venerdì 10 maggio 2019

Delitto e misteri. Belmonte sussurra: "Era uno perbene"


Romina Marceca
Le parentele scomode di Di Liberto, il commercialista ucciso. Il fratello: "Bisconti non lo vediamo da anni, non c’entriamo nulla"
«L’omicidio di un uomo perbene» , dicono in paese, a Belmonte Mezzagno, in una mattina di scirocco in cui le strade sono desolate. Nella terra del commercialista Antonio Di Liberto, ucciso con quattro colpi di calibro 7,65, chi ha deciso di parlare non avanza ombre sul professionista o racconta di legami sospetti. Eppure l’esecuzione nella strada sterrata di contrada Piraineto, a poco più di 100 metri dalla sua villa bianca e ultramoderna, ricalca un cliché mafioso. Quali erano i segreti del commercialista che era titolare di due studi tra Misilmeri e Belmonte Mezzagno con oltre 20 dipendenti? Cosa ha fatto o cosa non ha fatto per meritarsi questa fine?
Ci sono parentele scomode, seppur alla lontana, nella famiglia della vittima. «Con Filippo Bisconti noi non c’entriamo nulla, mio fratello non lo vedeva da anni. L’ultima volta fu per motivi di lavoro», dice Sergio Di Liberto, il fratello ginecologo, appena sceso dalla sua Audi davanti alla villa di famiglia. Filippo Bisconti, arrestato nel blitz che ha sgominato la nuova cupola di Cosa nostra, è cugino di secondo grado dei Di Liberto. Nella strada senza uscita che sale un po’ sulla montagna, arrivano Suv e auto di lusso in continuazione.
Una famiglia ricca, forse tra le più ricche, quella dei Di Liberto, in un paese dove i giovani passano le giornate al bar e la disoccupazione ha toccato livelli preoccupanti. Nella residenza dalle grandi vetrate che si affacciano su un giardino curato, chiusa in una stanza, c’è la vedova del commercialista. Ripete continuamente la stessa frase: «Antonio dove sei amore mio?». Il suo cognome, Cavallotti, è uno di quelli che hanno legato Belmonte Mezzagno a Cosa nostra. Vincenzo, Gaetano e Salvatore Vito Cavallotti sono lontani parenti della vedova e sono gli imprenditori nel settore della metanizzazione, considerati dal tribunale «socialmente pericolosi» per le loro contiguità mafiose nel feudo di Benedetto Spera.
Sui muri di Belmonte dal mattino sono apparsi centinaia di manifesti a lutto: «Un crimine ignobile che suscita sdegno e incredulità e che colpisce tutta la comunità» , c’è scritto sopra. Sono stati affissi dal Pd, il partito di cui fa parte l’altro fratello di Di Liberto, Pietro, che di Belmonte è stato anche sindaco dal 2012 al 2017.
Le indagini non escludono nulla e prendono in considerazione ogni particolare poco chiaro che sfiora la storia della famiglia. Perché, di certo, per cercare la soluzione del secondo delitto che colpisce il paese in cinque mesi bisogna scavare nella professione ma anche nella vita privata del commercialista. «Mio fratello era solo un uomo stanco che lavorava dalla mattina alla sera. E poi accompagnava i figli al tennis. Abbiamo detto tutto quello che sappiamo agli inquirenti» , spiega il fratello Sergio. Gli fa eco un cognato con gli occhi lucidi: «Lo Stato dovrebbe intervenire dopo questo delitto che con Antonio non c’entra nulla».
Antonio Di Liberto era il consulente della maggior parte delle aziende del circondario: da Altofonte a Misilmeri e Belmonte. Autofficine, bar e fino all’azienda di trasporti dei fratelli Bisconti, anche loro imparentati col pentito e anche loro cugini dei Di Liberto. In via Umbria, a pochi metri da dove è stato freddato Di Liberto, c’è un’altra bella villa. Ci abita l’ostetrica che è arrivata tra le prime a soccorrere il commercialista ammazzato. «Siamo ancora sotto shock per quanto è accaduto. Pensavamo che quegli spari fossero di cacciatori fuori stagione. Qui intorno nessuno rispetta le norme sull’attività venatoria. E, invece, non era così» . Su un palo della luce all’interno del giardino la famiglia da qualche tempo ha installato una telecamera: «Qui i ladri sono una costante e cerchiamo di difenderci» , racconta l’ostetrica. Quella telecamera potrebbe avere inquadrato il passaggio degli assassini.
Dalla Statale alla piazza del paese dedicata a Garibaldi sono dieci minuti in auto. E il paese o resta in silenzio o dice: «Se ne va un pezzo importante, un grande professionista» . Un’icona per tutti il commercialista di successo che «mai ha avuto una lite con qualcuno» , «mai ci sono stati clienti insoddisfatti nel suo studio» e «era di una gentilezza disarmante». Resta il mistero. Perché gli hanno sparato? «Forse – dice una donna – non lo sapremo mai».
La Repubblica Palermo, 10 maggio 2019

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