil. Seduto, in una delle stanze dell’ultimo piano della sede nazionale della confederazione, con alle spalle una tela di tre metri con il faccione di Carlo Marx dipinta da Valeria Cademartori, annuncia un nuovo sindacato unitario che nasca «dal basso, dalla partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori iscritti e non, assecondato dalle scelte dei gruppi dirigenti». «Perché — aggiunge — non deve essere un’operazione degli apparati burocratici». Così il sindacalista che ruppe l’unità tra i metalmeccanici sul contratto di lavoro, per recuperarla solo diversi anni dopo, e soprattutto che non ha mai firmato il piano di riorganizzazione della Fiat di Sergio Marchionne, oggi indica, con pragmatismo, la nuova frontiera sindacale, senza più i veli delle ideologie del Novecento.
Quali tempi immagina perché si arrivi all’unità tra Cgil, Cisl e Uil?

«Penso che i tempi siano adesso. È ora che c’è una richiesta perché nel lavoro e nella società si costruisca una risposta alla frantumazione dei diritti e dei processi produttivi. In questo quadro va rafforzato il ruolo del sindacato e della contrattazione nei luoghi di lavoro. Il sindacato deve allargare gli spazi della sua rappresentanza, dobbiamo sempre più far entrare nelle nostre sedi e nelle nostre piattaforme rivendicative i nuovi lavori, le differenze di genere, l’attenzione per l’ambiente».
Perché proprio adesso? Cosa è cambiato rispetto agli anni passati durante i quali i tentativi di unità sindacale sono deragliati subito dopo la partenza?
«Sulla nostra tripartizione sindacale ha pesato enormemente la divisione del mondo nel secolo scorso in blocchi contrapposti. Oggi non c’è più nulla di quella stagione, non ci sono più i partiti, il Pci, la Dc e il Psi, che avevano tra le loro ambizioni anche quella di rappresentare il lavoro. Quello è un mondo antico. Cgil, Cisl e Uil hanno conquistato una propria autonomia e per questo possono andare oltre l’unità di azione. Abbiamo proposte condivise sul fisco, sulla sanità, sulle pensioni, sul Mezzogiorno, sulla contrattazione, sulle politiche per gli investimenti pubblici e per valorizzare il lavoro nella pubblica amministrazione. Possiamo fare un passo in più in direzione di quello che definirei un "umanesimo sociale" nel quale ci sia la centro il lavoro e la solidarietà senza che nessuno di noi abiuri la cultura politica e sindacale da cui proviene.
Abbiamo davanti un nuovo orizzonte sindacale».
Vorrebbe passare alla storia come l’ultimo segretario generale della Cgil?
«No, mi piacerebbe passare alla storia come uno di coloro che, insieme ad altri, è stato capace di aprire un nuovo processo per l’unità del mondo del lavoro e sindacale nel Paese. Un’unione tra diversi, potenziando il lavoro, la democrazia, la partecipazione dei lavoratori».
Mi dica, da segretario ancora della Cgil, come interpreta l’uscita dell’Italia dalla recessione e la mini-ripresa dell’occupazione certificati dall’Istat.
«Le tendenze non vanno viste mese su mese, vanno viste nell’arco di anni. In questa prospettiva il dato che emerge è la bassa qualità del lavoro: il numero di ore lavorate resta lo stesso ma suddiviso tra più persone. Quel che sta aumentando, dunque, è lavoro povero, part time non volontario. Continuano a crescere i contratti a termine e le partite Iva mascherate. Inviterei l’attuale governo a non fare come hanno fatto i precedenti: usare ogni notizia che viene dall’Istat a fini propagandistici. Osservo che chi l’ha fatto ha finito sempre per vedersi ridurre il consenso dei cittadini. Ma poi è lo stesso governo nel Def (il Documento di economia e finanza, ndr) approvato solo alcuni giorni fa a prevedere che nei prossimi tre anni il tasso di disoccupazione resterà intorno al 10 per cento. Le cose possono pure andare un po’ meglio ma il lavoro precario non si è ridotto e stanno esplodendo i morti e gli infortuni sul lavoro. Ci sono 2,5 incidenti mortali al giorno, è un dato senza precedenti».
Il dualismo nel mercato del lavoro è stato sostenuto probabilmente anche dalle strategie sindacali più attente a tutelare gli insider anziché i giovani ancora fuori dal mercato del lavoro. Non crede che ci sia stata anche una vostra responsabilità?
«Francamente faccio fatica a vedere una responsabilità del sindacato sul piano legislativo: non siamo stati noi a fare le leggi. Il Jobs Act e le precedenti normative non le abbiamo approvate noi, per capirsi.
Forse abbiamo visto con ritardo l’estensione della frantumazione del lavoro. Ma siamo stati noi della Cgil ad aver depositato in Parlamento una proposta di legge di iniziativa popolare per un nuovo Statuto del lavoro, non per tornare agli anni Settanta bensì per garantire a ciascuno, indipendentemente dal rapporto di lavoro che ha, gli stessi diritti e le stesse tutele».
Ma perché, allora, siete contro il salario minimo legale? Non rappresenterebbe una tutela per chi non ha il contratto?
«Il nostro non è un no a un salario minimo. Noi diciamo che i contratti nazionali di lavoro, sottoscritti dalle organizzazioni sindacali rappresentative, vanno applicati a tutti i lavoratori. E c’è una differenza: i contratti di lavoro non regolano solo la retribuzione diretta, come il salario minimo, ma anche gli orari, le indennità per i turni, le ferie, le malattie, il Tfr e via dicendo. Serve una legge sulla rappresentanza sindacale e imprenditoriale che recepisca gli accordi interconfederali per togliere di mezzo i cosiddetti "contratti pirata"».
Quale contratto applicherebbe ai rider?
«Quello della logistica, come ha stabilito il tribunale di Torino.
Anche sui rider il governo ha aperto un tavolo di confronto e poi l’ha abbandonato. Ma noi non abbandoniamo i rider: vogliano rappresentarli e vogliamo che siano con noi nella Festa del lavoro».
Non concede nulla al governo gialloverde, ma come spiega che il 10 per cento circa degli iscritti alla Cgil abbia votato Lega e quasi un terzo per i Cinquestelle?
«Posto che i due partiti governano insieme sulla base di un contratto tra privati e non sulla base di un’unica proposta elettorale, sono almeno vent’anni che si è consumata la frattura tra il mondo del lavoro e la sua rappresentanza politica. Riguarda tutti, non solo l’Italia».
La Repubblica, 1 maggio 2019

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