lunedì 6 maggio 2019

Francesca, prima donna patentata, globetrotter con il cuore spezzato

Francesca Marcusio, prima donna con la patente

PAOLA POTTINO
Nel 1913 ottenne dal prefetto di Palermo l’abilitazione alla guida da allora viaggiò in lungo e in largo per dimenticare un flirt giovanile
Non era soltanto bella, ma anche colta e intelligente. E moderna, almeno per quei tempi. Francesca Mancusio, nata nel 1893 a Caronia, in provincia di Messina, è stata la prima donna in Italia ad aver conseguito la patente di guida. «Erano anni in cui — racconta Andrea Alessi, presidente dell’Aicas, l’Associazione Cultori Auto di interesse storico di Messina che ha ricostruito la storia dell’intraprendente pilota — le macchine erano viste dalla gente comune come oggetti strani, indemoniati, carrozze che si muovevano in virtù di qualche astuto maleficio. Pensate allora che effetto fece vedere la bella Francesca scorrazzare con la sua fiammante Isotta per le strade dei paesini siciliani».

L’Isotta Fraschini, costata 14.500 lire, arrivò come regalo del padre, il ricco cavaliere Luigi Mancusio, quando lei aveva soltanto 16 anni ma, per guidarla, la ragazza avrebbe dovuto attendere il raggiungimento della maggiore età. Nel 1913 Francesca compiva 21 anni e in virtù del Regio decreto del 30 giugno 1912, avrebbe potuto finalmente sostenere l’esame di guida per ottenere la patente che le venne in seguito rilasciata dalla prefettura di Palermo. «La Mancusio — spiega Alessi — è stata davvero la prima donna ad ottenere la patente di guida (oggi custodita insieme all’Isotta Fraschini al Museo Nazionale dell’Automobile di Torino, ndr), da non confondere con la semplice licenza che altre signore come Franca e Giovanna Florio o Ernestina Prola ottennero nel 1907». L’esame affrontato dalla Mancusio non fu affatto semplice, visto che per la prima volta guidò nei tornanti di Monte Pellegrino. A tale proposito. «Quando sostenne l’esame pratico — ricorda il nipote Giulio Persico, medico in pensione che oggi vive tra Napoli e la villa di Caronia ereditata dalla nonna — le domandarono cosa avrebbe fatto se si fossero rotti i freni, lei con ironia rispose: “Se si rompono i freni, mi affido a Dio!” Era una donna di poche parole, ma con un grande senso dell’umorismo».
Francesca venne educata nel rigido Educandato Maria Adelaide, e malgrado fosse stata un’ottima allieva, dalle pagelle ne è emersa una personalità ribelle, moderna ed emancipata. La sua vita cambiò radicalmente dopo la morte del marito, quando iniziò a viaggiare in lungo e in largo per l’Europa. «Volle percorrere tutti i luoghi visitati da Napoleone — racconta il nipote Giulio — girò in auto per tutta l’Europa ed io la ricordo china a studiare le carte geografiche e gli appunti sparsi sopra il tavolo della stanza da pranzo dove preparava gli itinerari dei suoi tour». Viaggi che duravano diversi mesi, come quello fatto per ben due volte a Capo Nord in compagnia dell’autista, della sorella e del suo adorato gatto che oggi riposa nella tomba della villa di Caronia.
Francesca era così bella che lo stesso Mario Rutelli, nel 1915 scolpì un busto in cui la ritrasse con la lunga chioma sciolta. Adorava viaggiare per conoscere il mondo, ma dietro questa spasmodica voglia di girare, si nascondeva qualcos’altro: il cuore della donna era altrove. Un flirt giovanile con un noto avvocato palermitano segnò tutta la sua vita. Lui la lasciò per sposare un’altra donna, ma lei continuò ad amarlo per sempre.
Per distrarsi da questo grande e inconsolabile dolore prese a viaggiare a bordo della sua macchina da un capo all’altro del mondo: l’unico modo per non impazzire. «A te che sei stato il compagno invisibile della mia vita, la luce velata che ha rischiarato il grigiore dell’esistenza, la forma ideale dell’uomo sognato, l’unico che ho desiderato mio, il solo che ha parlato ai miei sensi e al mio spirito». E’ la struggente dedica all’amato che si legge nelle prime pagine di “Due anziane signore e un gatto con un’Appia al Circolo polare artico”(edito da Stabilimento tipolitografico Renna nel 1965) il libro autobiografico scritto in tarda età, dedicato al grande amore mai vissuto. Né l’Isotta Fraschini né la Lancia Appia, né la tenerezza delle figlie e neppure la grande bontà del marito, riuscirono a placare i tormenti del suo cuore.
Difficile rassegnarsi a un amore così grande. «Come ti ho sempre cercato, ancora ti cercherò nell’aldilà», così scriveva Francesca, immaginandosi un giorno in lidi più sereni, magari a bordo di una nuova automobile, nell’imperterrita ricerca del suo amore perduto.
La Repubblica Palermo, 6 maggio 2019


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