lunedì 20 maggio 2019

Intervista. Maria Falcone: "Non sparate sull’antimafia"

Maria Falcone, sorella di Giovanni

di Enrico del Mercato 
La sorella di Giovanni Falcone è stata sempre «la sorella» di Giovanni Falcone. Anche quando Giovanni Falcone era un ragazzo e a lei non era toccato in sorte il doloroso compito di conservarne la memoria. Adesso che si avvicina il ventisettesimo anniversario della strage di Capaci e proprio nel giorno in cui il giudice ucciso dal tritolo mafioso avrebbe compiuto ottant’anni, Maria Falcone riavvolge il nastro della memoria: «La verità è che Giovanni, benché fosse il più piccolo tra noi, per me era il fratello maggiore: era bello, faceva sport, io non lo vedevo studiare quasi mai, eppure a scuola era bravissimo. Era come se, già allora, a livello inconscio io lo vivessi come un super eroe».

Parecchi anni, e dolori e sconfitte e vittorie dopo, Maria Falcone si accinge, per la ventisettesima volta, a celebrare il 23 maggio.
«Una data — dice — che al pari del 19 luglio (il giorno in cui vennero uccisi Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta, ndr) è diventata una ricorrenza nazionale. Dopo la morte di Giovanni, di Francesca e degli uomini della scorta, c’è stato l’inizio di un movimento della società civile che ha dato i suoi frutti».
Ecco, professoressa Falcone, non c’è il rischio che la commemorazione di Giovanni Falcone si trasformi, come molti sostengono, in una passerella? In un vuoto ripetersi di parole di circostanza?
«E se non la facessimo più? E se non invitassimo più le istituzioni? Di certo tutto verrebbe dimenticato. Guardi che il 23 maggio è la fase finale di un percorso, è una data nella quale si ritrovano persone con la gioia di chi sta facendo qualcosa di positivo. Noi lavoriamo tutto l’anno nelle scuole e questo è il momento conclusivo.
Quest’anno il tema era la grande intuizione di Giovanni: seguire il denaro per colpire la mafia».
Giusto per parlare di denaro: in questi anni i finanziamenti alle associazioni antimafia non sono mancati. Non crede che questo giro di soldi possa inficiare la genuinità dei movimenti antimafia?
«Magari i soldi fossero tanti. Noi ne riceviamo pochi e solo dalle istituzioni pubbliche. Guardi che i soldi servono a organizzare le cose. Le "navi della legalità" che portano migliaia di ragazzi da tutta Italia a Palermo come si potrebbero organizzare senza soldi? I soldi servono ma devono essere puliti. E noi su questo vigiliamo».
Ammetterà che la bandiera dell’antimafia è servita a coprire nefandezze. L’ex presidente degli industriali siciliani Antonello Montante, l’ex presidente della sezione Misure di prevenzione del tribunale Silvana Saguto.
«Sono cose che mi addolorano. È fango gettato in faccia a chi ogni giorno insegna ai giovani a combattere la mafia. In ogni società ci sono i buoni e i cattivi. Il rischio è che si faccia di tutta l’erba un fascio. Mi rifaccio alle parole di Giovanni: fare il proprio dovere fino in fondo, in ciò è l’essenza della moralità».
Dal corteo per Peppino Impastato sono stati allontanati i Cinquestelle, il suo invito per il 23 maggio al ministro dell’Interno Salvini ha già fatto storcere il naso a molti.
«Mio fratello diceva che le istituzioni sono sacre. E che non bisogna mai confondere le istituzioni con le persone che temporaneamente lerappresentano. E che, comunque, sono lì perché legittimate dal voto popolare».
Qual è l’ultima immagine che ha di suo fratello Giovanni?
«All’ingresso di casa mia col suo borsone dal quale non si separava mai. Era l’8 o il 9 maggio del ’92. Mi disse: ci vediamo per il mio compleanno. Che era il 18 maggio».
Poi, invece, ci fu il 23 maggio. E poi la memoria di cui lei si è fatta custode. Ventisette anni dopo, perché decise che la memoria di suo fratello dovesse essere tenuta in vita. E perché decise di dover essere lei a farlo?
«Ero disperata, come sorella di Giovanni. Ma anche come cittadina italiana. Come sorella avrei potuto scegliere di combattere il dolore chiudendo le saracinesche dei ricordi. Come cittadina la mia preoccupazione era che quel patrimonio di idee di Giovanni si perdesse. Mi tornarono in mente le parole di mio fratello: la mafia è anche un fatto culturale.
Decisi che bisognava lavorare sulle coscienze attraverso la memoria. Serviva che i giovani prendessero coscienza. Dopo 27 anni posso dire che questo cammino è stato compiuto. E sono contenta anche per la mia città: la società è cambiata, sono stati fatti molti passi avanti. Peccato che Giovanni non abbia potuto vedere la sua Palermo oggi».
La sua città, Palermo. Quando suo fratello era in vita, molti non lo amavano. Le è mai capitato, frequentando i salotti di Palermo, di intercettare commenti negativi o improntati al fastidio per l’azione antimafia che svolgevano suo fratello e i suoi colleghi del pool?
«I salotti che frequentavo erano quelli degli amici che ho ancora adesso. Certo, a volte mi capitava di andare in luoghi dove non ero mai stata e di accorgermi che, vedendomi, qualcuno cambiava discorso».
Quando suo fratello faceva il magistrato a Palermo ha mai sentito il rumore della paura?
«Lo avvertivo, ma non ne parlavo a Giovanni. Solo quando lui accettò di entrare a far parte del pool di Rocco Chinnici, gli chiesi: perché hai accettato? E lui mi rispose: "Perché si vive una volta sola". Ma la paura c’era. Quando Giovanni si separò dalla prima moglie, tornò a vivere a casa di mia madre e io vivevo accanto. Una mattina esco da casa mia e vedo un soldato di guardia davanti a casa di mia madre. Ecco, lì ebbi paura. Ma non lo dissi mai a Giovanni».
Ma non le pesa essere conosciuta e appellata solo come «la sorella di Giovanni Falcone»? In molti sostengono che lei ha un po’ costruito una carriera su questo.
«Per me è un privilegio essere conosciuta come la sorella di Giovanni Falcone. Quando incontro persone che mi dicono "Grazie per tutto quello che fa", supero ogni polemica e ogni disillusione».
La Repubblica Palermo, 19 maggio 2019

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